Archive for the ‘Uncategorized’ Category

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Il settimo padre (fiaba norvegese)

1 luglio 2014

C’era una volta un viandante. Cammina e cammina, arrivò ad una bellissima fattoria; era una fattoria signorile, così bella da sembrare un castello. “Sarà bello riposarsi qui”, si disse il viandante entrando dal cancello. Lì vicino c’era un vecchio coi capelli bianchi e la barba, che tagliava la legna.

“Buona sera, padre” disse il viandante, “Mi ospitate per questa notte?”

“Non sono io il padre di casa”, disse il vecchio; “entra in cucina e parla con mio padre!”

Il viandante entrò nella cucina; li trovò un uomo che era ancora più vecchio, inginocchiato davanti al focolare, che soffiava sui carboni.

“Buona sera padre, mi ospitate questa notte?” disse il viandante. 

“Non sono io il padre, qui in casa”, disse il vecchio. “Ma entra e parla con mio padre: è seduto a tavola, nella sala. “

Il viandante entrò nella sala e si rivolse a quello che era li seduto; era molto più vecchio degli altri due, e batteva i denti, tremando violentemente, e leggeva in un grosso libro, come un bambino.

“Buona sera, padre, mi ospitate questa notte?”

“Non sono io il padre in questa casa; ma parla a mio padre, quello seduto sulla panca”, disse l’uomo seduto a tavola che tremava e batteva i denti.

Il viandante andò allora da quello che era seduto sulla panca, che si stava caricando la pipa di tabacco: ma era così ingobbito e gli tremavano così le mani, che quasi non riusciva a reggere la pipa. 

“Buonasera, padre” disse di nuovo il viandante. “Mi ospitate per stanotte?”

“Non sono io il padre qui, disse il vecchio ingobbito. Parla con mio padre, che è a letto.”

Il viandante si avvicinò allora a un letto, dove c’era un uomo vecchissimo, ma tanto vecchio che sembrava che di vivo ci fossero rimasti solo gli occhi.

“Buona sera padre, mi ospitate per stanotte?”

“Non sono io il padre in questa casa, ma parla con mio padre, che è nella culla” disse il vecchio dai grandi occhi. 

E il viandante si avvicinò alla culla: e dentro c’era un uomo vecchissimo, così raggomitolato che non era più grande di un neonato, e al viandante parve impossibile che fosse vivo, sennonché sentiva il rumore del respiro che gli usciva di gola, ogni tanto. 

“Buona sera, padre, mi ospitate per stanotte?”

Ci volle molto prima che rispondesse, e ancora di più prima che finisse di rispondere: disse, anche lui, che non era lui il padre in quella casa, “ma parla con mio padre, che sta appeso al muro, in un corno.”

Il viandante esaminò le pareti, e alla fine gli dette nell’occhio un corno, ma quando ci guardò dentro per vedere cosa c’era, non trovò altro che un pallido spettro che assomigliava a un volto umano. Allora ebbe paura e gridò forte: “Buona sera, padre! Mi ospitate per questa notte?””

Allora dal corno uscì una sorta di debole pigolio, e a malapena gli parve di capire qualcosa che somigliava a “Sì, bambino mio!”

E allora apparve una tavola apparecchiata di cibi prelibati, con birra e acquavite, e quando ebbe mangiato e bevuto apparve un bel letto coperto di pelli di vitello, e il viandante fu contento di aver trovato, alla fine, il vero padre di casa. 

(trad. mia)

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La Stella, 12 (fine)

16 giugno 2014

Il cielo era ancora scuro, ma già non più notturno. La macchina nera aveva i fari accesi e il muso di un grosso gatto, e ronfava piano, accucciata sotto i pini del piazzale. L’autista finiva di fumare una sigaretta, appoggiato con un piede al predellino. Le portiere erano ancora spalancate, ma le valigie marroni erano già state caricate nel bagagliaio. Sul sedile posteriore erano posati due cappellini, regalo di Giorgetta per l’entrata in collegio. Margherita e Renata, in piedi accanto a me, indossavano i vestiti nuovi cuciti da Armida, blu quello di Renata, verde bottiglia quello di Margherita. Renata aveva appuntato le trecce bionde in un cerchio elegante sul capo. Il vestito da signorina la rendeva meno magra, o forse negli ultimi mesi era davvero riuscita a prendere un po’ di peso. Margherita sembrava di colpo una giovane donna, coi capelli tagliati corti all’ultima moda e le sue prime calze fini.

Avremmo venduto la Stella. Luigi aveva in mente altri affari, altri commerci, sicuramente destinati a fallire. Ma nel frattempo, forse le ragazze sarebbero riuscire a studiare. Almeno questo. Almeno loro.

Sul piazzale, un contadino tirava con fatica il suo barroccio, diretto al mercato. Un operaio sfrecciò veloce in bicicletta oltrepassando la macchina ferma, e scampanellò allegramente passandoci troppo vicino. Cinque orfanelle di santa Marta, accompagnate da due suore, si affrettavano assonnate verso il Duomo per la prima messa. La vita aveva lentamente ripreso il suo corso, a quasi tre mesi dalla liberazione. Già lontani mi parevano quei giorni, i marocchini arrivati dal Poggio coi loro turbanti impolverati che vedevamo passare per strada, in un frastuono di canti in francese e richiami beduini, noi chiuse in casa, al caldo soffocante di luglio. E mi pareva lontana la notte d’agosto in cui avevo cercato sollievo nell’occhio della bifora, stesa sul mio letto, tra i dolori, quando dal mio strazio avevano tirato fuori quel figlio gracile, quasi morto, che quasi mi aveva uccisa. Dopo il parto, spossata, per quasi un mese ero rimasta a letto ad allattarlo con fatica, e solo da qualche giorno uscivo, ancora debole, per poco, a respirare l’aria che già odorava d’autunno.

