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La betulla (1)

14 ottobre 2014

Le labbra di mio padre sono corteccia di betulla. Non posso toccarle, ne’ lo vorrei, ma le immagino percorrermi la guancia come quando da piccolo appoggiavo il viso al tronco della betulla, quando mi portava nel bosco. Sono secche, asciutte. Forse ha sete, ma non posso avvicinarmi. Lui mi guarda, a volte, e cerca di sorridere ma ha le labbra di betulla e se sorride si spaccano e poi l’infermiera bassa le deve spalmare di pomata. Per questo spero che non sorrida, e non sorrido neanche io, per non invitarlo a rispondermi. Anzi io non lo guardo, ho con me un libro di fumetti e leggo quello, o almeno guardo le figure, sempre alla stessa pagina. La protagonista è una tipa con delle belle tette e all’inizio mi piaceva guardarle, ma dopo giorni alla stessa pagina le tette hanno perso l’effetto e le guardo come se il resto delle cose che vedo. L’importante è aver qualcosa da guardare che non sia quel tentativo di sorriso. 

Io non vorrei essere qui. Ci sto perchè ci devo stare, tutti si aspettano che io stia qui a guardarlo morire, mentre io non vorrei esserci. Ma non vorrei neanche essere a casa di mia madre, nella mia stanza sempre in penombra con lo schermo acceso e la musica a palla. Ci ho provato ma non funziona, non posso stare neanche lì. Veramente sono fuori posto ovunque, anche in classe, anzi soprattutto in classe, e infatti ho notato che mi evitano tutti, perchè tutti oscuramente sanno delle labbra di betulla, e dell’odore di mio padre, e del tubicino giallo che finisce nel sacchetto appeso al letto, che l’infermiera bruna ogni tanto vuota con un sorriso di scusa, e io allora guardo la tipa con le tette sempre sulla stessa pagina, che almeno lei non si muove e non sorride.

L’infermiera bruna è straniera. Forse perchè è straniera, mi tratta da bambino. A volte mi propone di uscire a prendermi un gelato. Dice gelaaato. Ho provato a non uscire, a restare seduto lì al mio posto, ma allora lei comincia ad armeggiare con mio padre e a lavarlo, prima il viso e i denti, e lui scherza con lei e fa il furbo come prima di ammalarsi, sputa l’acqua e il dentifricio nella bacinella di cartone e lei ride, ma poi lei solleva il lenzuolo e gli tira giù le mutande di rete e comincia a lavargli il pisello, senza mai guardarlo in faccia mentre lo fa, e lui smette di fare il furbo e guarda il quadro col pescatore che c’è sulla parete, e allora io capisco che forse è meglio uscire e far finta di andare a comprare il gelato. Questo veramente succedeva fino a qualche giorno fa e adesso lui ha smesso di fare il furbo, ma lei ancora mi dice di andare a comprarmi un gelato e io ora vado. 

Da qualche giorno, da quando le labbra di mio padre sono diventate di betulla e i piedi sembrano due palloncini a macchie gialle e blu, mia madre ha smesso del tutto di venire qui. La mattina esce per andare a lavorare e mi dice ci vai tu da papà, e non è una domanda ma una specie di preghiera e io rispondo che ci vado. Salgo in bicicletta e pedalo come telecomandato, parcheggio accanto alla farmacia e chiudo il lucchetto perchè in giro è pieno di ladri, all’infermiera bassa ad esempio hanno rubato un bici nuova, proprio dalla stessa rastrelliera, ma era assicurata. Mia madre comunque, mia madre non ha mai fatto tanti straordinari. Straordinariamente tanti, ultimamente. Del resto, lei e mio padre sono divorziati da quando ero piccolo e non li ho mai visti insieme che per brevi momenti di passaggio: passarsi le chiavi della casa al mare, una raccomandata, discutere la mia pagella. 

