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La Stella, 3

21 marzo 2014

Le onde dei capelli di mia figlia luccicavano sotto la lampadina fioca. Ero salita su per prepararla per la notte, come se fosse ancora piccola. Era un piacere per il quale rubavo sempre qualche minuto, lasciando la Stella coi suoi fuochi, i girarrosti e le pentole, l’aria grave di fumo e risate in mano a Giorgetta e a mia sorella Armida. Attraversavo la strada male illuminata e salivo le scale di casa nostra, su fino a quarto piano, fino alla camera di Margherita. Stasera era sola: Renata avrebbe dormito per qualche giorno a casa della vecchia nonna paterna, che si era sentita male. Margherita non era abituata a dormire da sola, e le avevo permesso di far salire sul letto Biribò, il grosso gatto grigio.

 Mentre le intrecciavo i capelli lei gli accarezzava la pancia. Alcuni capelli, troppo corti, le si arricciolavano sulla nuca bruna, sottile, che mi ricordò quella di Francesco, seduto in camicia sul letto d’ospedale, un giorno che ero andata a trovarlo poco prima che morisse. Ma la voce di lei, giovane, incerta,  scacciò l’immagine e mi riportò al presente. “Mamma.” “Che c’è?” “Finirà presto la guerra?” “Non lo so, amore. Lo spero, ma non lo so. Non ci si capisce più nulla.”. “Ma noi, prima, non eravamo alleati dei tedeschi? L’anno scorso a scuola ci dicevano così. Ora non si può più dire.” “Sono cambiate le cose. Ora non siamo più alleati, ora loro sono… ci occupano. Non bisogna farli arrabbiare perché sono pericolosi.” “Ma allora, di chi siamo alleati noi?” “Di nessuno. Noi dobbiamo cavarcela da soli, Margherita. Tu sei alleata mia, e io tua.” Le strinsi le spalle in una stretta troppo forte, e lei si divincolò un poco, girandosi verso di me. Aveva abbottonato la camicia da notte fino al collo, e i suoi occhi grandi e neri mi fissavano, indagatori. Aveva smesso di accarezzare il gatto, che si era acciambellato sul cuscino di Renata. “Siamo alleati dei partigiani? Andrea dice che ci libereranno loro dai tedeschi. Per questo i tedeschi se li prendono li fucilano.” Le parole le uscivano rapide, eccitate. Aveva un mezzo sorriso sulle labbra. “Andrea ti ha detto così? E che ne sa lui?” “Andrea ha quindici anni, mamma, è grande. Lui… sai tenere un segreto?” Lo sguardo si fece ancora più nero sotto le sopracciglia leggermente aggrottate, e qualcosa di gelido mi strinse il cuore: la mia bambina non era più una bambina, ma cos’era allora? Mi sedetti sul letto davanti a lei, le presi le mani fredde tra le mie che bruciavano e puzzavano di cipolla. Dalla strada arrivavano le voci roche di un gruppo di soldati che stavano uscendo dal locale. “Certo, sì amore, lo sai. Dimmi.” “Andrea fa la staffetta per i partigiani. Gli porta pane, ogni tanto anche altre cose che gli danno le persone, cibo. Una volta, nella cesta del pane aveva anche una pistola.” Mi sentii la bocca secca. “E te lo ha detto lui?” “Sì. Mi ha detto che in questo modo presto i partigiani vinceranno la guerra e manderanno via i tedeschi. Non si potrebbe fargli avere un po’ di cibo del nostro? Della Stella?” “Margherita, Andrea è un bambino e quello che sta facendo è pericolosissimo. Se lo scoprono, i tedeschi lo fucilano. Lasciate che siano i grandi a fare al guerra. Voi ancora no.” Lei ritirò bruscamente le mani dalle mie, stringendole a pugno. “Non siamo bambini. Ho tredici anni e io e Andrea siamo fidanzati, e quando finisce la guerra lui mi sposerà! E io voglio aiutarlo, e tu non me lo puoi impedire!” “Ascoltami. Ascoltami, Margherita. Io non ti tradirò, ma tu devi promettermi una cosa: lascia che Andrea faccia quello che deve fare, ma non immischiarti. Fallo per me. La guerra… questa guerra finirà presto, e dopo potrai decidere cosa vuoi fare. Potrai studiare, e poi decidere.” La sentivo ancora rigida tra le mie braccia, ma aveva appoggiato la testa nell’incavo del mio collo e il suo respiro era affannato. “Cos’altro fa, Andrea?” “Porta messaggi, ambasciate. Sa la parola d’ordine. Odia i tedeschi perché hanno mandato il suo babbo in Germania. Non devi preoccuparti, sta attento. Non ho detto nulla a nessuno, neanche a Renata. Lei è ancora piccola e morirebbe di paura. Ma mamma, fai sparire un prosciutto e daglielo. Domattina, quando viene col pane.” “Non so se posso, Margherita. Luigi… ” “Luigi è stupido, mamma. Non se ne accorgerà.” “Vedrò cosa posso fare. Ora dormi. Devo tornare giù.”

 Le rimboccai le coperte, le baciai la fronte. “Fidanzata con Andrea… ” non potei fare a meno di sorridere. Anche lei sorrise, un sorriso complice, che non le avevo mai visto. “Me lo ha chiesto per Natale, alla tombola del prete. Gli ho detto di sì, perché hai visto che begli occhi verdi che ha? E poi sa suonare la tromba. Ora suona quella del suo babbo.” Ricordai Vincenzo, il padre di Andrea, che suonava la tromba nella Filarmonica, le sue serenate notturne da ragazzo, d’estate, e mio padre l’aveva scacciato a secchiate. “Sì. Ora dormi. Guarda Biribò, lui dorme già. Buona notte, Margherita.” “Buona notte, mamma.”