 “Mi raccomando, appena arrivate in collegio scrivetemi subito e ditemi se devo mandarvi ancora qualcosa.” “Sì, mamma. E tu ricordati di lasciar entrare in casa Biribò, la sera. E dì a Andrea che mi scriva, anche se gli fa fatica. Deve scrivere!” Gli occhi scuri di Margherita brillavano nella luce incerta dell’aurora che rapidamente diventava alba. Era ora di partire. “E dai un bacino a Pallino”, aggiunse Renata, che aveva curato con amore il cugino appena nato, forse sentendolo simile a sé nel suo gracile attaccamento alla vita. L’autista gettò via la cicca, calpestandola col tacco della scarpa. Prima di salire al posto di guida disse sorridendo “Allora si parte?” “Sì, un attimo solo.” Abbracciai prima Margherita, poi Renata. Si sedettero in macchina, i cappellini in grembo, tra di loro una borsa di paglia con le provviste per il viaggio. Le loro mani si agitarono fuori dai finestrini come ali bianche di colomba, mentre l’auto prendeva velocità e si riduceva a due lumini rossi che scomparvero dietro la prima curva.

Mi sedetti su una panchina di pietra, sotto un pino. Era ancora fredda di notte. Da lì, potevo vedere uno spicchio di cielo dietro il grosso torrione delle mura, e proprio sopra il suo bordo merlato, la luce di Venere, la stella del mattino. L’unica stella rimasta accesa dopo la lunga notte. Avevo ancora la lettera in tasca, le parole scritte sulla carta sottile, la scrittura appuntita, veloce. Non avevo più bisogno di leggerle, le conoscevo ormai a memoria come la solitudine che mi confortava ogni ora del giorno e della notte, da sola o in mezzo alla gente. Le avevo fatte mie, come lui le aveva fatte sue e me le aveva regalate, e ora erano nostre, anche lì dov’era lui ora: dov’era sempre stato, nell’altrove vicinissimo e impalpabile dentro di me.

 

Oh, come tutto è lontano

e da gran tempo trascorso.

La stella, credo,

da cui ricevo splendore

è morta da millenni.

Nella barca ch’è passata

credo d’aver udito

accenti di paura.

In casa una pendola

ha battuto le ore…

in quale casa?

Vorrei uscire dal mio cuore

e andarmene sotto il grande cielo.

Vorrei pregare.

E di tutte le stelle una dovrebbe

ancora esistere.

Io credo di sapere qual è la stella

che unica dura – che sta come una città bianca

là dove il raggio ha termine nel cielo.

 

 

FINE

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La Stella, 11

4 giugno 2014

Un’ora dopo, un camion militare si fermò con una brusca frenata davanti alla Stella. Altri lo sorpassarono e proseguirono, carichi di ragazzi e uomini che cantavano, sparavano in aria, ridevano. Sventolavano, inaudite, bandiere rosse. La gente li seguiva a piedi, in festa. Vidi la figlia del macellaio con una sciarpa rossa annodata tra i capelli ridere a squarciagola, i piccoli denti bianchi come mandorle nelle gengive rosate di bambina. Anche Andrea aveva un fazzoletto rosso al collo. Saltò giù dal camion scavalcando le assi verniciate di verde. Era dimagrito, aveva il viso pallido, un accenno di barba, i capelli lunghi, e uno sguardo nuovo, adulto, e con quello mi cercò. Entrò nel locale con due compagni, i petti attraversati da cartucciere incrociate i fucili in braccio, i visi eccitati, le sigarette accese all’angolo della bocca. “Andrea!” Nell’abbraccio, sentii la sagoma della pistola che portava alla cintura premermi il fianco. Mi abbracciò con una forza che non gli conoscevo. “Mi hanno liberato! La Brigata Garibaldi ha liberato i prigionieri dalla Rocca!” Luigi, dietro il bancone, posò subito e con inusitata destrezza tre grossi bicchieri verdi sul marmo: “Offro da bere!” Il cozzare dei bicchieri nel brindisi mi riscosse dallo stupore. “La tua mamma lo sa che sei uscito? Armida, vai subito a chiamarla, ma stai attenta!” “Volevo andare subito da lei, ma la Stella mi rimaneva di strada… e poi mi fa bene risciacquarmi la gola. Questi sono Gianni e il Falco. Sono di Colle, sono compagni della Brigata.” Con un gomito appoggiato al bancone, Andrea si atteggiava a una disinvoltura solo leggermente diversa da quella di sempre – e la differenza era un’impercettibile ombra sulla fronte, un’inclinazione del collo magro, un alzare esagerato del il mento. La differenza era che, per la prima volta nella vita, aveva avuto paura.