Vista da vicino, l’infermiera bruna ha l’età di mia madre. L’ho vista da vicino perchè mi ha fatto cenno di seguirla fuori, in corridoio. Da lontano sembra più giovane, ma è solo perchè sorride spesso, ora lo so. Siamo rimasti in piedi vicino alla finestra, e ho visto che ha delle rughe piccole ma fitte intorno agli occhi, mentre mia madre le ha più intorno alla bocca, ma penso che sia perchè lei ha fumato per molti anni, anche se adesso ha smesso. Non riesco a immaginare l’infermiera bruna che fuma, non so perchè. Da vicino, posso anche leggere il suo nome sul tesserino. Ha uno di quei nomi internazionali che non si capisce di dov’è. Potrei chiederglielo, ma non ho il coraggio. Spero che non mi tocchi, le persone straniere tendono a toccare e io non voglio che mi tocchi, anche se a volte ho pensato di toccare io lei, ma in un altro modo, e del resto non potrei perchè ho le mani sudate, e comunque ha l’età di mia madre, però non è mia madre. Insomma stiamo lì in piedi vicino alla finestra e lei non mi tocca, ma continua a sorridere, e naturalmente io non sorrido, non vedo perchè dovrei. 

Mentre parla però io non la guardo, guardo i taxi arrivare e ripartire giù per strada e ne scendono e salgono solo vecchi, a volte con bastoni e persino uno in sedia a rotelle, e il tassista scende e lo aiuta a salire e poi piega la sedia a rotelle e la infila nel bagagliaio, e non è facile, perde un sacco di tempo a sistemarla, e mi domando se intanto il tassametro gira oppure no. L’infermiera bruna mi chiede se la sto ascoltando, e le dico che la sto ascoltando, ed è vero, anche se guardo i taxi la sto ascoltando. Mi sta dicendo che trova molto bello che io venga qui ogni giorno da mio padre (io no, non lo trovo bello affatto) ma che voleva parlare con me per chiedermi come sto io, se ho capito la situazione, se ho domande, se ho bisogno di qualcosa. Il tassista ora è riuscito a chiudere il bagagliaio, ma prima di risalire in macchina alza il braccio in un cenno di saluto ad un altro tassista. Quasi tutti i tassisti sono pakistani. Magari sono parenti. 

Mi rendo conto che l’infermiera bruna sta aspettando da me una risposta, e in effetti vorrei poterle rispondere, non perchè io abbia qualcosa da dire in particolare su questo tema, ma piuttosto perchè vorrei continuare a stare qui vicino alla finestra con lei, preferibilmente in silenzio, e soprattutto perchè non vorrei tornare in quella camera con mio padre dato che  lì invece il silenzio è diverso e anche l’odore è diverso, nonostante siano sempre lì a cambiarlo e a pulire e a dare aria l’odore è diverso, e mio padre è diverso, e forse non è neanche più mio padre ma un altro padre, uno che gli somiglia, una copia, un avatar, una betulla.

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Non abbandoniamoci

10 ottobre 2014

Confesso: avevo di nuovo deciso di chiudere questo blog.

Ogni tanto, periodicamente, prendo questa decisione. Ma stavolta era più chiara, stringente: il distacco mi pareva avvenuto. E invece è successo qualcosa che mi ha nuovamente fatto cambiare idea.

Non chiudo.

Anzi: tra qualche giorno pubblicherò l’ultima cosa che ho scritto. Lo dico per voi che continuate a seguirmi in silenzio (vi vedo). E vi confesso che la scoperta di questo zoccolo duro di lettori, che si rifiuta di rassegnarsi all’evidenza e che controlla ogni giorno, per me ora è un impegno – ma non nei vostri confronti. Nei miei. Significa che devo esserci.

Senza garanzia alcuna sulla qualità dei miei scritti, nè sulla frequenza, nè sullo stile. Saranno esperimenti, fili sottili, liberi. Pessimi, probabilmente: ma va bene.

Non abbandoniamoci.

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Stamattina

10 luglio 2014

Ti guardavo, stamattina.

Eri stesa sul letto di traverso come una lunga giovane serpe

la pelle nuova liscia argentata argentina brillava di scaglie

brillava al sole che invadeva la stanza e non ti svegliava.

Avevo aperto la porta senza far rumore per guardarti

e guardandoti ti amavo.

Paralizzata dalla bellezza delle tue braccia intorno al cuscino

dal colore caldo delle tue trecce di sonno

dall’ombra delle tue cosce di miele

dal miracolo del tuo respiro sottile

dal mio essere presente a un mattino della tua grazia.

