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Sospesi

8 marzo 2016

Se c’è salvezza verrà lì

nel buio spesso

intatto

nel gabbro secco, e forte

dove non fiateremo.

 

Sopra,

le stanze che abbiamo

riempite in fretta di cimeli

ancora

odorano di nascite e morti e lunghi puerperii febbricitanti

e infreddature agonie malanni convalescenze

orgasmi soffocati

menarchi gracili e tardivi

amplessi

nel dormiveglia

sussurrano voci

un benvenuto cauto

 

Più giù, sul fondo

nelle rughe dei secoli

nella falda ferita

nel colar lento dell’acqua sorgiva

circolano memorie nel midollo

lama di linfa oscura scorre via

il tempo

dal tempo

 

Più in alto ancora

chiaro il fuoco brucia,

e brilla la minaccia.

 

Ma noi  tra acqua e fiamma stiamo

su nuda terra

in aria densa e scura e legna secca

polvere d’ossa e pozzo

di luce spenta

rifugio

relitto

zitti, sospesi.

 

Se c’è salvezza, verrà lì e

ci troverà.

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Cadenza

6 settembre 2015

All’alba canta ancora un grillo

nel rampicante aggrappato alla pietra.

Tra le tue mani aggrappate ai miei fianchi

pulsa ancora

una vena sfinita.

Tu sei di nuovo, e già non sei più qui.

 

Dal limite sfumato della notte

un raggio fine stilla.

Non è più luna, e non è sole ancora.

Un brandello di sonno

s’attarda al bordo dell’angolo acuto

denso e muto di buio

in equilibrio.

 

Ma si tende la schiena come arco

e scocca l’ora con un grido

e ammutolisce il grillo.

 

Una cadenza di passi lontani

scende il viottolo breve fino all’orto

e l’acqua si rincorre tra le zolle

in vortici di schiuma

scorre e sveglia la terra ancora scura

bagna i solchi che il sole brucerà.

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Non qui

20 luglio 2015

Da qualche parte è un’altra notte, altrove.

Non questa mia di latte d’oltremondo

netta e vivida d’erba punteggiata

di ranuncoli miti.

Qui

non c’è luna sui tetti, ma chiarore

di sole già calato

balugini di lunghe ombre sottili

lume bianco d’eliso.

 

Da qualche parte è un’altra notte, altrove.

Vie come vene, piazze come laghi

di sangue vellutato verticale

odorose di tigli e luccicanti

di lampioncini tra le foglie grevi

di linfa e sonno non dormito.

E l’accarezza l’alito del fiume

rovente l’assapora

nel solco della schiena lingua scorre

sapiente in rivoli sudati.

 

Tu sei tra le due notti.

Bìlico sei, di latte sei, di sangue. D’impossibile vita che mi strappa:

non qui, non io.

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Inoltra
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L’ultima visita

28 aprile 2015

L’elicottero del salvataggio aereo sta atterrando sul tetto della clinica, ma non viene a salvare me. Guardo dalla finestra l’elica che affetta il cielo color azzurro vena. Il rumore del motore copre le parole della donna che mi parla. La manica a vento pende quasi inerte, vuota: è estate, l’aria è ferma: ho anche  smesso di sudare.

La donna che mi parla porta un rossetto di una sfumatura metallica che riflette la lama lucente del giorno senza notte. Nelle ore in cui non dormo, lo stesso riflesso metallico lo emana il vetro della mia finestra: lo riconosco nella luce bianca che non muore. La donna che mi parla porta un camice bianco e vuole sapere cosa ho mangiato ieri. Ha davanti a sè una specie di lista, in mano una penna. Ha un anello d’argento all’anulare destro, con cinque piccoli brillanti.

Qualcuno ha spento il motore dell’elicottero, e la voce della donna che mi parla acquista volume. Fatico a respirare. Potrei rispondere che ieri ho mangiato una bottiglia di whisky e due birre piccole, neanche tanto, considerando, ma allora quelle labbra metalliche perderebbero forse la loro curvatura, che è l’unica cosa che ho oggi, che oggi è per me. Quindi dico che non ricordo. Non ho quasi fiato.