 Uscendo lasciai la porta socchiusa, per permettere al gatto di uscire. Il corridoio era buio, ma mi mossi a tentoni verso la cucina: dovevo bere un bicchier d’acqua. Accesi la luce e sobbalzai: seduto al tavolo, al buio, con un bicchiere di vino in mano, c’era Luigi. “Che ci fai qui, a luce spenta?” Aveva buttato la giacca sulla spalliera di una sedia, aveva i  bottoni del gilet sbottonati, le maniche rimboccate. Doveva aver bevuto più del solito. “Che ci faccio? Sono in casa mia, no?” “Pensavo fossi giù. Io devo scendere, Giorgetta e Armida sono sole.” Feci per allontanarmi, perché temevo una discussione in quelle condizioni. Mi misi lo scialle sulle spalle. “E invece non te ne vai. Che ti ha detto Margherita?” “Niente. Che doveva dirmi? Parla piano, che adesso dorme.” “Niente? Magari avrò bevuto un po’, ma non sono sordo: ho sentito di quel figlio di puttana di Andrea, di quello che sta combinando.” Mi resi conto che allora aveva sentito anche il resto: Margherita che lo chiamava stupido. “Luigi è uno stupido”. Era questo, allora, quello che gli bruciava. E aveva davanti me, per sfogarsi. Non dissi nulla. Mi appoggiai con la schiena alla credenza, incrociando le braccia. In cucina, col fuoco spento, faceva freddo. “Sono ragazzi, Luigi. Si sarà inventato tutto per farsi grande con lei.” “Si? Bè, il mio prosciutto se lo sogna. E se non la lascia stare, racconto al capitano Metzger qualcosa che ce lo toglierà di torno, lui e la sua cesta di merda.” Sapevo per esperienza che la cosa migliore in quei casi era tacere. E dovevo far tacere lui, perché non volevo spaventare Margherita, non volevo che lo sentisse. Non lo doveva sentire. “Io scendo.” “E tu, ascoltami bene, tu… stai attenta. Un passo falso, un parola di troppo e te la faccio pagare. Vacca.” Lo lasciai lì. E lì lo ritrovai, qualche ora più tardi, a russare col capo appoggiato al braccio, il fiasco vuoto, la cucina gelida.

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La Stella: 2

14 marzo 2014

I due soldati stavano in piedi al banco della mescita, gli stivali lucidi simmetricamente appoggiati alla staffa di ottone. Uno, quello più basso, aveva un po’ di pancia e la voce roca. L’altro, più giovane, il viso rosso di geloni. Pareva timido, in allarme. Quello basso chiese due caffè. Riempii due tazze di surrogato. Quello basso, dopo averlo assaggiato, lo respinse con una smorfia e disse “vino” come se dicesse “schifo”. Riempii due bicchieri  di vino, quello un po’migliore che si serve la mattina presto, quando ancora non sono ubriachi. Quello giovane bevve prima anche il caffè, rivolgendomi un furtivo cenno di ringraziamento. Mi venne in mente che parevano stanchi, che forse erano stati di guardia tutta la notte, e che forse erano proprio loro ad aver fucilato quei disgraziati.

Luigi, con la barba lunga, si era seduto a uno dei tavoli e leggeva il giornale. Anche lui faceva colazione con un bicchiere di rosso. I primi tempi dopo sposati non beveva di mattina. Non ho mai capito se lo faceva per farmi credere di non essere un alcolizzato o se davvero brevemente ci aveva creduto anche lui, se anche lui si era illuso che le cose potessero cambiare con me, la nuora giovane della sua ex amante, rimastale in casa alla morte del figlio con una bambina piccola, due bocche in più da sfamare, un fardello di cui lei doveva liberarsi. E Luigi, anche lui vedovo, si offerse di aiutarla a liberarsi di me, e iniziò l’opera di seduzione che conosceva bene, quella che usava con quelle che non sposava, quelle degli incontri clandestini, quelle sposate, ma funzionò anche con me: le sue lettere in bella calligrafia, i fiori, i regali per Margherita. Dapprima non lo volevo. Non mi piaceva la sua faccia larga, rossa, i suoi completi di velluto, il cappello a larga tesa e il sigaro e l’aria da padrone. Ma era gentile, allora era gentile. Mia suocera mi prese per sfinimento e mi convinse: quest’uomo, questo buon partito, avrebbe fatto studiare Margherita e l’avrebbe vestita bene, avremmo fatto le signore, e comunque lì da lei non ero più la benvenuta, e me lo faceva pesare ogni giorno che Dio mette in terra: anche solo l’ostentazione con la quale posava la zuppiera sul tavolo, quello sguardo nero, senza fondo. Persino le figlie fuggivano una dopo l’altra in matrimoni avventati, lontane nel mondo, in Francia, a Giava: via da quello sguardo nero. I figli invece rimanevano, deboli e remissivi come il padre, a mandare avanti l’azienda. Lei, come un ragno, tesseva la rete. Lasciava alla grassa mosca, Luigi, quella piccola, me. Avevo finito per sposarlo. Ed ora lui era lì col vino e il giornale, immerso nella patetica ricerca di affari, accordi, commerci, baratti, che sarebbero andati male come gli andava male tutto, perchè era maldestro nella sua astuzia, e la consapevolezza che gli baluginava nella mente, che io fossi più intelligente di lui, lo rendeva violento. Più intelligente, più capace – ma probabilmente anche incinta. Dio mio incinta no, pregai.