Era all’incirca l’ora in cui sei nata

le sette di mattina

ma allora era inverno, e buio, e io più giovane

e tu sveglia mi guardavi.

Stamattina no.

Dormivi,

e a guardarti ero io, incredula, sospesa,

sgomenta.

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Il settimo padre (fiaba norvegese)

1 luglio 2014

C’era una volta un viandante. Cammina e cammina, arrivò ad una bellissima fattoria; era una fattoria signorile, così bella da sembrare un castello. “Sarà bello riposarsi qui”, si disse il viandante entrando dal cancello. Lì vicino c’era un vecchio coi capelli bianchi e la barba, che tagliava la legna.

“Buona sera, padre” disse il viandante, “Mi ospitate per questa notte?”

“Non sono io il padre di casa”, disse il vecchio; “entra in cucina e parla con mio padre!”

Il viandante entrò nella cucina; li trovò un uomo che era ancora più vecchio, inginocchiato davanti al focolare, che soffiava sui carboni.

“Buona sera padre, mi ospitate questa notte?” disse il viandante. 

“Non sono io il padre, qui in casa”, disse il vecchio. “Ma entra e parla con mio padre: è seduto a tavola, nella sala. “

Il viandante entrò nella sala e si rivolse a quello che era li seduto; era molto più vecchio degli altri due, e batteva i denti, tremando violentemente, e leggeva in un grosso libro, come un bambino.

“Buona sera, padre, mi ospitate questa notte?”

“Non sono io il padre in questa casa; ma parla a mio padre, quello seduto sulla panca”, disse l’uomo seduto a tavola che tremava e batteva i denti.

Il viandante andò allora da quello che era seduto sulla panca, che si stava caricando la pipa di tabacco: ma era così ingobbito e gli tremavano così le mani, che quasi non riusciva a reggere la pipa. 

“Buonasera, padre” disse di nuovo il viandante. “Mi ospitate per stanotte?”

“Non sono io il padre qui, disse il vecchio ingobbito. Parla con mio padre, che è a letto.”

Il viandante si avvicinò allora a un letto, dove c’era un uomo vecchissimo, ma tanto vecchio che sembrava che di vivo ci fossero rimasti solo gli occhi.

“Buona sera padre, mi ospitate per stanotte?”

“Non sono io il padre in questa casa, ma parla con mio padre, che è nella culla” disse il vecchio dai grandi occhi. 

E il viandante si avvicinò alla culla: e dentro c’era un uomo vecchissimo, così raggomitolato che non era più grande di un neonato, e al viandante parve impossibile che fosse vivo, sennonché sentiva il rumore del respiro che gli usciva di gola, ogni tanto. 

“Buona sera, padre, mi ospitate per stanotte?”

Ci volle molto prima che rispondesse, e ancora di più prima che finisse di rispondere: disse, anche lui, che non era lui il padre in quella casa, “ma parla con mio padre, che sta appeso al muro, in un corno.”

Il viandante esaminò le pareti, e alla fine gli dette nell’occhio un corno, ma quando ci guardò dentro per vedere cosa c’era, non trovò altro che un pallido spettro che assomigliava a un volto umano. Allora ebbe paura e gridò forte: “Buona sera, padre! Mi ospitate per questa notte?””

Allora dal corno uscì una sorta di debole pigolio, e a malapena gli parve di capire qualcosa che somigliava a “Sì, bambino mio!”

E allora apparve una tavola apparecchiata di cibi prelibati, con birra e acquavite, e quando ebbe mangiato e bevuto apparve un bel letto coperto di pelli di vitello, e il viandante fu contento di aver trovato, alla fine, il vero padre di casa. 

