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La betulla (1)

14 ottobre 2014

Le labbra di mio padre sono corteccia di betulla. Non posso toccarle, ne’ lo vorrei, ma le immagino percorrermi la guancia come quando da piccolo appoggiavo il viso al tronco della betulla, quando mi portava nel bosco. Sono secche, asciutte. Forse ha sete, ma non posso avvicinarmi. Lui mi guarda, a volte, e cerca di sorridere ma ha le labbra di betulla e se sorride si spaccano e poi l’infermiera bassa le deve spalmare di pomata. Per questo spero che non sorrida, e non sorrido neanche io, per non invitarlo a rispondermi. Anzi io non lo guardo, ho con me un libro di fumetti e leggo quello, o almeno guardo le figure, sempre alla stessa pagina. La protagonista è una tipa con delle belle tette e all’inizio mi piaceva guardarle, ma dopo giorni alla stessa pagina le tette hanno perso l’effetto e le guardo come se il resto delle cose che vedo. L’importante è aver qualcosa da guardare che non sia quel tentativo di sorriso. 

Io non vorrei essere qui. Ci sto perchè ci devo stare, tutti si aspettano che io stia qui a guardarlo morire, mentre io non vorrei esserci. Ma non vorrei neanche essere a casa di mia madre, nella mia stanza sempre in penombra con lo schermo acceso e la musica a palla. Ci ho provato ma non funziona, non posso stare neanche lì. Veramente sono fuori posto ovunque, anche in classe, anzi soprattutto in classe, e infatti ho notato che mi evitano tutti, perchè tutti oscuramente sanno delle labbra di betulla, e dell’odore di mio padre, e del tubicino giallo che finisce nel sacchetto appeso al letto, che l’infermiera bruna ogni tanto vuota con un sorriso di scusa, e io allora guardo la tipa con le tette sempre sulla stessa pagina, che almeno lei non si muove e non sorride.

L’infermiera bruna è straniera. Forse perchè è straniera, mi tratta da bambino. A volte mi propone di uscire a prendermi un gelato. Dice gelaaato. Ho provato a non uscire, a restare seduto lì al mio posto, ma allora lei comincia ad armeggiare con mio padre e a lavarlo, prima il viso e i denti, e lui scherza con lei e fa il furbo come prima di ammalarsi, sputa l’acqua e il dentifricio nella bacinella di cartone e lei ride, ma poi lei solleva il lenzuolo e gli tira giù le mutande di rete e comincia a lavargli il pisello, senza mai guardarlo in faccia mentre lo fa, e lui smette di fare il furbo e guarda il quadro col pescatore che c’è sulla parete, e allora io capisco che forse è meglio uscire e far finta di andare a comprare il gelato. Questo veramente succedeva fino a qualche giorno fa e adesso lui ha smesso di fare il furbo, ma lei ancora mi dice di andare a comprarmi un gelato e io ora vado. 

Da qualche giorno, da quando le labbra di mio padre sono diventate di betulla e i piedi sembrano due palloncini a macchie gialle e blu, mia madre ha smesso del tutto di venire qui. La mattina esce per andare a lavorare e mi dice ci vai tu da papà, e non è una domanda ma una specie di preghiera e io rispondo che ci vado. Salgo in bicicletta e pedalo come telecomandato, parcheggio accanto alla farmacia e chiudo il lucchetto perchè in giro è pieno di ladri, all’infermiera bassa ad esempio hanno rubato un bici nuova, proprio dalla stessa rastrelliera, ma era assicurata. Mia madre comunque, mia madre non ha mai fatto tanti straordinari. Straordinariamente tanti, ultimamente. Del resto, lei e mio padre sono divorziati da quando ero piccolo e non li ho mai visti insieme che per brevi momenti di passaggio: passarsi le chiavi della casa al mare, una raccomandata, discutere la mia pagella. 

Vista da vicino, l’infermiera bruna ha l’età di mia madre. L’ho vista da vicino perchè mi ha fatto cenno di seguirla fuori, in corridoio. Da lontano sembra più giovane, ma è solo perchè sorride spesso, ora lo so. Siamo rimasti in piedi vicino alla finestra, e ho visto che ha delle rughe piccole ma fitte intorno agli occhi, mentre mia madre le ha più intorno alla bocca, ma penso che sia perchè lei ha fumato per molti anni, anche se adesso ha smesso. Non riesco a immaginare l’infermiera bruna che fuma, non so perchè. Da vicino, posso anche leggere il suo nome sul tesserino. Ha uno di quei nomi internazionali che non si capisce di dov’è. Potrei chiederglielo, ma non ho il coraggio. Spero che non mi tocchi, le persone straniere tendono a toccare e io non voglio che mi tocchi, anche se a volte ho pensato di toccare io lei, ma in un altro modo, e del resto non potrei perchè ho le mani sudate, e comunque ha l’età di mia madre, però non è mia madre. Insomma stiamo lì in piedi vicino alla finestra e lei non mi tocca, ma continua a sorridere, e naturalmente io non sorrido, non vedo perchè dovrei. 

Mentre parla però io non la guardo, guardo i taxi arrivare e ripartire giù per strada e ne scendono e salgono solo vecchi, a volte con bastoni e persino uno in sedia a rotelle, e il tassista scende e lo aiuta a salire e poi piega la sedia a rotelle e la infila nel bagagliaio, e non è facile, perde un sacco di tempo a sistemarla, e mi domando se intanto il tassametro gira oppure no. L’infermiera bruna mi chiede se la sto ascoltando, e le dico che la sto ascoltando, ed è vero, anche se guardo i taxi la sto ascoltando. Mi sta dicendo che trova molto bello che io venga qui ogni giorno da mio padre (io no, non lo trovo bello affatto) ma che voleva parlare con me per chiedermi come sto io, se ho capito la situazione, se ho domande, se ho bisogno di qualcosa. Il tassista ora è riuscito a chiudere il bagagliaio, ma prima di risalire in macchina alza il braccio in un cenno di saluto ad un altro tassista. Quasi tutti i tassisti sono pakistani. Magari sono parenti. 

Mi rendo conto che l’infermiera bruna sta aspettando da me una risposta, e in effetti vorrei poterle rispondere, non perchè io abbia qualcosa da dire in particolare su questo tema, ma piuttosto perchè vorrei continuare a stare qui vicino alla finestra con lei, preferibilmente in silenzio, e soprattutto perchè non vorrei tornare in quella camera con mio padre dato che  lì invece il silenzio è diverso e anche l’odore è diverso, nonostante siano sempre lì a cambiarlo e a pulire e a dare aria l’odore è diverso, e mio padre è diverso, e forse non è neanche più mio padre ma un altro padre, uno che gli somiglia, una copia, un avatar, una betulla.

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2 commenti

  1. mi piace moltissimo


  2. quasi un anno fa la mia betulla… grazie Pioggiablu



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