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Leggera

7 luglio 2011

Anche a queste latitudini è finalmente arrivata l’estate.

Sarà il caldo, il tappeto fitto dell’erba su cui sto distesa, l’immenso cielo azzurro, le argentee notti bianche, lo stridere dei gabbiani. Leggerezza, tepore. Sarà questo che mi fa sorgere una domanda leggera come un ciuffo di nuvola. Una domanda da rivista femminile, da poltrona di parrucchiere, da ora di ricreazione adolescenziale. Ma non solo.

Ed è questa: perchè ci innamoriamo di una persona e non di un’altra? Cos’è, nell’aspetto fisico di una persona, ad attrarci irresistibilmente? Cos’è questo riconoscere che si tratta di quella persona, tra i miliardi di altre possibili?

Il mio maestro e guida C.G. Jung ha una risposta. Io non so. Io guardo il cielo.

Affondo le mani nei fili d’erba, tocco la terra, sento il vento passarmi addosso. Vivo.

 

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21 commenti

  1. io credo che sia diverso per ognuno di noi. per me so che si tratta di riconoscere pezzi della mia anima nell’altro. riconoscere tratti (non necessariamente fisici) che mi appartengono, che appartengono al mio mondo interiore.
    che poi forse non é molto diverso da quello che dice l’amabile vecchio…


  2. @Henry: La situazione è l’occasione è diversa per ognuno di noi, ma mi chiedo se le dinamiche profonde non siano universali.
    Sì, direi che è un riconoscere.
    Però, l’elemento fisico è intimamente connesso a questo, e non ha nulla a che vedere con ciò che in linea generale troviamo attraente. C’è proprio un riconoscersi fisicamente, pur non essendosi mai visti prima. Tratti fisici che appartengono al proprio mondo interiore. Lo so, è pazzesco. Non infierire!


  3. Mi sembra una spiegazione consolatoria e meccanicista quella di Jung.
    Io ho preferito smettere di seguire il mio istinto (tra l’altro assai poco sviluppato) non solo per gli altri ma per qualunque decisione. Il mio giudizio su di me è così sbagliato che mi porta sempre a intraprendere percorsi a vicolo cieco. E allora preferisco andare a caso oppure ovunque, senza scelta. Quando si ha paura, scegliere è un errore.
    E spero che davvero che non ci sia solo “quella” (unica) persona. Se no sono davvero nella merda


  4. Cara Ecudielle, mi trovi in disaccordo praticamente su tutta la linea.
    La spiegazione ti sembra consolatoria? E di cosa, del presunto non senso dell’esistenza? Meccanicista? A me pare l’esatto contrario. L'”istinto”? Non so, Jung non parla di istinto. Personalmente, non ho mai seguito il mio istinto in amore, casomai ho seguito la mia razionalità, con danni altrettanto gravi. Attenzione comunque agli istinti: quello di conservazione in particolare è il più legato alla paura.
    Direi che – guardandomi bene dal volerti dare consigli – bisognerebbe forse capire di che cosa si ha paura. Non perchè questo ci metterebbe in condizione di “scegliere” (contesto anche il concetto di scelta), ma di vivere pienamente.
    Non so poi se si tratti di una sola persona o possa succedere con più persone. Penso però che la probabilità che due persone si “riconoscano” in questo modo, allo stesso modo, sia di uno a un miliardo. Ma non possiedo statistiche in merito…


  5. quoto il tuo commento qui sopra, Arte. Per me e’ sempre stata una questione di riconoscersi, proprio. La persona di cui sono stata piu’ innamorata, in certi momenti mi faceva quasi impressione perche’ mi ritrovavo a pensare se davvero non fosse un mio fratello mancato. Sono come pagine che combaciano per un niente, e’ difficile spiegare..


  6. @Elisewin: Il “fratello mancato” infatti è bellissimo. Non perchè sei uguale, puoi essere diversissima, ma perchè sei affine.


  7. Citazione infantile che impallidisce umile davanti a Jung…Anna Shirley, quella che viveva a Green Gables, li chiamava kindred spirits.
    Si incontrano, si “annusano”, a volte basta uno sguardo o una parola e scatta un’attrazione del tutto inspiegabile e senza logica, destinata possibilmente a durare, se non in eterno, a lungo. Rarissimo ma possibile, almeno spero, con tutto il mio ottimismo.


  8. @Unarosaverde: Anne of Green Gables, poi riproposta nel cartone giapponese come “Anna dai capelli rossi”… ma chi è Jung al confronto??
    Vedo che ci siamo capite.