(trad. mia)

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La Stella, 12 (fine)

16 giugno 2014

Il cielo era ancora scuro, ma già non più notturno. La macchina nera aveva i fari accesi e il muso di un grosso gatto, e ronfava piano, accucciata sotto i pini del piazzale. L’autista finiva di fumare una sigaretta, appoggiato con un piede al predellino. Le portiere erano ancora spalancate, ma le valigie marroni erano già state caricate nel bagagliaio. Sul sedile posteriore erano posati due cappellini, regalo di Giorgetta per l’entrata in collegio. Margherita e Renata, in piedi accanto a me, indossavano i vestiti nuovi cuciti da Armida, blu quello di Renata, verde bottiglia quello di Margherita. Renata aveva appuntato le trecce bionde in un cerchio elegante sul capo. Il vestito da signorina la rendeva meno magra, o forse negli ultimi mesi era davvero riuscita a prendere un po’ di peso. Margherita sembrava di colpo una giovane donna, coi capelli tagliati corti all’ultima moda e le sue prime calze fini.

Avremmo venduto la Stella. Luigi aveva in mente altri affari, altri commerci, sicuramente destinati a fallire. Ma nel frattempo, forse le ragazze sarebbero riuscire a studiare. Almeno questo. Almeno loro.

Sul piazzale, un contadino tirava con fatica il suo barroccio, diretto al mercato. Un operaio sfrecciò veloce in bicicletta oltrepassando la macchina ferma, e scampanellò allegramente passandoci troppo vicino. Cinque orfanelle di santa Marta, accompagnate da due suore, si affrettavano assonnate verso il Duomo per la prima messa. La vita aveva lentamente ripreso il suo corso, a quasi tre mesi dalla liberazione. Già lontani mi parevano quei giorni, i marocchini arrivati dal Poggio coi loro turbanti impolverati che vedevamo passare per strada, in un frastuono di canti in francese e richiami beduini, noi chiuse in casa, al caldo soffocante di luglio. E mi pareva lontana la notte d’agosto in cui avevo cercato sollievo nell’occhio della bifora, stesa sul mio letto, tra i dolori, quando dal mio strazio avevano tirato fuori quel figlio gracile, quasi morto, che quasi mi aveva uccisa. Dopo il parto, spossata, per quasi un mese ero rimasta a letto ad allattarlo con fatica, e solo da qualche giorno uscivo, ancora debole, per poco, a respirare l’aria che già odorava d’autunno.

 “Mi raccomando, appena arrivate in collegio scrivetemi subito e ditemi se devo mandarvi ancora qualcosa.” “Sì, mamma. E tu ricordati di lasciar entrare in casa Biribò, la sera. E dì a Andrea che mi scriva, anche se gli fa fatica. Deve scrivere!” Gli occhi scuri di Margherita brillavano nella luce incerta dell’aurora che rapidamente diventava alba. Era ora di partire. “E dai un bacino a Pallino”, aggiunse Renata, che aveva curato con amore il cugino appena nato, forse sentendolo simile a sé nel suo gracile attaccamento alla vita. L’autista gettò via la cicca, calpestandola col tacco della scarpa. Prima di salire al posto di guida disse sorridendo “Allora si parte?” “Sì, un attimo solo.” Abbracciai prima Margherita, poi Renata. Si sedettero in macchina, i cappellini in grembo, tra di loro una borsa di paglia con le provviste per il viaggio. Le loro mani si agitarono fuori dai finestrini come ali bianche di colomba, mentre l’auto prendeva velocità e si riduceva a due lumini rossi che scomparvero dietro la prima curva.

Mi sedetti su una panchina di pietra, sotto un pino. Era ancora fredda di notte. Da lì, potevo vedere uno spicchio di cielo dietro il grosso torrione delle mura, e proprio sopra il suo bordo merlato, la luce di Venere, la stella del mattino. L’unica stella rimasta accesa dopo la lunga notte. Avevo ancora la lettera in tasca, le parole scritte sulla carta sottile, la scrittura appuntita, veloce. Non avevo più bisogno di leggerle, le conoscevo ormai a memoria come la solitudine che mi confortava ogni ora del giorno e della notte, da sola o in mezzo alla gente. Le avevo fatte mie, come lui le aveva fatte sue e me le aveva regalate, e ora erano nostre, anche lì dov’era lui ora: dov’era sempre stato, nell’altrove vicinissimo e impalpabile dentro di me.

 

Oh, come tutto è lontano

e da gran tempo trascorso.

La stella, credo,

da cui ricevo splendore

è morta da millenni.