 “E Margherita dov’è?” Anche questo chiedere, così apertamente, davanti a Luigi, era nuovo. Ed era nuovo che Luigi non rispondesse, e che non impedisse a me di rispondere. “È sfollata con Renata a Santa Lucia. Torneranno appena le strade saranno sicure.” L’espressione di Luigi era quella di un bracco che cerchi di fiutare il vento. In silenzio, sorseggiava il vino senza sentirne il sapore, in attesa di capire come comportarsi. “A Santa Lucia ci sono i compagni, allora sono già al sicuro.” Andrea rise, gettando indietro la testa in un eccesso di spavalderia che fece ridere gli altri due. “Domani al massimo gli Alleati sono in paese” disse quello che si chiamava Gianni. Aveva una voce profonda, in contrasto col viso quasi imberbe. “E allora gli faremo vedere chi comanda, qui.” Il Falco si rivolse a Luigi e disse “Grazie, compagno. Ci ricorderemo della tua gentilezza. E di averci aiutato, quando Andrea qui faceva la staffetta. La Brigata Garibaldi si ricorda di tutto.” Vidi Luigi farsi terreo, ma riuscì a sorridere un sorriso in tralice, che a chiunque altro tranne me avrebbe potuto sembrare d’imbarazzo. “Un altro bicchiere, ragazzi?” Sembrava un banditore da fiera, con la bottiglia alzata. La parodia del banditore da fiera. “No, grazie, dobbiamo ripartire.” “Ma Andrea, non aspetti tua madre? Armida è andata a casa a chiamarla, arriverà da un momento all’altro!” Andrea sembrò in dubbio, combattuto tra il desiderio di rivederla e la vicinanza dei nuovi compagni, adulti ai suoi occhi, vincitori. ll Falco lo tolse d’imbarazzo. “Resta qui, Andrea. Torniamo a prenderti più tardi, e stanotte si festeggia nel palazzo del Podestà, con tutta la Brigata!” Grandi pacche sulla spalla, passi veloci verso la porta, il motore del camion che ripartiva. Andrea li seguì istintivamente e uscì sulla porta, salutandoli col braccio alzato, rassegnato di malavoglia a non poterli seguire. Uscii accanto a lui.

 La strada era ancora piena di gente. Passavano moto e biciclette, sembrava che fossero tutti usciti a far festa ai partigiani. Era bello, era insolito vedere tanta gente sorridere, e rividi facce di ragazzi che non vedevo da mesi, e fui felice che fossero ancora vivi. Che qualcuno fosse ancora vivo. “Emma.” Mi voltai di scatto verso Andrea. Mi si era avvicinato, e l’espressione del suo viso ora era seria, concitata. “Che c’è?” “Io ho qualcosa da darvi.” “Qualcosa? A me?” Gettai un’occhiata alla porta della Stella. Luigi era ancora dentro, prudente a non esporsi troppo. Non poteva sentirci. “Cosa devi darmi?” “Questa.” Si tolse di tasca una piccola busta, me la tese. La presi senza guardarla, sapevo di chi era. Rapidamente la feci sparire nella tasca del grembiule. Per qualche secondo tutto sembrò girarmi intorno in una danza di voci, canti, risa. Il rosso delle bandiere, i volti chiari, il riflesso del sole sugli specchietti delle camionette, sulle camicette bianche delle ragazze. Tornai a mettere a fuoco il viso pensieroso di Andrea, i suoi occhi ora abbassati. “Quella sera che ci presero, a sant’Anna, morirono tre compagni. Noi, non facemmo in tempo a difenderci. I tedeschi ci portarono al carcere della Rocca, ma sapevamo che ci avrebbero fucilati. Io non avevo paura” alzò gli occhi verdi, ancora infantili, a fissare i miei, con sfida. “Non avevo paura, ma mi dispiaceva di dover morire senza aver visto la nostra vittoria. Ma coi compagni ci facevamo coraggio, e… ” la voce gli tremò, e questo lo fece arrossire. Si interruppe, inghiottì. Frenai l’impulso di mettergli una mano sulla spalla. “Non sarà stata una bella notte.” “No.” Si passò rapidamente la lingua sulle labbra aride. “Ma la mattina… la mattina quando vennero a prenderci per portarci fuori, io ero tranquillo: ero con gli altri. Ci portarono in cortile, mi ricordo che la Torre Grossa battè le otto. Uno si ricorda di queste cose… ” Sembrò perdersi, poi tornò a parlare. Arrivò un prete, non don Mario, un altro, uno di fuori. Biascicava preghiere. Ci bendarono. Io avevo smesso di pensare, o meglio, pensavo al mio babbo, che non lo avrei rivisto più, ma erano più immagini che pensieri… di quando mi portava al campino a giocare a pallone, prima della guerra. Uno dei ragazzi, non so chi, pregava. Un altro bestemmiava. Poi sentii una mano afferrarmi il braccio e tirarmi via dalla fila, e spingermi da parte, e tirarmi in una stanza. Mi tolsero la benda, mentre fuori in cortile sparavano. Mi misi a piangere, non perché avessi avuto paura, ma per i miei amici morti. C’era un soldato che mi guardava strano, era lui che mi aveva tirato via. Poi venne un capitano. Era uno di quelli che venivano spesso qui, lo conoscevo di vista, uno alto, un po’… signore.” Sembrò vergognarsi di questa osservazione, e aggiunse in fretta: “Sì, insomma, voi saprete chi è. Parlava molto bene l’italiano. Mi disse di smettere di piangere, disse: non c’è più tempo di piangere. Disse che mi aveva tirato fuori perché ero molto giovane, ero un bambino disse. Mi alzai in piedi per picchiarlo, ma il soldato mi saltò addosso. Lui gli disse qualcosa in tedesco e il soldato andò via. Tirò fuori di tasca un fazzoletto e me lo dette. Poi mi disse che sarei tornato in prigione per qualche tempo, non tanto pensava, perchè i miei amici partigiani mi avrebbero liberato, e non dovevo avere paura. Gli dissi che non avevo paura, disse: bene. Disse che lui doveva partire, ma che voleva darmi una lettera e che si fidava di me, che la consegnassi personalmente a te o a nessun altro, che la bruciassi se non te l’avessi potuta consegnare. ” Si interruppe, riprese fiato. Era affannato, la sua voce era un sussurro roco. Dall’angolo della piazza spuntavano già le sagome in corsa di Armida e Anita. Anita aveva le braccia tese e correva maldestra, i piedi impacciati da grossi scarponi e le gambe magre. Le si era sciolto il nodo dei capelli, e la treccia sottile le danzava sulla schiena. “Insomma, ecco, è così” concluse in fretta. “Grazie, Andrea.” “Grazie a voi… io sarò anche giovane, ma ho capito che voi c’entrate.” Non risposi.