  9. Non so, non so. Nella mia esperienza ho provato attrazione irresistibile verso persone sbagliatissime e anche verso persone che non saprò mai se potevano essere giuste o sbagliate per me e viceversa. Penso comunque che l’attrazione possa nascere senza alcuna spiegazione e che la fattibilità o la durevolezza della relazione non siano ad essa collegate o conseguenti. Non credo nelle strade segnate a priori…. E penso che l’istinto giochi sempre la sua parte; solo che non lo fa proprio sempre secondo principi di sana auto-conservazione…


  10. @Tania: Lo pensavo già, ma quello che i vostri commenti mi confermano è che questo fenomeno, il “riconoscere” (nel senso proprio fisico del termine) non è qualcosa che succede a tutti. Vedo che alcuni di voi parlano di “attrazione”, e qui infatti gioca l’istinto. Ma non è questo. L’attrazione, come dici tu, vive una vita (e una morte) propria, non ha molto a che fare con la profondità del sentimento. Ho provato attrazione per molte persone, di alcune mi sono innamorata partendo da questa attrazione, a volte è durata e a volte no.
    Qui però io parlavo di un’altra cosa, ma mi rendo conto che non riesco a spiegarmi.
    Quanto al “giusto” o “sbagliato”, la cosa non ha il minimo significato quando ti succede una cosa del genere (e so che molti dissentiranno). Come dice Jung nell’intervista: “you are gone”, e “it is a hell of a business”.


  11. Cosa ce ne facciamo di un altro in cui ci riconosciamo? Allora non è più altro e in questo essere uguale è rassicurante. Penso a levinas e al suo concetto di incontro così diverso da quello di conoscenza.
    Jung mi pare meccanicistico quando parla della donna già contenuta nei cromosomi dell’uomo e viceversa. Non sono un’esperta junghiana.
    Che sia uomo o idea io voglio essere capace di stare con viso aperto di fronte al mistero dell’inconoscibile non di fronte alla familiarità. C’è un concetto buddista di questo che ora non ricordo, uno state di fronte all’abisso e trovare noi stessi.
    Come posso sapere se ciò che ho di fronte è una consolatoria (anche il dolore lo è) proiezione di una struttura interna o invece un ‘reale’?
    Per me è il senso di non familiarità che mi guida, il senso di disagio che mi dice che mi sto spostando fuori dal recinto dalla rassicurazione che la mia struttura interna anche e soprattutto se è disfunzionale, verrà conservata.
    Non è una verità. È il mio percorso.
    Arte, non confondermi con chi cerca sicurezze. È l’unica cosa che detesto più dei conformismi e dei fascismi.
    E quindi proprio perché tu mi vedi in disaccordo da te, seppur con fatica e disappunto, tornerò a leggerti.
    Buona giornata di sorprese.


  12. non ci si dovrebbe chiedere “perché” ci si innamora in senso causale, ma in senso finalistico. E’ lì la vera spiegazione, il resto è tautologia – al momento in cui ci vogliamo innamorare, un motivo lo troviamo sempre e comunque, che sia la somiglianza o la differenza.


  13. @Ecudielle: Ti sono molto grata per questa tua replica, perchè mi consente di approfondire e precisare, e anche di capire meglio il tuo punto di vista. Alla domanda con cui apri, io rispondo: nulla. Non ce ne facciamo nulla. L’altro non è mai uguale. Penso ci sia un malinteso di fondo, causato probabilmente dal mio scrivere in modo troppo poco esatto: Riconoscersi non vuol dire guardarsi allo specchio. Vuol dire magari essere diametralmente opposti. Ma affini. Vuol dire VEDERE l’altro e attraverso l’altro vedere sè (per questo fa paura).
    L’altro, hai ragione, è sempre inconoscibile. È una domanda. Per questo non ha importanza, o meglio a me personalmente non interessa affatto sapere se l’altro è realmente esistente. È come chiedersi se Dio esiste: la risposta è il porsi la domanda, e soprattutto vivere di conseguenza. Niente meccanicismi, solo sorprese.
    E quello che dici sull’abbandono delle certezze, sul muoversi in terreno sconosciuto, lo sottoscrivo appieno: è questo. Ma non lo fai per chiunque: lo fai con e per qualcuno che col suo apparire ti porta a farlo. L’epifania dell’Altro, avrebbe detto Levinas.
    Spero che continuerai a leggermi, soprattutto se non saremo sempre d’accordo, magari quasi mai (ma magari scopriremo che lo siamo).

    @Laura: Ovvove! Dissento! Nella manieva più assoluta e categovica! Su questo noi dissentiamo ormai da trent’anni, un caso di dissenteria cronica…
    “A qual fine” ci si innamora? Per soddisfare quale esigenza, bisogno? Questo sì è meccanicismo puro, al limite del determinismo. Che peraltro lascia senza risposta la domanda del post, che non è “perchè ci innamoriamo”, ma “perchè QUELLO/A e non un altro/a”. Se fosse come dici tu, uno varrebbe l’altro.
    Non siamo noi che troviamo il motivo per innamorarci. L’amore non si deve a una nostra iniziativa, ci invade. È senza ragione.