Luigi alzò gli occhi su di me e io li abbassai in fretta, occupata a sciacquare i bicchieri. I soldati parlavano tra di loro in tedesco, quello basso rise. Dalla cucina veniva un odore meschino di soffritto. La porta si aprì ed entrò una folata d’aria fredda, un turbine di fiocchi rosa e le bambine. “Mamma!” Margherita, il viso bruno e il cappottino aperto sul grembiule a quadretti, aveva un colorito più sano della cugina, che era bionda, magra, esangue, due grandi occhi azzurri come sua madre, come me. In quei giorni di guerra viveva con noi, come noi delle briciole della trattoria La Stella, questa specie di mucca stremata che continuavamo a mungere sapendo, almeno alcuni di noi lo sapevano, che non avrebbe sopravvissuto la pace, se mai la pace fosse arrivata. Andai incontro alle bambine, asciugandomi le mani al grembiule. “Non voglio che veniate qui, lo sapete.” “Gliel’ho detto, ma è voluta venire lei” Renata puntò il dito magro verso la cugina. “Voglio il nostro panino” disse Margherita ignorandola, e si sedette a uno dei tavoli. La faccia larga di Luigi si illuminò guardandola. L’amava più che se fosse stata sua figlia. Non avendo mai imparato a giocare, non giocava con lei, ma gli piaceva assistere ai suoi giochi, e ancora di più esserne oggetto passivo: la lasciava arrampicarsi sul suo grosso corpo, scimmiottarlo, indossare il suo cappello, depredare di spiccioli il suo portamonete bisunto. Non aveva, e non avrebbe mai, alzato la voce o le mani con lei. Per quello, bastavo io. Quello per Margherita era un amore ingenuo, superstizioso, da bruto: un incanto. La sua luce gettava un riverbero di splendore persino sull’insignificanza della cugina. “Ma certo, il panino, subito! Emma, preparagli anche un po’ di latte. Venite qua a sedere al mio tavolo, bambine!”

 “Tra poco sarei venuta su da voi a prepararvi la colazione, lo sapete” dissi piano mentre versavo loro il latte caldo “non dovete entrare qui.” “Perchè?” “Perchè non è un posto per bambine. Li vedete quelli? Li vedete i fucili?” Indicai i due soldati, che ora stavano uscendo, mentre entrava un gruppetto di ufficiali. I soldati salutarono con deferenza, sbattendo i tacchi, gli ufficiali con un cenno del capo. “Ma cosa c’entrano i fucili, qui sono al sicuro, sono più al sicuro qui che in giro per il paese, di questi tempi. Stai zitta tu.” Luigi si era rabbuiato, e a quel punto sapevo per esperienza che era meglio non dire nulla e parlare alle bambine più tardi, senza di lui.

 Gli ufficiali si sedettero a un tavolo lontano dall’entrata, chiesero un brandy, “del nostro” dissero. Lo versai da una delle grosse bottiglie che mi avevano portato dal comando, che tenevo chiuse a chiave sotto il bancone. Una sera, quella chiave mi era costata l’impronta livida delle grosse mani di luigi sul braccio, ma non gliel’avevo data. Ci mancava solo che si mettesse a vuotare le bottiglie dei tedeschi, per metterci nei guai.

 Portai il brandy ai tre tedeschi. Uno di loro, che si era tolto il cappello scoprendo una testa grigia e impomatata, mi gettò rapidamente uno sguardo rapace. Conoscevo quello sguardo, era quello dei sensali di bestie che si incontravano al mercato: giudicava l’animale e le sue potenzialità. Cercava la macchia, la zoppicatura, fiutava l’affare, pregustava il guadagno e il ritorno a casa con l’acquisto, sazio e un po’ brillo. Io o una vacca, nessuna differenza.

 

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La Stella: 1

11 marzo 2014

Correvo con la cesta del bucato tra le mani, pesantissima, e Armando mi correva accanto, portando tra le braccia un grosso pesce argentato. La cesta grondava acqua, i capelli di Armando erano biondi come i miei, pettinati piatti e unti dall’olio che ci metteva nostra madre. Aveva la camicia bianca della domenica e lo sguardo azzurro, era ancora vivo e anzi eravamo bambini e quindi ero viva anch’io. Scendevamo di corsa la discesa delle Fonti, correndo sempre più veloci, ed ero sicura che saremmo caduti ma non potevamo fermarci, e Armando rideva forte ma la risata si trasformò in un altro suono, sempre più stridente: i corvi che avevano fatto il nido sopra la colonna della bifora mi svegliarono, come ogni mattina.

Era ancora presto. Luigi russava ancora, e avrebbe russato per qualche altra ora, come lo stantuffo della locomotiva, ma invece di vapore emetteva un sentore acido di vino. Tanto valeva alzarsi. Sollevai le coperte, posai i piedi nudi sul pavimento freddo. Nella stanza accanto, Margherita dormiva ancora, abbracciata alla cugina Renata, le trecce scure e quelle bionde mescolate sul cuscino come corde. Richiusi la loro porta, tornai a vestirmi: la gonna scura, un po’ lunga, la camicetta di tela e una spessa giacca di lana color pecora. Mi lavai rapidamente le mani e il viso nella catinella, versando l’acqua gelida dalla brocca di smalto. Sull’asciugamano avevo ricamate le mie cifre, prima che tutto succedesse, prima che morisse Francesco, prima che nascesse Margherita, prima di Luigi, prima di questa guerra. Mi appuntai alla cieca i capelli, togliendomi via via le forcine che tenevo strette tra le labbra.

Giù in strada cigolavano le ruote del carretto della lattaia, mentre le prime donne uscivano di casa a farsi riempire i pentolini. Il mestolo della lattaia sbatteva nel secchio di latta. Le donne erano avvolte negli scialli sulla camicia da notte, i piedi infilati negli scarponi da uomo rimasti vuoti.Cominciava a fare giorno. Scesi le scale al buio. Al primo piano, davanti all’immagine della Madonna di Pancole, brillava una luce fioca. Uscendo in strada mi assalì un capogiro, e una morsa allo stomaco vuoto: basta che non sia incinta, pensai. Basta che non sia incinta.

Attraversai la strada. Sull’uscio della trattoria mi aspettava Giorgetta, la sguattera. “Buongiorno signora, disse con un accenno di riverenza. Entrando, si tolse lo scialle nero che le copriva testa e spalle. Le appoggiai una mano sul braccio. “Non chiamarmi signora, te l’ho detto tante volte. Non c’è n’è bisogno. Come mi chiamo lo sai.” “Va bene… Emma.” “Non sono poi tanto più vecchia di te” “No no, figuriamoci, io sono del quindici”. “Ora vai ad accendere il fuoco, Giorgetta. Io intanto dò una spazzata qua, e poi facciamo colazione insieme.”