 Mi ritrovai a sorridere appoggiata al muro accanto a Armida, mentre Anita lo abbracciava pazza di gioia e gli stampava baci sul viso, e Andrea la prese alla vita e la sollevò, e lei con la treccia sciolta rise forte piangendo e parve giovane anche lei, una ragazzina, il viso smunto pieno di sole.

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La Stella, 10

26 maggio 2014

Un boato assordante fece tremare il muro al quale mi appoggiavo. Luigi bestemmiò. “Questa è cascata vicina.” I visi di tutti erano rivolti verso la luce giallastra di una lampadina ingabbiata, come se da lì potesse venire la salvezza. L’odore era quello di corpi non lavati, di sonno, sudore, notte e umidità. La paura pesava sulle spalle curve, sulle teste spettinate, passava in rivista i resti delle truppe, invisibile e viva. Un bambino piangeva un pianto sonnolento, lamentoso. Armida mi si stringeva contro, impacciata dalla mia pancia, le mani intrecciate tra le mie dita e i chicchi sudaticci di un rosario. Un filo di polvere colava sulla testa piegata di un ragazzo dal lungo collo sporco. Eravamo corsi giù nel rifugio ubriachi di sonno, come ogni notte da due settimane a questa parte. Ogni notte, dai letti su cui ci stendevamo vestiti, avevamo visto i fuochi dei bengala avvertirci che gli americani stavano tornando a bombardarci. Occhi di fuoco che illuminavano le vecchie mura, i tetti dei palazzi, salivano verso le torri come le pupille incendiate di chissà quale bestia ululante. Non eravamo sfollati. Io, perché temevo ormai di partorire in un fienile, senza ostetrica. Luigi, per la sua eterna paura di lasciare la Stella incustodita. Mia sorella Armida, perché ormai era paralizzata dall’angoscia e mi seguiva ovunque, come un’ombra inutile e inquieta. 

Una nuova esplosione fece vacillare, e poi spegnere, la luce. Qualcuno gridò “Restate seduti, calma!” mentre già si accendevano fiammiferi e qualche torcia elettrica. Mi sentivo gonfia, polverosa, piena di questo figlio che scalciava sotto le bombe, noi sotto le macerie delle case e lui sotto le mie. Piena di vuoto. Un figlio di pietra, di calcinacci, un figlio di polvere. La stanchezza mi annebbiava la vista, mi mancava l’aria. Un nuovo boato. “Ci ammazzano tutti!” urlò Armida aggrappata al mio braccio. Mi girai verso il suo viso grigio e le dissi “Stai zitta! Non ci ammazza nessuno.” Presi la sua testa tra le mani e me l’appoggiai sul petto. Singhiozzava. Ogni singhiozzo inghiottiva un po’ del mio vuoto e me lo rendeva, amplificato come un’esplosione. Nella penombra il vuoto si perdeva e tornava come un’eco pieno d’assenza, come i suoi passi nella navata, come la sua voce lontana che mi cercava e non mi trovava più. Tornò la luce e illuminò la larga faccia di Luigi. Lo vidi bere un sorso di brandy dalla fiaschetta che teneva sempre in tasca. Cercò di riavvitare il tappo, ma gli tremavano le mani. Allora buttò giù tutto il resto, in un solo sorso, e infilò la bottiglia e il tappo svitato in tasca, con fatica. Poi appoggiò la nuca al muro umido e chiuse gli occhi. Sentii la sua mano cercare il mio ginocchio e sostenervisi. Gli invidiai la sua paura, il suo attaccamento alla vita, la sua semplicità coriacea, elementare. 