  14. ma “quello e non un altro” vale per chi si innamora di uno solo…
    Secondo me quando ci innamoriamo il motivo c’è ed è dentro di noi. E non è sempre uguale, così come non è sempre uguale il sentimento.
    Mi fraintendi, non voglio affatto ridurre l’amore al determinismo, anzi sono forse fin troppo idealizzante: per me si parli di amore solo dove non c’è un bisogno nevrotico che spinge all’innamoramento, ne abbiamo già parlato altrove.


  15. Dunque Laura, la tua distinzione è giustissima e importante, e purtroppo dal post non si capiva (ed è colpa mia, dato che per me era sottintesa, era diciamo il Soggetto Sottinteso, ma non poteva ovviamente esserlo per gli altri): io affermo che il “riconoscersi” di cui sto parlando avviene forse una volta nella vita. Infatti ho parlato di “uno a un miliardo”. È chiaro che non può valere per gli innamoramenti che costellano le nostre vite, anche seri, anche importanti, ma dove questo non avviene. C’è una differenza sostanziale, non di grado ma proprio di sostanza, tra quegli amori e l’Incontro di cui sto parlando. E ti dò anche ragione su questo: che spesso la causa degli amori sbagliati è proprio il desiderio di essere innamorati.


  16. Interpreto il primo commento di Laura a mio uso e consumo: guardare dentro l’abisso della vacuità delle mie spiegazioni del perché quell’uno per scoprire le mie motivazioni (e su quelle correggere il tiro) e cosa cerco da una relazione.
    In altre parole, (banalmente) non ha alcun senso lamentarmi che finisco sempre in relazioni poco soddisfacenti: è un copione (un mezzo) che posso stracciare. Qual è il fine? It is a hell of a business.

    Sull’unicità del riconoscersi non sono d’accordo anche perché non sono unica nemmeno a me stessa e negli anni parti ed esigenze diverse prendono il ruolo di ‘occhio che guarda’.

    PS. Io applico questi ragionamenti anche alle idee. Anche delle idee ci si innamora e anche le idee sono altro inconoscibile.


  17. Spesso la causa di amori sbagliati sta nell’incapacità di VEDERE la persona oggetto dell’amore: ci si innamora di un simulacro, di quello che si crede l’altro sia, di quello che si vuole l’altro sia. E poi, con il passare del tempo, l’involucro sembra sgretolarsi davanti ai nostri occhi e rivelare un’altra essenza ma la persona non è cambiata e quello che si rompe è solo il filtro che noi stessi ci eravamo costruiti. Forse quando ci si “riconosce” questo non vedersi non ha tempo e modo di accadere perché un innamoramento così manca di ogni logica, anche a posteriori. E’ puro istinto.


  18. @Ecudielle, Rosaverde: Vi ringrazio dei commenti.Vorrei approfondire, ma purtroppo per qualche giorno non ne avrò il tempo. Sicuramente ne riparleremo, in qualche forma,più in là.


  19. Il post è molto bello – ma secondo me genera un sacco di franitendimenti, che tornano tutti come nodi al pettine nei commenti, perché pare che questo riconoscimento di una parte di se,sia consapevole sempre, Ma nelle nostre relazioni, amorose o meno noi riconosciamo qualcosa nell’altro e questo ci fa depositare in lui delle cose nostre. Poi che questo implichi un accorgersene è tutt’altro paio di maniche. Però vorrei essere apodittica, succede sempre. L’anima per dirla con uno e il transfert per dirla co n’antro, non sono interruttori della luce. vedono trovano scelgono dicono a ciclo continuo
    (Io comunque, si ricordo distintamente mio marito seduto al tavolo del mio studio i primi tempi che ci frequentavamo, e veniva con un paio di mutande, uno spazzolino e una valigia di libri. Io ricordo bene quella volta che lo vidi colla valigia vicino alla scrivania, ricordo la sua schiena un po’ curva, io stavo nei paraggi e pensai vedendo il corpo curvo sui libri, lo stile dello stare seduto. Pensai, è lui. Poi chi sa come andrà. Ma quella schiena è gemella della mia testa)


  20. leggo con ritardo di ritorno dalla Grecia. Non é affatto pazzesco quello che dici…


  21. @Henry: Anch’io leggo solo adesso, di nuovo in partenza. E’ come dici tu, non è pazzesco, e anzi ti dirò: anche se lo fosse, non me ne importerebbe nulla.

    @Zauberilla: Ti ringrazio davvero per la bellissima immagine che mi hai lasciato, e che riconosco tra le mie (ma la mia non era Mister C, eh)



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