Nella barca ch’è passata

credo d’aver udito

accenti di paura.

In casa una pendola

ha battuto le ore…

in quale casa?

Vorrei uscire dal mio cuore

e andarmene sotto il grande cielo.

Vorrei pregare.

E di tutte le stelle una dovrebbe

ancora esistere.

Io credo di sapere qual è la stella

che unica dura – che sta come una città bianca

là dove il raggio ha termine nel cielo.

 

 

FINE

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La Stella, 11

4 giugno 2014

Un’ora dopo, un camion militare si fermò con una brusca frenata davanti alla Stella. Altri lo sorpassarono e proseguirono, carichi di ragazzi e uomini che cantavano, sparavano in aria, ridevano. Sventolavano, inaudite, bandiere rosse. La gente li seguiva a piedi, in festa. Vidi la figlia del macellaio con una sciarpa rossa annodata tra i capelli ridere a squarciagola, i piccoli denti bianchi come mandorle nelle gengive rosate di bambina. Anche Andrea aveva un fazzoletto rosso al collo. Saltò giù dal camion scavalcando le assi verniciate di verde. Era dimagrito, aveva il viso pallido, un accenno di barba, i capelli lunghi, e uno sguardo nuovo, adulto, e con quello mi cercò. Entrò nel locale con due compagni, i petti attraversati da cartucciere incrociate i fucili in braccio, i visi eccitati, le sigarette accese all’angolo della bocca. “Andrea!” Nell’abbraccio, sentii la sagoma della pistola che portava alla cintura premermi il fianco. Mi abbracciò con una forza che non gli conoscevo. “Mi hanno liberato! La Brigata Garibaldi ha liberato i prigionieri dalla Rocca!” Luigi, dietro il bancone, posò subito e con inusitata destrezza tre grossi bicchieri verdi sul marmo: “Offro da bere!” Il cozzare dei bicchieri nel brindisi mi riscosse dallo stupore. “La tua mamma lo sa che sei uscito? Armida, vai subito a chiamarla, ma stai attenta!” “Volevo andare subito da lei, ma la Stella mi rimaneva di strada… e poi mi fa bene risciacquarmi la gola. Questi sono Gianni e il Falco. Sono di Colle, sono compagni della Brigata.” Con un gomito appoggiato al bancone, Andrea si atteggiava a una disinvoltura solo leggermente diversa da quella di sempre – e la differenza era un’impercettibile ombra sulla fronte, un’inclinazione del collo magro, un alzare esagerato del il mento. La differenza era che, per la prima volta nella vita, aveva avuto paura.

 “E Margherita dov’è?” Anche questo chiedere, così apertamente, davanti a Luigi, era nuovo. Ed era nuovo che Luigi non rispondesse, e che non impedisse a me di rispondere. “È sfollata con Renata a Santa Lucia. Torneranno appena le strade saranno sicure.” L’espressione di Luigi era quella di un bracco che cerchi di fiutare il vento. In silenzio, sorseggiava il vino senza sentirne il sapore, in attesa di capire come comportarsi. “A Santa Lucia ci sono i compagni, allora sono già al sicuro.” Andrea rise, gettando indietro la testa in un eccesso di spavalderia che fece ridere gli altri due. “Domani al massimo gli Alleati sono in paese” disse quello che si chiamava Gianni. Aveva una voce profonda, in contrasto col viso quasi imberbe. “E allora gli faremo vedere chi comanda, qui.” Il Falco si rivolse a Luigi e disse “Grazie, compagno. Ci ricorderemo della tua gentilezza. E di averci aiutato, quando Andrea qui faceva la staffetta. La Brigata Garibaldi si ricorda di tutto.” Vidi Luigi farsi terreo, ma riuscì a sorridere un sorriso in tralice, che a chiunque altro tranne me avrebbe potuto sembrare d’imbarazzo. “Un altro bicchiere, ragazzi?” Sembrava un banditore da fiera, con la bottiglia alzata. La parodia del banditore da fiera. “No, grazie, dobbiamo ripartire.” “Ma Andrea, non aspetti tua madre? Armida è andata a casa a chiamarla, arriverà da un momento all’altro!” Andrea sembrò in dubbio, combattuto tra il desiderio di rivederla e la vicinanza dei nuovi compagni, adulti ai suoi occhi, vincitori. ll Falco lo tolse d’imbarazzo. “Resta qui, Andrea. Torniamo a prenderti più tardi, e stanotte si festeggia nel palazzo del Podestà, con tutta la Brigata!” Grandi pacche sulla spalla, passi veloci verso la porta, il motore del camion che ripartiva. Andrea li seguì istintivamente e uscì sulla porta, salutandoli col braccio alzato, rassegnato di malavoglia a non poterli seguire. Uscii accanto a lui.