 

L’insegna della Stella cadde durante quell’ultimo bombardamento. Il vetro giallo si frantumò, e i pezzi si mischiarono ai vetri delle finestre caduti dai piani superiori. La mattina dopo, con l’aiuto di Giorgetta, ne feci un mucchio, che spingemmo con le scope verso il muro. Passò don Mario in bicicletta, la lunga sottana nera svolazzante, e schivò un vetro all’ultimo momento. Frenò bruscamente, e mi parve che imprecasse. Aveva gli occhiali rotti e li teneva insieme con un cerotto rosa. “Buongiorno, don Mario”. Mi appoggiai al manico della scopa. Lui scese dalla bicicletta. “Buongiorno, Emma.” Si tolse gli occhiali rotti, e li pulì a un angolo della tonaca sporca. “Questa è stata l’ultima notte di bombardamenti. Sta per finire tutto. Ormai gli alleati sono vicini, forse già al Poggio: dicono che si sentono spari diversi, e canti.” Gli ultimi tedeschi erano sfrecciati via sulle moto coi sidecar, sulle camionette, in silenzio, gli sguardi fissi sotto le visiere, sporchi anche loro come noi, sbandati. Si diceva che ve ne fossero ancora, nascosti. E arrivavano ancora notizie di stragi, di civili morti, di terrore. Altre volte, lo scoppio di una mina lontana ci ricordava che si poteva morire ancora, forse adesso più di prima per caso, per sfortuna, per fatalità, per vendetta. “Sarebbe ora che arrivassero” dissi “Sarebbe ora che…” La polvere mi fece tossire, e mi risparmiò di dover concludere il discorso. Non avevo voglia di ripetere le stesse cose che dicevano tutti. Non c’era bisogno di descrivere una situazione ovvia, e dove pure tutto era come incerto, vacuo. Non si sapeva cosa aspettarsi, chi aspettare. La liberazione: e poi? Il cibo? La libertà. Il parto. “Avete avuto danni alla Stella?” “No. Il locale è intatto, è solo pieno di calcinacci.” Biribò, sopravvissuto chissà dove alla pioggia di bombe, si leccava una zampa all’ombra del portone di casa. Giorgetta continuava a liberare la strada dai vetri. Dalla porta spalancata della Stella usciva una leggera frescura. Le sedie ammassate sui tavoli sembravano braccia scheletriche. Dall’interno proveniva il suono di un martello: Luigi stava riparando la porta della cantina, che qualcuno aveva cercato di forzare durante i bombardamenti. “Siete andata a vedere in piazza, Emma? È crollata la Torre Grossa.” “No. Non ho voglia di vedere niente.” Don Mario si rimise gli occhiali sul naso e inforcò la bicicletta. “Non vi perdete d’animo, Emma.” Dette con fatica un colpo ai pedali e riprese oscillando la lieve salita verso la piazza tra i mucchi di macerie. 

Guardai in alto, verso le bifore di casa nostra, e più su verso il cielo azzurro: poteva davvero essere tutto finito? Davvero avrei partorito nel mio letto e non in una cantina sotto le bombe? In quel momento percepii un suono, dapprima indistinto, provenire dalla piazza. Erano camionette, voci umane, canti. Qualche sparo. Vidi ragazzini scendere di corsa in discesa, ridendo. Istintivamente, spinsi Giorgetta dentro il locale e chiusi la porta a vetri. “Ma che succede? Che c’è?” “Non lo so, ma preferisco capirlo da qui dentro.” Luigi aveva smesso di martellare. “Cos’è questo rumore? Sembra che venga dalla piazza… no: è la Rocca. Sta succedendo qualcosa alla Rocca.” 

 

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La Stella, 9

10 maggio 2014

La luce delle poche candele illuminava i gesti consueti di don Mario, e si rifletteva, quando chinava il capo, sulle lenti dei suoi occhiali cerchiati d’oro. Davanti a lui le donne erano poche, sempre meno: le teste coperte di veli neri, inginocchiate a coppie o a file di tre tra le panche, sembravano uccelli appollaiati sui fili del telegrafo, d’autunno, pronti a migrare. La navata centrale era in penombra. Sugli altari delle cappelle laterali brillavano lumi.

Quasi ogni sera andavo ai Vespri. A volte per pregare, più spesso perché era l’unico luogo e momento che avevo per me, per raccogliere i pensieri e dipanarli e poi farne ricami nuovi, come matasse di seta colorata. Ma i miei colori erano sempre meno, e le matasse sempre più imbrogliate – e tuttavia, qui trovavo una sorta di pace. La cantilena delle donne che rispondeva in latino alla schiena di don Mario, il ticchettio dei rosari contro il legno delle panche, il frusciare delle vesti, passi leggeri che si perdevano tra il buio delle colonne. 

Quella sera, inginocchiata a testa china, aspettavo un passo diverso. Al mio rientro dal Comando, quella mattina, avevo trovato Luigi ancora a dormire.  Margherita aveva ricevuto presto, da Giorgetta, la notizia dell’arresto di Andrea. Ero riuscita a calmarla solo a fatica, assicurandole che sicuramente non lo avrebbero fucilato, perché era troppo giovane. Non mi aveva creduto, ma almeno ero riuscita a convincerla a non venire alla Stella e picchiare il primo tedesco che le veniva davanti, cosa che era stata fermamente intenzionata a fare. Aveva pianto per ore, con Renata che le accarezzava le trecce, e alla fine, spossata, si era addormentata di traverso sul letto. Luigi, con l’aria patetica di chi l’ha fatta grossa, era combattuto tra la soddisfatta tracotanza dell’aver agito e il timore che Margherita venisse a sapere chi era l’autore della soffiata. Da parte mia, non avevo perso occasione per fargli capire che lei lo avrebbe saputo da me, se non avesse  acconsentito a far sfollare lei e Renata in campagna, dai genitori di Giorgetta, prima possibile. Aveva acconsentito subito, torvo, ormai pauroso anche della propria ombra. Sarebbero partite la mattina dopo. Per tutto il giorno avevo cercato di mantenere la calma e di ignorare la stanchezza, ma ora sentivo la disperazione invadermi come tenebra.