Il locale sapeva ancora di fumo, quello delle sigarette dei soldati, dei sigari degli ufficiali, del grasso dell’arrosto girato nel grande camino. Vi indugiava un odore di uomini, di cuoio di stivali, sudore, cibo e liquori. Mi tornò la nausea, e allora spalancai la porta lasciando entrare l’aria fredda di febbraio. Sparsi la segatura dal grosso secchio su tutto il pavimento, poi presi a spazzare. Il movimento mi riscaldava, e presto mi sentii meglio. Dalla cucina sentivo il canto sommesso di Giorgetta che accendeva il fuoco. Dall’altro lato della strada, il fornaio toglieva le imposte di legno dalla vetrina, mentre il garzone ne usciva con una grossa cesta di pane da consegnare. Mi tornò in mente il sogno: la cesta del bucato. Il ragazzo entrò subito da noi. “Emma, buongiorno! Avete dormito bene?” disse a voce alta. E poi, più piano, con aria eccitata: “E avete sentito gli spari stanotte?” “Gli spari?” “Ne hanno presi due, stanotte. Due della Boscaglia, ma non di qui. Di Colle, dice. Dice che erano nascosti dal Moretti subito dietro le mura. Fucilati subito, dice. L’ha detto il Guardia alla zia.”

Giorgetta era apparsa sulla porta della cucina. Si era già messa il grembiule. “Li hai portati i panini che ti avevo ordinato ieri?” “Ho portato quelli che mi ha dato il padrone, tutti no. Non c’è farina per farli tutti, dovete farvela dare dai tedeschi la farina per farli, noi non ce l’abbiamo più.” “Stai zitto Andrea. Dacci quelli che hai a prosegui il tuo giro, svelto.” Di malavoglia, privato dell’opportunità di raccontare i fatti della notte, il ragazzo tirò fuori dalla cesta un sacchetto di carta e lo appoggiò sul bancone della mescita. “E buona giornata a voi”, disse facendo l’occhiolino a Giorgetta con un gesto da adulto. Poi uscì. “Quello fa troppo il furbo”, disse lei. “Dalla cucina si sentiva tutto. Ma è vero?” “Non lo so. Sarà vero di certo. Ne risentiremo parlare.” Misi via un panino per le bambine, chiusi gli altri nell’armadio. Con un panno bagnato cancellai decine di cerchi rossi dal marmo del bancone, evitando di guardare la mia immagine riflessa dallo specchio dietro le bottiglie. Non vedermi, non sentirmi, non pensare. “L’hai messo su il caffè, Giorgetta?” “Si, Emma, venite a sedervi un po’ in cucina, ora. Prima che scenda il signor Luigi.”

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Cari

7 marzo 2014

Cari aficionados che ancora mi seguite.

Da qualche tempo ho preso la decisione di usare questo blog più o meno come una sorta di laboratorio, ma anche ripostiglio, ma anche pattumiera a volte, di scrittura. Non è detto che sia sempre così, ma per ora è così. Il primo esperimento, “Narrazioni”, è stata la scommessa di un racconto nato senza trama precisa. Scrivevo senza sapere cosa sarebbe successo, e con l’autoimposizione di una forma corale, e di una certa compiutezza per ogni episodio. È stato molto faticoso. Il risultato è tecnicamente scarso, a mio giudizio, e avrebbe sicuramente tratto vantaggio da una redazione drastica, ma mi si dice che a qualcuno è piaciuto. A me, soprattutto, è servito da esercizio.

La prossima cosa che scriverò avrà un altro carattere, e un respiro più ampio. Avrà, soprattutto, una trama predefinita. Sarà qualcosa di più lungo, che pubblicherò qui via via, anche in questo caso riservandomi in seguito una redazione finale, della quale probabilmente non vedrete il risultato. Sarà, anche questo, un esercizio di scrittura.

Vi chiedo quindi pazienza, e chiedo anche, a chi di voi lo vorrà, di non esitare a darmi pareri, critiche e suggerimenti, anche in forma privata come alcuni di voi hanno fatto. La mia mail è come sempre pioggiablu@gmail.com. Ci tengo.

Vi abbraccio tutti, cari aficionadissimos.

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Narrazioni, 10

2 marzo 2014

A svegliarlo fu l’abbaiare lontano di un cane. Ormai, aveva il sonno leggero e inquieto della vecchiaia. Si girò su un fianco cercando di riaddormentarsi. L’abbaiare continuava, insistente, roco – il che non era una novità, di questi tempi: cani randagi, affamati, uomini affamati e randagi. Pochi. 

Riaprì gli occhi, cercando di capire l’ora. Il suo corpo gli diceva notte fonda, ma un lieve chiarore penetrava dalle tende della finestra: poteva essere già l’alba? Il vecchio prete si alzò faticosamente. Ai piedi aveva grossi calzettoni di lana, e una sciarpa di lana al collo. Appoggiandosi con le mani ossute al comodino, poi alla libreria, infine alla spalliera di una sedia, raggiunse la finestra e scostò la tenda. Istintivamente, si portò le dita raccolte alla fronte, in un inizio di segno di croce, che non concluse. La mano gli ricadde, inerte, e con l’altra dovette aggrapparsi alla tenda per non cadere. 

L’ospedale, giù nella valle, bruciava. Folate di vento alimentavano le fiamme, che ormai avevano raggiunto tutti i padiglioni. Intorno, non si vedeva anima viva. Nessuno a spegnere l’incendio, nessuno da salvare, nessuno più vivo lì dentro. 

Il vecchio prete si infilò gli occhiali. Solo allora gli parve di distinguere, al limite della cortina scura degli abeti, una piccola sagoma scura. Sembrava un bambino, o una bambina. Costeggiava di corsa il margine del bosco, fuggendo dalle fiamme. Correva maldestra, inciampando nella neve arancione. Il tetto dell’edificio centrale crollò in un capolavoro di faville.  La bambina, vedeva ora che era una bambina, si fermò ad ammirare lo spettacolo. Poi riprese a correre, e sparì nel bosco, verso la montagna. 