 La strada era ancora piena di gente. Passavano moto e biciclette, sembrava che fossero tutti usciti a far festa ai partigiani. Era bello, era insolito vedere tanta gente sorridere, e rividi facce di ragazzi che non vedevo da mesi, e fui felice che fossero ancora vivi. Che qualcuno fosse ancora vivo. “Emma.” Mi voltai di scatto verso Andrea. Mi si era avvicinato, e l’espressione del suo viso ora era seria, concitata. “Che c’è?” “Io ho qualcosa da darvi.” “Qualcosa? A me?” Gettai un’occhiata alla porta della Stella. Luigi era ancora dentro, prudente a non esporsi troppo. Non poteva sentirci. “Cosa devi darmi?” “Questa.” Si tolse di tasca una piccola busta, me la tese. La presi senza guardarla, sapevo di chi era. Rapidamente la feci sparire nella tasca del grembiule. Per qualche secondo tutto sembrò girarmi intorno in una danza di voci, canti, risa. Il rosso delle bandiere, i volti chiari, il riflesso del sole sugli specchietti delle camionette, sulle camicette bianche delle ragazze. Tornai a mettere a fuoco il viso pensieroso di Andrea, i suoi occhi ora abbassati. “Quella sera che ci presero, a sant’Anna, morirono tre compagni. Noi, non facemmo in tempo a difenderci. I tedeschi ci portarono al carcere della Rocca, ma sapevamo che ci avrebbero fucilati. Io non avevo paura” alzò gli occhi verdi, ancora infantili, a fissare i miei, con sfida. “Non avevo paura, ma mi dispiaceva di dover morire senza aver visto la nostra vittoria. Ma coi compagni ci facevamo coraggio, e… ” la voce gli tremò, e questo lo fece arrossire. Si interruppe, inghiottì. Frenai l’impulso di mettergli una mano sulla spalla. “Non sarà stata una bella notte.” “No.” Si passò rapidamente la lingua sulle labbra aride. “Ma la mattina… la mattina quando vennero a prenderci per portarci fuori, io ero tranquillo: ero con gli altri. Ci portarono in cortile, mi ricordo che la Torre Grossa battè le otto. Uno si ricorda di queste cose… ” Sembrò perdersi, poi tornò a parlare. Arrivò un prete, non don Mario, un altro, uno di fuori. Biascicava preghiere. Ci bendarono. Io avevo smesso di pensare, o meglio, pensavo al mio babbo, che non lo avrei rivisto più, ma erano più immagini che pensieri… di quando mi portava al campino a giocare a pallone, prima della guerra. Uno dei ragazzi, non so chi, pregava. Un altro bestemmiava. Poi sentii una mano afferrarmi il braccio e tirarmi via dalla fila, e spingermi da parte, e tirarmi in una stanza. Mi tolsero la benda, mentre fuori in cortile sparavano. Mi misi a piangere, non perché avessi avuto paura, ma per i miei amici morti. C’era un soldato che mi guardava strano, era lui che mi aveva tirato via. Poi venne un capitano. Era uno di quelli che venivano spesso qui, lo conoscevo di vista, uno alto, un po’… signore.” Sembrò vergognarsi di questa osservazione, e aggiunse in fretta: “Sì, insomma, voi saprete chi è. Parlava molto bene l’italiano. Mi disse di smettere di piangere, disse: non c’è più tempo di piangere. Disse che mi aveva tirato fuori perché ero molto giovane, ero un bambino disse. Mi alzai in piedi per picchiarlo, ma il soldato mi saltò addosso. Lui gli disse qualcosa in tedesco e il soldato andò via. Tirò fuori di tasca un fazzoletto e me lo dette. Poi mi disse che sarei tornato in prigione per qualche tempo, non tanto pensava, perchè i miei amici partigiani mi avrebbero liberato, e non dovevo avere paura. Gli dissi che non avevo paura, disse: bene. Disse che lui doveva partire, ma che voleva darmi una lettera e che si fidava di me, che la consegnassi personalmente a te o a nessun altro, che la bruciassi se non te l’avessi potuta consegnare. ” Si interruppe, riprese fiato. Era affannato, la sua voce era un sussurro roco. Dall’angolo della piazza spuntavano già le sagome in corsa di Armida e Anita. Anita aveva le braccia tese e correva maldestra, i piedi impacciati da grossi scarponi e le gambe magre. Le si era sciolto il nodo dei capelli, e la treccia sottile le danzava sulla schiena. “Insomma, ecco, è così” concluse in fretta. “Grazie, Andrea.” “Grazie a voi… io sarò anche giovane, ma ho capito che voi c’entrate.” Non risposi.