La funzione stava finendo. A testa china, inginocchiata all’ultima panca, aspettavo. Tra i ricami del velo, le candele sull’altare alla mia destra vibravano come le luci di un villaggio lontano, una sera d’inverno – e fui certa che non l’avrei raggiunto mai. Le donne si alzarono in piedi e cominciarono a uscire strascicando i passi. I loro sospiri mi esasperavano. Don Mario si inchinò per l’ultima volta e rientrò in fretta in sacristia. Restai seduta per qualche minuto, finché non mi parve di sentire una presenza alle mie spalle, nella navata laterale. Allora mi alzai. 

Mi aspettava in piedi dietro una delle grosse colonne di porfido, e la luce delle poche candele gli illuminava il viso come una febbre nei suoi occhi chiari. Mi avvicinai piano, e istintivamente gli tesi le mani. Lui le prese tra le sue, e non sapevo se erano le sue, o le mie, a tremare. Non eravamo mai stati così vicini. Sentii il calore del suo alito sussurrarmi “Emma”. Restammo in silenzio per qualche secondo. Il sagrestano zoppo spegneva le candele sull’altare, e tra poco avrebbe chiuso la chiesa: non c’era molto tempo. “Avete visto Andrea?” “Sì. Ho dovuto… non è stato facile. Ma avevo una carta a disposizione col colonnello Metzger, e sono riuscito a toglierlo dalla lista di chi verrà fucilato domattina.” “Gli altri verranno fucilati?” “Avevo solo una carta. Una sola. E lui non saprà, fino all’ultimo – perchè gli altri penserebbero che ha parlato. Mi accerterò personalmente che le cose vadano così”. Mi strinse le mani più forte, mentre il buio sembrava avvolgerci. “Grazie.” Fece un gesto impetuoso di insofferenza, interrompendomi. Poi tornò a riprendermi le mani, e in silenzio ne portò una alle labbra, sfiorandola impercettibilmente con un bacio. Non si era ancora fatto la barba, e con le dita mi soffermai appena sul suo mento ispido, già un po’ argentato. Metà del suo viso era già in ombra. “E domattina parto.” Il pavimento di marmo si mosse leggermente sotto ai miei piedi e la luce delle poche candele rimaste si fece più fioca. “Partite? E per dove?” “Montecassino. Il nostro reparto viene trasferito a Montecassino. Aspettavo l’ordine da giorni, ma ora lo stesso mi pare… improvviso.” “Ma a Montecassino… si dice che per voi sia ormai una battaglia persa.” Sorrise. “Ormai, ovunque per noi è una battaglia persa. A Montecassino perderemo solo un po’ prima che altrove.” “Ma voi non ci potete andare!” “No? E se vanno gli altri, perché non dovrei andare io?” “Perché…” il sussurro mi morì in gola. Delicatamente, con due dita, alzò il mio viso e lo guardò in silenzio, coi suoi occhi di febbre, con avidità dolorosa.  “Perché” sussurrò, ma capii che non era una domanda. “Nulla di tutto questo ha senso. Quasi nulla.”

Il sagrestano zoppo aveva finito di affaccendarsi intorno all’altare. Non c’era più tempo. Abbassai il viso sulla stoffa della divisa, chiusi gli occhi. “Io non so neanche il vostro nome” sussurrai. “Achim”. Fu un soffio, poi si spense come l’ultima candela, e restarono solo i lumini rossi, lontani, e i passi zoppi che si avvicinavano. Ci muovemmo rapidamente verso l’uscita. 

Si soffermò nello spazio tra le doppie porte. La luce del tramonto estivo filtrava dalle losanghe e colorava la sua uniforme di arancio e verde e rosso. Esitò prima di aprire la porta esterna. “Vi farò avere mie notizie.” “Sì.” Non reggevo più il suo sguardo, eppure lo cercai ancora. “Arrivederci, Achim”. Fece per rispondermi, ma rimase muto. Alzò il mento, le braccia lungo i fianchi, irrigidendosi in una sorta di saluto, e uscì rapidamente nella luce.