Più nessuno uscì nella neve. 

 

 

(Fine)

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Narrazioni, 9

11 febbraio 2014

Prima ancora di aprire gli occhi, sul pavimento del laboratorio, avevo riconosciuto il suo odore: un misto lieve di sudore, sapone e altro, qualcosa di indefinibilmente animale. Poi sentii le sue dita cercarmi il polso, e poi ancora la sua voce chiamare il mio nome. Con fatica, aprii gli occhi a guardarla: le ombre lunari delle occhiaie si erano fatte più profonde, ma la porcellana intorno alle iridi era ancora bianchissima. Sotto quello sguardo non si poteva morire. “Ti ho ritrovato. Come stai?” Da allora sono passati giorni, e notti, e lei è ancora con me. Insieme abbiamo cercato questo posto, in un’ala deserta dell’ospedale, in quella che era la pediatria. Viviamo di una scorta di latte in polvere e omogeneizzati che ho trovato in uno degli armadi. Mangiamo poco. Ci bastiamo. 

Passammo i giorni successivi a parlare di noi, della vita di prima, di tutto quello che c’era, di quelli che c’erano e che erano per noi il mondo. Lei raccontava febbrilmente, in modo quasi concitato, convulso. Le sue lacrime brillavano come mercurio alla luce della candela che accendevamo appena faceva buio. Dormivamo anche, molto. Ci svegliavamo nel cuore della notte per raccontarci i nostri sogni, ed erano sogni nei quali non ci conoscevamo ancora, e la vita senza conoscerci ha finito per sembrarci questo: un sogno che sbiadisce.  

Un mattino, mentre il sole entrava a fasci dai vetri sporchi e la neve gocciolava sciogliendosi dalle grondaie,  presi a raccontarle di quella volta che Jonas da piccolo cadde nel fiume e Anna lo salvò gettandosi a nuoto, e di come fosse bella, Anna, e di come fosse coraggioso e vivace Jonas. Sentii che la voragine di vuoto che ho dentro stava per inghiottirmi.  Smisi improvvisamente di parlare: la mia voce era diventata un gemito, un urlo di bestia. Lei esitò brevemente, sull’orlo di qualcosa di molto lieve e tenero, poi prese a sbottonarsi il camice sporco, lasciandolo cadere ai suoi piedi. Una massa opaca, invisibile, mi chiuse la gola. Lei mi tese la mano ed io emersi dall’abisso, per entrare in lei. Con la stessa frenesia con la quale mi aveva raccontato tutto, con lo stesso alito caldo di febbre mi si avvicinò, quel mattino luminoso e crudele, appena svegli, e mi offrì il suo corpo, e volle il mio. 

Abbiamo imparato a conoscere la nostra pelle. Quella delle mie mani ruvide, quella del suo addome candido e teso. Le grosse vene sul mio collo, quella sottile, azzurra, che le attraversa una guancia. La peluria folta del mio petto ha sfiorato quella soffice del suo pube, e per la prima volta ho pianto. Io non la cercavo, lei non cercava me. Qualcosa ci ha trovati, e adesso non dormiamo più. Dormire significa staccarsi dall’altro, scivolare via come due barche nella corrente, e invece bisogna tenere lo stesso corso, non perdersi di nuovo, non perdersi più. 

 

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Narrazioni, 8

26 gennaio 2014

Il portone dell’ospedale si chiude alle sue spalle con un tonfo in ritardo, che la fa sobbalzare. Ha i capelli lisci e una frangetta che scosta con un movimento automatico della mano. Il naso è un po’ schiacciato, gli occhi obliqui, azzurri, vivaci. Tiene la bocca semiaperta sui grossi denti bianchi. Potrebbe avere nove, dieci anni. Si guarda intorno curiosa, per nulla spaventata. Indossa una tuta da ginnastica, felpa e pantaloni, di quel colore arancio polveroso che trovi sempre ai saldi. Ai piedi ha scarponcini pesanti. Le gambe dei pantaloni, in fondo, sono un po’ bagnate di neve. Lo sguardo estremamente mobile scorre sulle poltroncine dell’ingresso. Respira forte, probabilmente ha corso. Tiene le mani arrossate stretta a pugno, come a trattenere l’urgenza di toccare tutto. 

Anna la vede dallo spiraglio delle porta che ha socchiuso. La vede fare qualche passo, guardarsi attorno, dirigersi verso un distributore di bibite e premere i bottoni a caso, senza risultato. 

Lars la vede dall’alto del ballatoio, dal secondo piano che sta perlustrando alla ricerca del Grigio. La vede frugare nei cassetti dietro il banco di accoglienza, gettare cartacce, cercare cibo. 

Robert non la vede. Ha dato fondo a tutte le riserve per riuscire a trascinarsi nel laboratorio di analisi, dove si è accasciato dietro una centrifuga e ora dorme, e sogna di rincorrere Jonas in una interminabile salita, e di doverlo ad ogni costo raggiungere prima che arrivi in cima – e mentre sogna emette rantoli soffocati, muovendosi inquieto sul pavimento. 

La bambina ha fame. Ha anche freddo, ma ha più fame che freddo. Non ricorda bene da quanto non mangia. Ci sono molte cose che non ricorda. Tra le ultime che ricorda c’è il corpo della madre accanto al suo nell’appartamento al sesto piano, qualche mattina fa. Già allora aveva fame, e già prima di allora, da quando la madre si era ammalata e non erano più uscite. Del resto, non le era ancora permesso uscire da sola, e da quando aveva smesso di andare a scuola non si era mossa da quella camera. Non conoscevano nessuno nel palazzo, solo i gemelli del primo piano, quelli che una volta l’avevano spinta giù per le scale e le avevano detto quella parola strana: mongo. Mentre la madre le medicava le ginocchia lei le aveva chiesto “che vuol dire mongo?” e allora aveva capito che doveva essere una parolaccia, perché la mamma si era messa a piangere e non aveva risposto. Doveva essere proprio una brutta parola per rattristarla così: non l’avrebbe detta più. 