Ma non è la malattia a togliermi il fiato. Da bambino era l’odore di gomma e sudore della palestra  e le mani sudate che stentavano a reggere il mio peso sottile, o il cloro a bruciarmi le narici quando mi tenevano la testa sott’acqua, la tosse convulsa della prima sigaretta, i pugni immotivati di un compagno di bevuta conosciuto per caso, la prima e ultima volta che ebbi davanti il sesso di una donna, i suoi occhi chiusi per non guardarmi, il viso girato verso il muro.

Dove va il fiato che manca? C’è qualcun altro a cui va di diritto, i compagni forti che riuscivano ad arrampicarsi, quelli che trovavano lavoro, ragazze, che ancora vedranno altri autunni dopo quest’estate cianotica e scivoleranno su altri inverni, eleganti coi loro figli sulle piste innevate? Va a mia madre, che ancora mi aspetta ogni sera in cucina e si alza appoggiando le nocche sul tavolo e mi comprerà l’ultimo regalo?

Oppure alimenta altre atmosfere, il fiato che mi manca: forse c’è  un pianeta dove l’atmosfera è fatta del respiro di tutti quelli senza, i nati morti, i morti piccoli, i morti giovani – altri lo respirano, ignari, e corrono e ridono fino a quasi soffocare, ma quasi: poi tornano seri e si riprendono, abbattono alberi e scalano montagne e le loro donne hanno lunghi sospiri di piacere.

La donna con le labbra curve ora mi chiede se ultimamente mi sento stanco. Le sopracciglia sottili si sollevano impercettibilmente. Più del solito? Sì, più del solito. Allora fa una crocetta su uno schema, probabilmente alla voce “piu del solito”, che sta probabilmente subito sopra alla voce “moribondo”, poi viene “stecchito”, infine viene un giorno di tarda estate e le lamelle sottili dei salici che oscillano al vento indecise tra il grigio ed il verde, e l’aria già quasi autunnale, e viene il viso tirato di mia sorella che sostiene mia madre accanto alla mia fossa.

La donna che mi parla, con le labbra curve, ha poggiato la penna sulla scrivania. “Allora ci vediamo la settimana prossima? Se qualcosa non è chiaro, chieda pure.” Mi accorgo che non l’ho mai guardata negli occhi. Forse li ha scuri, color nocciola o neri, o forse verdi, o azzurri, non lo so. I miei, sono incolori dietro le lenti. Eppure, è tutto molto chiaro.

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Usignoli ciechi

12 marzo 2015

I

Sentono cadere le ombre,

ricordano il grido dell’occhio

sul filo della lama.

E qualcosa infiamma la parete di buio

e immersi nel dolore lo sentono chiamare:

Le nere corone, il selvaggio profumo dei giardini

contro il pallore lieve dei campi senza fiato

risucchiato sul fondo fresco delle ore notturne –

Tutto si arrestò nel fulmine crudo cattivo

e da allora è fermo in quell’immagine

che mescola bellezza a amaro dolore.

E sempre la dolcezza sprofonda nella luce della pena

e sempre emerge il dolore da quel desiderio

che solitario impera in gabbie strette

mentre inni trapassano come dardi le mani di coloro

che cavarono gli occhi colmi di sogni –

barbari in cuore e spirito!

 

Gunvor Hofmo

da “Usignoli ciechi”, 1951

(trad. mia)

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Non c’è salvezza

28 novembre 2014

La legna verde geme sugli alari

e tu sei fuoco.

Mi lambisce il midollo la tua luce

spezza l’osso e lo abbaglia

tumido agnello

esposto al tuo profilo predatore.

 

Non c’è salvezza.

 

Forgia di fiamma audace mi colora

d’oro pomeridiano,

e con le dita

mi spelli della pelle come un uovo.

In un gioco sottile accendi il ventre

di mille lingue mi divori

e liscia di faville mi consumo.

 

Dono gradito la mia linfa piange.

Mi spezzo, e di te

brucio.