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La Stella, 8

2 maggio 2014

Il comando era alla Villa, una palazzina bianca sulla strada principale, all’inizio del paese. L’avevo sempre trovata un luogo triste, forse per le alte finestre ad arco, con le persiane verdi sempre chiuse, il vialetto con le siepi di bosso, la cancellata alta e puntuta. Non era più allegra quella mattina, mentre il cielo schiariva e l’aria era ancora fresca di notte. Davanti alla Villa erano parcheggiate due camionette, una macchina, tre o quattro moto col sidecar. Nonostante fosse ancora presto, c’era un’aria di attività febbrile, ma insolitamente scomposta. Uomini in divisa entravano e uscivano a gruppi, una camionetta partì e ne arrivò un’altra. Mi venne in mente quando, con un piede, si scoperchia un formicaio: tutto pareva frenetico e inutile. Pensai anche che chiunque in paese avrebbe considerato una follia entrarvi, in quel momento più di sempre. Mi fermai un attimo all’angolo della strada, dietro un albero del parco. Il bambino, già sveglio, scalciava debolmente in un punto sotto il mio stomaco vuoto. Erano le sei. Margherita si sarebbe svegliata tra poco più di un’ora e avrebbe cercato Andrea giù al forno come ogni mattina. Non l’avrebbe trovato: avrebbe visto la sua cesta era ancora appoggiata alla parete della legnaia, vuota. Le avrebbero detto che Andrea ora era in una cella della Rocca, coi compagni, o che forse già all’alba lo avevano fucilato. E questo non poteva essere, e se non era già avvenuto non doveva avvenire. Ripresi fiato.

 I due piantoni al cancello vi avevano trascorso la notte. Staccarono le schiene dal muro appena mi avvicinai, e i gli occhi stanchi mi guardarono con malcelata curiosità. Uno di loro, come per un riflesso, mi puntò addosso il fucile e disse “Halt!”. L’altro, più anziano, gli disse qualcosa di breve, in un tono più pacato. Mi fece un breve cenno del capo, guardandomi interrogativamente. “Buongiorno. Io devo parlare con… qualcuno al comando.” In quel momento mi resi conto di non sapere il suo nome: non ce n’era stato bisogno, di saperlo. I due soldati mi guardavano senza capire. Sentivo che la loro diffidenza poteva in qualsiasi momento trasformarsi in ostilità, o peggio. Dal comando uscirono tre militari, due ufficiali e un soldato, e i piantoni scattarono sull’attenti. Io mi spostai di lato, per non dare nell’occhio, mentre i tre mi passavano davanti senza vedermi, i due ufficiali in un dialogo serrato, i volti scuri, le parole come sibili di frusta. Salirono tutti in macchina, il soldato alla guida. Il ruggito del motore fece schizzare ghiaia fino agli stivali delle guardie.

 Non sapevo il nome, ma forse il grado. “Un capitano. Hauptmann.” Così lo avevo sentito chiamare. “Hauptmann?” Quello più anziano mi scrutò con attenzione. Lo riconobbi: veniva a volte alla Stella, gli piaceva il vino. Mi aveva di certo riconosciuta, anche se eravamo tutti diversi alla luce del sole, eravamo tutti molto stanchi. Mi guardò la pancia, ormai grossa, le mie mani macchiate, assurdamente tese a fare scudo. Disse qualcosa all’altro, che annuì e mi fece cenno di seguirlo, con un sorriso beffardo sulle labbra che in quel momento non capii. Percorremmo il breve vialetto d’ingresso, tra le siepi di bosso un po’ sciupate, salimmo i tre scalini e passammo davanti a un altro piantone sulla porta. Il mio accompagnatore gli disse qualcosa che conteneva la parola Hauptmann. Gli sguardi di entrambi si abbassarono sulla mia pancia, e risero brevemente. Allora capii, e nella penombra del vestibolo fresco mi sentii avvampare. Passi veloci, tacchi di stivali percorrevano il piano superiore. Dietro una porta socchiusa, qualcuno batteva con forza sui tasti di una macchina da scrivere, interrotto dallo squillo di un telefono. Mi fecero cenno di aspettare. Il piantone tornò al cancello, mentre l’altro continuava a sorvegliarmi di sbieco, con un mezzo sorriso. Disse qualcosa a qualcuno dietro alla porta socchiusa. Passarono alcuni minuti, in un silenzio innaturale. Poi, dei passi veloci giù per le scale. Riconobbi i suoi stivali, il modo di camminare, ancora prima di vederlo in viso.

 Era grigio di stanchezza. Nel vedermi, si fermò per un secondo o due, e vidi le sue dita stringersi sul corrimano. Scese gli ultimi scalini in fretta, mi fece un cenno del capo, disse “Buongiorno signora”, e poi, dopo una breve pausa “Seguitemi.” Mi fece entrare in un ufficio piccolo, che dava sul retro. Il sole del mattino batteva già sulla scrivania, in un pulviscolo polveroso. Non aveva l’aria di un ufficio importante: oltre alla scrivania, c’erano un paio di sedie, un mobile da archivio, un tavolo più piccolo con una macchina da scrivere. Alle pareti c’erano ancora i quadri che dovevano essere li da quando la Villa era abitata: stampe in bianco e nero false antiche, di quelle che si vedono nei salotti buoni.