 Mi ritrovai a sorridere appoggiata al muro accanto a Armida, mentre Anita lo abbracciava pazza di gioia e gli stampava baci sul viso, e Andrea la prese alla vita e la sollevò, e lei con la treccia sciolta rise forte piangendo e parve giovane anche lei, una ragazzina, il viso smunto pieno di sole.

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La Stella, 10

26 maggio 2014

Un boato assordante fece tremare il muro al quale mi appoggiavo. Luigi bestemmiò. “Questa è cascata vicina.” I visi di tutti erano rivolti verso la luce giallastra di una lampadina ingabbiata, come se da lì potesse venire la salvezza. L’odore era quello di corpi non lavati, di sonno, sudore, notte e umidità. La paura pesava sulle spalle curve, sulle teste spettinate, passava in rivista i resti delle truppe, invisibile e viva. Un bambino piangeva un pianto sonnolento, lamentoso. Armida mi si stringeva contro, impacciata dalla mia pancia, le mani intrecciate tra le mie dita e i chicchi sudaticci di un rosario. Un filo di polvere colava sulla testa piegata di un ragazzo dal lungo collo sporco. Eravamo corsi giù nel rifugio ubriachi di sonno, come ogni notte da due settimane a questa parte. Ogni notte, dai letti su cui ci stendevamo vestiti, avevamo visto i fuochi dei bengala avvertirci che gli americani stavano tornando a bombardarci. Occhi di fuoco che illuminavano le vecchie mura, i tetti dei palazzi, salivano verso le torri come le pupille incendiate di chissà quale bestia ululante. Non eravamo sfollati. Io, perché temevo ormai di partorire in un fienile, senza ostetrica. Luigi, per la sua eterna paura di lasciare la Stella incustodita. Mia sorella Armida, perché ormai era paralizzata dall’angoscia e mi seguiva ovunque, come un’ombra inutile e inquieta. 

Una nuova esplosione fece vacillare, e poi spegnere, la luce. Qualcuno gridò “Restate seduti, calma!” mentre già si accendevano fiammiferi e qualche torcia elettrica. Mi sentivo gonfia, polverosa, piena di questo figlio che scalciava sotto le bombe, noi sotto le macerie delle case e lui sotto le mie. Piena di vuoto. Un figlio di pietra, di calcinacci, un figlio di polvere. La stanchezza mi annebbiava la vista, mi mancava l’aria. Un nuovo boato. “Ci ammazzano tutti!” urlò Armida aggrappata al mio braccio. Mi girai verso il suo viso grigio e le dissi “Stai zitta! Non ci ammazza nessuno.” Presi la sua testa tra le mani e me l’appoggiai sul petto. Singhiozzava. Ogni singhiozzo inghiottiva un po’ del mio vuoto e me lo rendeva, amplificato come un’esplosione. Nella penombra il vuoto si perdeva e tornava come un’eco pieno d’assenza, come i suoi passi nella navata, come la sua voce lontana che mi cercava e non mi trovava più. Tornò la luce e illuminò la larga faccia di Luigi. Lo vidi bere un sorso di brandy dalla fiaschetta che teneva sempre in tasca. Cercò di riavvitare il tappo, ma gli tremavano le mani. Allora buttò giù tutto il resto, in un solo sorso, e infilò la bottiglia e il tappo svitato in tasca, con fatica. Poi appoggiò la nuca al muro umido e chiuse gli occhi. Sentii la sua mano cercare il mio ginocchio e sostenervisi. Gli invidiai la sua paura, il suo attaccamento alla vita, la sua semplicità coriacea, elementare. 