 

 

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La betulla (2)

20 ottobre 2014

L’infermiera bruna sa il mio nome. In realtà non è poi così strano, anche se io non gliel’ho mai detto, loro hanno le loro cartelle dove annotano tutto, e sicuramente oltre al nome di mia madre c’è anche il mio, anche perchè mio padre non ha altri parenti che noi, cioè me, visto che mia madre formalmente non è più neanche parente. Mio padre ha solo me. L’infermiera bruna sbaglia leggermente la pronuncia del mio nome ma non importa, lo dice perchè devo risponderle.

Le rispondo che ho capito benissimo com’è la situazione, e dicendolo mi pare di riuscire ad assumere un’aria molto naturale, ma lei insiste a guardarmi sorridendo come se si aspettasse altro, e allora mi chiede se ho capito che papà sta morendo, anzi dice che lei si stava chiedendo se l’avevo capito. Le dico che naturalmente l’avevo capito, e che è per questo che sono qui, e spero che lei ci creda. Mi chiede come mai mia madre non viene più, le rispondo non lo so, mi dice allora che devo dire a mia madre che contatti l’ospedale, anzi che contatti lei, che le deve parlare. Dico va bene, e ora vorrei davvero che mi lasciasse tornare alla mia sedia e anzi mi volto per andare via, e allora lei mi tocca. Mi prende il braccio con la mano e cerca di guardarmi negli occhi ma io mi libero da quella mano e torno in camera.

Mio padre ora è sveglio o almeno mi pare, perchè non mi avvicino, anche se lui mi guarda, perchè potrebbe sorridermi e non ha proprio le labbra adatte per sorridere adesso. Vedo che solleva le dita come per un saluto, ma le dita si muovono a caso e come con molta fatica, e mi chiedo se per caso non mi stia facendo cenno di avvicinarmi. Per questo motivo riprendo a leggere il mio fumetto, e quando alzo gli occhi s’è addormentato di nuovo.

Ma non è che dorme: è come se ogni tanto andasse via. Resta lì, ormai non si muove più, ma è via. Quello che resta è l’odore un po’ marcio come di fogliame e qualche respiro, ogni tanto più profondo degli altri. L’infermiera bruna deve aver finito il suo turno, perchè è entrata quella bassa. È sempre un po’ trafelata, forse perchè è più giovane. Ha il viso accaldato e le mani piccole come una femmina hobbit. Lei, non riesco a immaginarla senza l’uniforme, voglio dire senza vestiti. Non mi incuriosisce proprio. Mio padre apre gli occhi e la guarda. Lei lo chiama per nome e gli dice che bisogna cambiare la cassetta del perfusore, dove sta la morfina, perchè è quasi vuota. Lui fa un cenno impercettibile di assenso ma mi chiedo se davvero ha capito. L’infermiera bassa esegue l’operazione rapidamente: tira fuori dalla tasca il ricambio, toglie dal perfusore quello quasi vuoto e lo sostituisce. Poi digita codici sul tastierino, e chiede a mio padre se vuole una dose. Lui non risponde, la guarda ma non risponde. Da un po’ di tempo ha smesso di rispondere ogni volta. Risponde solo a volte, quando meno te lo aspetti.

È strana questa cosa: per tutto il giorno sono inseguito da sguardi, e la sera divento inseguitore. La testa di mia madre è china sul piatto e io cerco i suoi occhi, ma lei guarda lo spezzatino o la bottiglia o, se è in soggiorno, guarda la tv, lei che non l’ha mai guardata. Al mio rientro, pone la domanda di rito “come sta papà” sempre da un’altra stanza, con voce stentorea, falsamente interessata. La mia risposta, sempre breve e diffusa, sembra sempre soddisfarla. Non so neanche più cosa rispondo, qualcosa come “lo stesso”, anche se non è vero che è lo stesso, ma non posso mica dirle delle caviglie come sacchi di fluido maculati, o del respiro sempre più piatto, inframezzato da sospiri, rari e profondi come urla senza voce. Non posso mica dirle che si rivolga all’infermiera bruna. Devo prima catturare il suo sguardo, e non è per nulla facile, è come quando cerchi di acchiappare un mostro alla playstation e ti scappa saltando e devi come prevedere il punto preciso in cui il cursore della tua arma incrocerà il suo salto e potrai annientarlo. Perfect play.