Quando la mamma è diventata fredda e ha smesso di muoversi, la bambina però è dovuta uscire lo stesso, gemelli o non gemelli. Ma lungo tutti e sei i piani di scale non ha incontrato nessuno – solo da dietro la porta del terzo si sentiva un cane ululare. Per strada non passavano più le macchine. C’era un silenzio innaturale, rotto da rumori insoliti: cartacce che volavano, il passo strascicato di quelli che giravano in cerca di altri che giravano, il cigolio di un carrello del supermercato che una donna spingeva sul marciapiede, un bambino solo che picchiava forte con una sbarra di ferro per sfondare una vetrina. Nessuno parlava, nessuno sembrava neanche vederla. Il piccolo supermercato all’angolo, saccheggiato da tempo, aveva le porte bloccate da cumuli di neve. La poche strade conosciute sembravano diverse, ed è facile perdersi quando non sai dove vai. 

Non aveva pensato a coprirsi bene, e presto ebbe freddo. Cercò di rifugiarsi in un androne, ma era occupato da un gruppetto di ragazzini che la fece fuggire. Le aizzarono contro un grosso cane nero che la spaventò tanto da farla correre fino a perdere il fiato. Si ritrovò in un terreno innevato, lontano dal centro, con boschetti di betulle e grandi edifici moderni che parevano deserti. Una scuola?Potevano esserci delle maestre gentili? Qualcuno che l’aiutasse a ritrovare la strada di casa, magari a risvegliare la mamma? Che le desse qualcosa da mangiare?

La bambina ora è nel vestibolo, in piedi davanti a un cartello con molte frecce. Legge con fatica, muovendo le grosse labbra. “Ambulatorio” “Ematologia” “Chirurgia toracica”. Le parole sono segni vuoti come il mondo. “Mensa dipendenti”: mensa, come a scuola. La mensa è dove si mangia, questo lo sa. Decide di seguire la freccia. La mensa è dove si mangia, e lei vuole mangiare. Imbocca svelta il corridoio a destra. La suola delle sue scarpe di gomma cigola sul linoleum sporco, e il rumore copre quello del passo, lento e pesante, alle sue spalle.

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Narrazioni, 7

15 gennaio 2014

Da quando i passi pesanti di Lars si sono allontanati sono passati cinquecento respiri. Immagino i miei polmoni dilatarsi e contrarsi nel buio, la forma aggraziata del cuore che lentamente si calma e riprende il suo battito regolare. Aiuta.

 L’oscurità non è quasi mai totale. Da sotto lo spiraglio della porta passa una lama di luce appena percettibile. Anche il corridoio, fuori, è buio, ma da qualche parte, lontana, dev’esserci una finestra. Non sono mai stata in questo stanzino. C’è un odore forte di Lars: fluidi corporei, scarpe di gomma, alcol, polvere. Cibo, anche: tanfo di tonno in scatola. Tabacco.

 Mi ha legato le mani con un rotolo di garza. Cerco di muoverle piano, prima che si gonfino e diventi più difficile. Respiro profondamente. Cerco di non pensare al Paziente, alla necessità di uscire prima che torni Lars. Provo a lavorare con pazienza, fissando la mente su altro, millimetro per millimetro, ignorando il dolore alle spalle, ignorando la paura. La garza è un tessuto cedevole. Il nastro adesivo sarebbe stato peggio – per fortuna ha usato la prima cosa che aveva in tasca. Altri trecento respiri, un altro millimetro. La garza è un tessuto cedevole. La garza è un tessuto cedevole. Ho la bocca secca.

 Dietro di me, la gamba di una sedia. Riesco a infilare l’anello di garza nella spalliera e lentamente lo allargo, con un movimento circolare e continuo, fino a sfilare una mano, poi l’altra. Me le passo sul viso sudato. A tastoni raggiungo la maniglia della porta. Naturalmente, non si apre. Non c’è una serratura in tutto l’ospedale – da anni ogni accesso è regolato da tessere con microchip. Lars deve aver regolato la sua con un codice anche per l’uscita – questo posto è il suo rifugio. Faccio un tentativo con la mia tessera: un biip e una luce rossa nel buio mi chiedono un codice che non posso sapere. Digito alla cieca il mio, come se potesse funzionare. La luce resta rossa. Mi lascio scivolare sul pavimento, con la schiena appoggiata alla porta. Due respiri profondi nel vuoto. Inatteso, un nuovo biip, e uno scatto dietro la mia schiena. Mi giro di soprassalto, balzo in piedi: la luce è verde, lampeggia. Mi viene in mente, in un’onda di forza che mi toglie il fiato, che da quando lavoro in pronto soccorso la mia tessera ha accesso universale. Una delle poche. Digito di nuovo il mio codice con le dita che mi tremano, un nuovo biip, come più vivo, e la maniglia cede.

 Il corridoio mi abbaglia di penombra. Pare deserto, ma non so più: mi sto muovendo in territorio sconosciuto. Luoghi quotidiani, noti, divenuti estranei. Imbocco un lungo corridoio disseminato di letti vuoti. Rivedo una scena di quando ancora si cercava di curare: un’infermiera che si aggirava confusa, una sacca di glucosio in mano, tra braccia che si tendevano verso di lei in un movimento ciliato, come un gigante protozoo. Ora non c’è più nessuno. Quasi: un odore pungente di decomposizione mi aggredisce da dietro una porta chiusa, che oltrepasso. Le lampadine alimentate dal generatore di emergenza si sono spente la settimana scorsa, ma la finestra in fondo al corridoio è un rettangolo indaco, nettissimo.