 

L’insegna della Stella cadde durante quell’ultimo bombardamento. Il vetro giallo si frantumò, e i pezzi si mischiarono ai vetri delle finestre caduti dai piani superiori. La mattina dopo, con l’aiuto di Giorgetta, ne feci un mucchio, che spingemmo con le scope verso il muro. Passò don Mario in bicicletta, la lunga sottana nera svolazzante, e schivò un vetro all’ultimo momento. Frenò bruscamente, e mi parve che imprecasse. Aveva gli occhiali rotti e li teneva insieme con un cerotto rosa. “Buongiorno, don Mario”. Mi appoggiai al manico della scopa. Lui scese dalla bicicletta. “Buongiorno, Emma.” Si tolse gli occhiali rotti, e li pulì a un angolo della tonaca sporca. “Questa è stata l’ultima notte di bombardamenti. Sta per finire tutto. Ormai gli alleati sono vicini, forse già al Poggio: dicono che si sentono spari diversi, e canti.” Gli ultimi tedeschi erano sfrecciati via sulle moto coi sidecar, sulle camionette, in silenzio, gli sguardi fissi sotto le visiere, sporchi anche loro come noi, sbandati. Si diceva che ve ne fossero ancora, nascosti. E arrivavano ancora notizie di stragi, di civili morti, di terrore. Altre volte, lo scoppio di una mina lontana ci ricordava che si poteva morire ancora, forse adesso più di prima per caso, per sfortuna, per fatalità, per vendetta. “Sarebbe ora che arrivassero” dissi “Sarebbe ora che…” La polvere mi fece tossire, e mi risparmiò di dover concludere il discorso. Non avevo voglia di ripetere le stesse cose che dicevano tutti. Non c’era bisogno di descrivere una situazione ovvia, e dove pure tutto era come incerto, vacuo. Non si sapeva cosa aspettarsi, chi aspettare. La liberazione: e poi? Il cibo? La libertà. Il parto. “Avete avuto danni alla Stella?” “No. Il locale è intatto, è solo pieno di calcinacci.” Biribò, sopravvissuto chissà dove alla pioggia di bombe, si leccava una zampa all’ombra del portone di casa. Giorgetta continuava a liberare la strada dai vetri. Dalla porta spalancata della Stella usciva una leggera frescura. Le sedie ammassate sui tavoli sembravano braccia scheletriche. Dall’interno proveniva il suono di un martello: Luigi stava riparando la porta della cantina, che qualcuno aveva cercato di forzare durante i bombardamenti. “Siete andata a vedere in piazza, Emma? È crollata la Torre Grossa.” “No. Non ho voglia di vedere niente.” Don Mario si rimise gli occhiali sul naso e inforcò la bicicletta. “Non vi perdete d’animo, Emma.” Dette con fatica un colpo ai pedali e riprese oscillando la lieve salita verso la piazza tra i mucchi di macerie. 

Guardai in alto, verso le bifore di casa nostra, e più su verso il cielo azzurro: poteva davvero essere tutto finito? Davvero avrei partorito nel mio letto e non in una cantina sotto le bombe? In quel momento percepii un suono, dapprima indistinto, provenire dalla piazza. Erano camionette, voci umane, canti. Qualche sparo. Vidi ragazzini scendere di corsa in discesa, ridendo. Istintivamente, spinsi Giorgetta dentro il locale e chiusi la porta a vetri. “Ma che succede? Che c’è?” “Non lo so, ma preferisco capirlo da qui dentro.” Luigi aveva smesso di martellare. “Cos’è questo rumore? Sembra che venga dalla piazza… no: è la Rocca. Sta succedendo qualcosa alla Rocca.”