Ma mia madre ha alzato la testa e mi sta guardando. Mi hanno telefonato dall’ospedale stamattina, dice. Poso la forchetta e continuo a masticare, forse anche più a lungo del necessario, come fanno nei film. Dice che papà sta molto male, continua. Mi verso dell’acqua, la bevo a piccoli sorsi. Perchè non me l’hai detto, mi fa. Non c’è rimprovero nella sua voce. Pare sinceramente sorpresa. Dico perchè, ci saresti andata? Non risponde. Il mostro è nel mirino. Invece poso il bicchiere ed esco dalla stanza.

Le infermiere dei porno hanno strane divise. Hanno sempre la gonna, ad esempio, non i pantaloni informi che usano quelle vere. E le loro divise sono spesso troppo attillate, a volte addirittura con una grossa croce rossa sulle tette. Ma tanto poi le tolgono. E mentre guardo e mi sento indurire sento il pianto di mia madre dalla stanza accanto. Lo sento nonostante la cuffia e quindi dev’essere proprio forte. Alzo il volume in cuffia e i rantoli dell’uomo che scopa da dietro l’infermiera e i gridolini di lei piegata in avanti coprono il pianto di mia madre. A questo punto mi basta sostituire la faccia anonima di questa tizia con quella dell’infermiera bruna, avere qualche minuto di pazienza e un fazzoletto di carta a portata di mano. Quando poi tolgo la cuffia, di là c’è silenzio.

La stanza mi appare diversa, più vuota. Non capisco subito cos’è cambiato, ma poi mi accorgo che hanno tolto quella specie di attaccapanni dove sta appesa la sacca dei fluidi. Infatti mio padre non ha più la cannula infilata sul dorso della mano. Al suo posto c’è un cerotto bianco, che sembra più bianco perchè la mano è giallognola. È anche cambiato il suo viso, il naso spicca come il becco adunco di un uccello e ha gli occhi più infossati. Mia madre è appena uscita dalla stanza, piangendo. Solo allora sono entrato io, e già che ero in piedi mi sono avvicinato. Era tanto che non mi avvicinavo. Non credo che stia morendo proprio adesso, perchè allora credo che me l’avrebbero detto, qualcuno me l’avrebbe detto. Infatti, respira. Ma non sempre. Respira ogni tanto, e quando lo fa, il petto si alza appena. Mi sa che muore. Mia madre sicuramente l’ha capito, e per questo è corsa via. È morto già. No, respira: dalle labbra di betulla esce un odore acido di resina. Forse dovrei fare qualcosa: dovrei fare qualcosa?

Sulla betulla si è posato un uccello dal becco adunco, con gli occhi socchiusi come la civetta che mio padre mi fece vedere una volta. L’aveva trovata in garage, c’era entrata e non sapeva più uscire. Dopo un po’ era riuscito ad acchiapparla: gli si era posata sul pugno e teneva gli occhi socchiusi come lui adesso, per proteggersi, o per sembrare debole. O forse era debole. La liberammo posandola su un ramo del ciliegio, in giardino. Volò via.

Qualcosa vola via. Lo vedo. Sono qui solo e lo vedo mentre vola via: un colpo d’ala. Un millisecondo e prende il volo con uno scatto rapido. Il ramo è vuoto, ora. È inverno e passi affondano nella neve. Risalgo il sentiero con fatica tra i rami tirandomi dietro lo slittino e mio padre mi aspetta in cima, altissimo, e il sole basso che ha alle spalle ne illumina la sagoma. Non vedo il suo viso. Sfioro un ramo e mi cade sul collo la neve come dita gelate, è l’infermiera bruna che ha le dita gelate e io ho solo la maglietta anche se è inverno, mi ha preso il braccio e mi gira verso di sè. Appoggio la testa sulla sua spalla bianca, chiudo gli occhi e guardo lo slittino scivolare velocissimo sul pendio.

 

 (fine)

 

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