 Mi muovo in silenzio, rapida, lungo la parete. Prima di girare l’angolo, mi affaccio con cautela. Nulla. Col piede urto una penna a sfera che rotola fin sotto a uno dei letti. Una delle ruote la ferma. Sopra il letto, un manifesto sull’importanza di donare sangue. Con infinita cautela apro la porta della corsia. Nessuno. Il letto del Paziente è vuoto, disfatto. Le sue scarpe sono ancora accanto al comodino, dove le avevo messe dopo avergliele tolte. Sembrano pronte al movimento, use alla fatica. Grosse scarpe da montagna. Noto sul pavimento una goccia di sangue non completamente rappreso. Un’altra. Poi più nulla. O è riuscito a uscire, o qualcuno l’ha portato via.

 Passo la mano sul cuscino sporco che ora è solo sporco. Non posso restare qui, ma dove vado? Dov’è lui?  Con la coda dell’occhio colgo un movimento impercettibile fuori dalla finestra. Sto per andare a vedere, ma mi fermo dopo due passi: meglio nascondersi. Ma dove? Sento il grosso portone d’ingresso richiudersi con un tonfo, dei passi leggeri e veloci: chiunque stia entrando ha fretta, ma non ha paura.

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Narrazioni, 6

7 gennaio 2014

Circa a metà del corridoio della scuola elementare c’era un attaccapanni. Era pensato per servire a tre classi, ma ormai di classi ce n’era rimasta una sola, con dodici alunni. Il resto era andato a vivere in città. L’attaccapanni faceva parte del percorso obbligato di ogni mattina: non era permesso entrare in classe coi vestiti “da fuori” e soprattutto non con le scarpe “da fuori”, sempre incrostate di neve sporca o di ghiaia o di fango. Dentro, si usavano grossi calzettoni di lana, come pantofole. Ma la suola degli scarponi fa più male del calzettone, e per questo ti menano prima di esserseli tolti, e questo l’avevo già imparato in prima elementare, fu anzi la mia prima lezione e forse l’unica che davvero imparai a scuola. Sotto l’attaccapanni c’era una panca di legno, e lì si riunivano i due tre più grandi, e ogni mattina mi prendevo la mia dose di calci e spinte e sputi, finchè fui grande abbastanza per dare un pugno al più piccolo di loro – si chiamava Halvard, mi pare. Comunque aveva i capelli chiarissimi e la pelle ruvida perchè dopo la scuola badava le pecore del padre ed è quella pelle che io sento ancora sotto le nocche quando picchio qualcuno, come oggi il Grigio – una pelle ruvida che cede al colpo e sotto ci sono le ossa, che scricchiolano come biscotti ma non sempre cedono.

Il Grigio s’è preso una bella sberla, ma non credo di averlo tolto di mezzo, l’ho solo mandato a gallina per un po’. Non ho avuto tempo di finire il lavoro come volevo, perchè lei mi si è buttata addosso come una gatta e ha preso a picchiarmi, il che è ridicolo perchè avrei potuto spezzarle un braccio senza alcuno sforzo, ma non mi era mai venuta così vicina e mi sono un po’ paralizzato quando ho sentito il suo odore e le sue mani fresche. L’alito sapeva di pesce,  e sono sicuro che invece la sua figa sa di menta.  Allora l’ho sollevata di peso e l’ho portata nel mio stanzino. Si dibatteva abbastanza, ma persino prima di tutto questo non avrebbe avuto la forza di difendersi, figuriamoci adesso. Ho chiuso bene a chiave, e da lì non esce. Non era previsto tutto questo, ma la presenza del Grigio ha fatto precipitare le cose e ho dovuto saltare qualche passaggio del mio piano. Non si dovrebbe farlo mai – da quel momento lì, le cose sono andate a farsi fottere. Torno in sala dal Grigio per finire il lavoro, saranno passati cinque minuti al massimo – quella merda non c’è. Bisogna sempre guardarsi dalle merde come lui e Halvard, quei tipi da pecore: sono duri a morire. Non so dove sia riuscito a nascondersi ma lo troverò: non può essere andato lontano.

Una volta anche Halvard si nascose. Ormai ero più grosso di lui e gli facevo la festa tutte le mattine, io sono un po’ così, che se comincio poi ci prendo gusto e non mi va di fermarmi. L’avevo ridotto male, era verso la fine dell’anno e per allora avevano tutti paura di me, ma io sapevo bene che Halvard, se avesse potuto, mi avrebbe fatto di peggio – insomma si era nascosto, quel finocchio, nel bagno delle femmine. Mi bastò entrare perchè una di quelle troiette lo sputtanasse subito – una di quelle che non vedono l’ora. Mi fece incazzare che avesse pensato che fossi tanto scemo da non pensare che fosse lì, stretto accanto alla tazza del cesso. Con la destra lo afferrai alla nuca, con la sinistra aprii il coperchio e ci ficcai dentro quella testolina bionda. Dopodichè tirai la catenella e gli lavai ben bene il muso. Uscendo lo sentii che vomitava.  Ma non ebbe mai il coraggio di dir nulla, naturalmente.

Ora, si tratta di ritrovare il Grigio. Eliminato lui, di fare la festa a Figa Algida, ora diventata Gatta Furiosa. E se ci penso, non saprei bene dire quale delle due idee mi piace di più.

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Narrazioni, 5

4 gennaio 2014

Dalle finestre entra la luce color ardesia della lunga alba invernale. Ho la gola secca e il palato di carta vetrata. Ma sono vivo. Il mio corpo è coperto solo da un lenzuolo sottile, e dev’essere stato il freddo a svegliarmi. Sul letto accanto al mio distinguo una massa bianca, e per un attimo mi pare un mucchietto di neve – ma è un corpo umano, vestito con un camice sporco. Ho il vago ricordo di una persona accanto a me, una donna. Ha i capelli biondi, legati in una coda malandata. Ai talloni, i calzini un tempo bianchi sono anneriti, bucati. Tiro fuori le braccia da sotto il lenzuolo e stringo i pugni. Sul dorso della sinistra ho il segno di una cannula, una lieve ecchimosi che non fa male. Mi tiro su a sedere sul letto, e una vertigine mi annebbia la vista. Quando la nebbia si rischiara tento di alzarmi, ma perdo l’equilibrio e col braccio urto una brocca d’alluminio, vuota, che cade dal comodino sul pavimento con un suono reso eccessivo dal silenzio intorno. La donna si sveglia di soprassalto e si gira verso di me. È giovane. Ha il viso affilato, pallido. Il colore della sua pelle mi richiama alla mente certe tazze di porcellana inglese che mia madre usava per le grandi occasioni – “bone china”. Anche i suoi occhi sono color porcellana, ma grigi, le iridi bianche e limpide. Le occhiaie sono semilune bluastre, la bocca è straordinariamente viva e mobile mentre cerca le parole. La sua voce sembra provenire da un altro luogo, un luogo remoto, nascosto. 

“Non deve alzarsi, cadrà. Resti seduto sul letto. Lasci che l’aiuti.” Mi è subito accanto, si siede al mio fianco, mi circonda leggermente la schiena con un braccio. Odora di sudore, disinfettante e stanchezza. 

“Da quanto tempo sono qui?” Socchiude gli occhi nello sforzo di darmi una risposta, e noto che le tremano le mani. “Tre giorni? Almeno credo. Non so… non so più.” Sembra riscuotersi, drizza lievemente la schiena come un puledro e si volta decisa verso di me, porgendomi una mano lunga e delicata: “Sono Anna Mikkelsen, sono medico. Lavoro… lavoravo qui, al pronto soccorso. Mi dice il suo nome?” “Mi chiamo Robert. Anna era il nome di mia moglie.” “Anna è un nome comune” risponde lei, come a voler chiudere l’argomento. 

Si alza in piedi, va verso la finestra. Sembra muoversi con cautela, in equilibrio sull’orlo di qualcosa, ma anche con infinita indifferenza. Di nuovo, una sensazione di lontananza. Guarda fuori – il tappeto di neve sta schiarendo e dall’oscurità sono emersi i contorni degli altri edifici, alberi, in fondo al viale la statale deserta. Il suo profilo immobile davanti al vetro, il silenzio. Il lieve cigolio del letto quando mi ributto sul cuscino, già esausto, sembra riportarla al presente. “Dovrebbe mangiare qualcosa. La sua sembra essere stata una forma relativamente leggera, ma naturalmente è spossato.” Si avvicina a un armadietto grigio, tra il lavabo e una poltrona di velluto stampato a orribili rose rosse, di quelle che si trovano nelle hall di certi alberghi. Lo apre, vi fruga, si volta verso di me con un sorriso di scusa. “Temo che sia rimasta solo questa”. È una scatoletta di polpette di pesce. Cerca un apriscatole in un cassetto, l’apre con una cautela eccessiva e una concentrazione che potrebbe anche essere debolezza. Mi ritrovo in piedi accanto a lei, gliela tolgo di mano. “Dammi, ti aiuto”. Lei non protesta. “Da quanto non mangi?” Lei scuote il capo, appoggiandosi al lavabo. Deglutisce con sforzo. Sul suo labbro superiore sono apparse minuscole perle di sudore. “Non mi ricordo. Qualche giorno? Da quando sei arrivato.” 

La scatoletta emana un odore rancido, ma la convinco a dividerla con me. Mangiamo seduti sul letto, con forchette di plastica, una polpetta per uno. I globi freddi e lisci, un po’ unti, si posano sul fondo del mio stomaco come pietre, ma sento un po’ di forza tornare. Il viso di Anna adesso ha preso una lievissima ombra rosata, o forse è la luce fuori che si è fatta un po’ più intensa. Spinge verso me il resto della scatoletta, senza parlare mi invita a finirla. “Dove trovi da mangiare?” “Lars me lo porta. A volte.” “Non hai provato a cercarlo da sola? Dove sono le cucine, i magazzini? Conosci bene questo posto?” Lei tace per qualche minuto. Da un punto nascosto della sua gola la voce esce come un sussurro. “Lo conosco bene, ma non esco da qui. Lars dice che può essere pericoloso, che non c’è più cibo, lo hanno portato via. Lui a volte riesce a trovarne, ma non sempre. Almeno, a me lo porta raramente. Ma vedi, io quella scatoletta l’avevo ma non mi ero ricordata di mangiarla.” “Andrò a cercare qualcos’altro, ci serve cibo se vogliamo sopravvivere.” “No. Sei ancora troppo debole. Resta qui.” La sua mano sulla mia è un alito di vento. Vorrei alzarmi, andare, ma so che le gambe non possono ancora reggermi. “Devi distenderti. Riposare.” Mi stende una coperta addosso, mi allaccia il cinturino del misuratore di pressione, preme un bottone e qualcosa mi serra il polso, ringhiando. Ho dovuto sparare al nostro cane, Argo, prima di lasciare la casa. Voleva seguirmi, ma io non ho voluto. Doveva restare con loro, lì, a fare la guardia. La stretta si allenta, piano. Lei mi toglie il cinturino. Sta per dire qualcosa quando sento un passo pesante avvicinarsi. La vedo trasalire. “È Lars.”

Entra senza bussare. Ha un viso largo, gli occhi un po’ troppo distanti, quasi sulle tempie. I capelli rossicci, lunghi quasi fino alle spalle, la barba rada, incolta. Indossa un vecchio camice macchiato, con sotto una maglietta tesa sull’addome gonfio, al centro del quale, come un tortellino solitario, oscilla l’ombelico. Porta le maniche rimboccate fino ai gomiti, sulle grosse braccia lentigginose. Mi guarda senza parlare, con curiosità ostile, un sorriso impercettibile sulle labbra carnose. “Già sveglio? Mi sa che la sfanghi. Benvenuto tra noi”.  

Il colpo mi arriva potente come una cannonata in pieno viso. Perdo conoscenza, nell’eco l’incerta di un grido.