 Chiuse la porta alle nostre spalle, con una cautela che mi parve esagerata. Fece un gesto per indicarmi una sedia, sembrò ripensarci, e con la mano mi prese delicatamente il braccio, come ad accertarsi che fossi vera, che fossi lì in carne ed ossa. “Questa visita mi sorprende. È molto pericoloso per voi venire qui, dopo quello che è successo stanotte.” “Ma è proprio per quello che dovevo venire. Andrea…” “Chi è Andrea?” Con un gesto esausto si premette la radice del naso, e chiuse gli occhi. “È uno di quelli che avete preso stanotte, a Sant’Anna. Immagino sia stato Luigi a darvi l’imbeccata.” Mi lasciò il braccio, mi fece cenno di sedermi su una delle sedie, poi si sedette dietro la scrivania, si tolse il berretto, appoggiò i gomiti sul tavolo. “Purtroppo vostro marito non si è rivolto a me, ma direttamente al colonnello Metzger. Non è stato possibile non procedere.” “Ma dove sono, adesso? Alla Rocca?” “Sì. Per ora sono stati arrestati.” “Per ora? E poi? Li fucilerete?” “Emma.” Si appoggiò alla spalliera della sedia, guardandomi fisso. “Siamo in guerra. Abbiamo ordini precisi. Se io avessi saputo di questa cosa per primo, avrei potuto far finta di non saperlo. Ho ricevuto molte delazioni. Più di quante mai immaginereste. Molte, le ho ignorate. La guerra… fa emergere il meglio e il peggio.” “Non ho visto nessuno diventare migliore in guerra. Solo più debole. Mi vergogno di Luigi.” “E cosa vi fa pensare che io sia diverso dagli altri?”

Da qualche parte sbattè una porta, qualcuno urlò degli ordini. “Non lo penso. Lo so.”, sussurrai. Si passò la mano sulla fronte.”Sentite, Emma. Non abbiamo molto tempo. Stiamo preparandoci a smobilitare, la situazione è precaria, e in questo momento voi rischiate di essere coinvolta in questa faccenda. Lo capite?” “Sì. Ma io credo… credo che i vostri uomini pensino che io sia qui per un altro motivo.” Aprì la bocca senza parlare, e lo vidi arrossire. Sollevò lo sbuardo al soffitto, scuotendo la testa. “Certo. Come ho fatto a non pensarci. Mi dispiace… mi scuso con voi di questo.” “Non ce n’è bisogno.” Era già tornato pallido. “Ma forse questo equivoco può giocare a vostro favore. È meglio che pensino questo, che altro.” La pancia mi dava il fiato corto. Mi alzai in piedi, mi appoggiai con le mani alla scrivania davanti a lui. “Io sono venuta a chiedervi di aiutare Andrea. Ha quindici anni, ed era solo una staffetta. È un bambino.” Lo guardai fisso. Sulla sua guancia sinistra il sole illuminava la barba della notte. Non si era ancora rasato. Abbassò gli occhi. “Non sarà facile. Non ho molto potere.” “È un bambino”, ripetei. Si alzò in piedi, andò alla finestra. “Ho visto morire molti ragazzi della sua età, in molti modi. Non occorre che mi diciate che è un bambino. Lo so.” “Allora, aiutatelo, se potete.” Mi si avvicinò. “Farò il possibile. Vi dò la mia parola. Ma devo agire subito. E voi dovete andare via da qui. Dovete andare a casa, e convincere vostro marito a mandare voi e le ragazze da qualche parte in campagna. Qui… non siete al sicuro.” “La Stella…” “Maledizione!” Sbattè il pugno sulla scrivania. Sobbalzai. “È davvero possibile che per guadagnare qualche soldo vostro marito metta in pericolo la vostra vita?” “Luigi non pensa. Prende le cose come vengono, un giorno alla volta. Ma potrei almeno convincerlo a mandare in campagna Margherita… le bambine.” “Andate anche voi, Emma. E perdonatemi. Non ricordo l’ultima volta che ho dormito.” Ci fu un breve silenzio. Aveva la fronte imperlata di sudore. Si rimise il berretto. “Ora dovete andare, prima che qualcuno vi veda. Io farò il possibile per Andrea.” “Grazie.” “Non ringraziatemi. Sono io che vi ringrazio per la visita. Avrei solo preferito incontrarvi in altre circostanze.” Mi accompagnò alla porta. Si soffermò, la mano già sulla maniglia. Con l’altra, prese tra due dita una ciocca dei miei capelli, la lasciò ricadere, fece un piccolo passo indietro. “Voi siete solita andare ai vespri. Ci andrete anche stasera?” Non era una domanda. “Sì. Ci andrò.” “Bene. Vedrò di farvi avere notizie. Permettete che vi accompagni fuori.”

 Dall’angolo del parco mi voltai a guardarlo. Era ancora sul cancello, il berretto tra le mani, a guardarmi mentre mi allontanavo.

 

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La Stella, 7

25 aprile 2014

Luigi si asciugò il sudore col grosso fazzoletto a quadretti, sbuffò e lo rimise in tasca. Bestemmiò sottovoce, lamentandosi del caldo, poi si versò un bicchiere di bianco dalla brocca, e lo buttò giù d’un fiato.

Era già estate, un primo pomeriggio, nella grande cucina dalle volte di pietra della Stella. Giorgetta sgusciava i piselli in silenzio, prendendoli dal grembiule. Con precisione meccanica li sgranava nella pentola di coccio, e lasciava cadere le bucce di un verde acceso in un mucchio sul pavimento di mattoni. Luigi posò il bicchiere sul tavolo di marmo con un colpo secco, e cercò il mio sguardo dall’altra parte del tavolo. “Abbiamo carne per stasera?” “Ci sono questi due polli soltanto. Ma basteranno – ormai, per quanta gente viene…” I polli erano davanti a me, ancora da spennare. Sulle piume bianche svolazzavano due mosche, e una si posò sul dorso della mia mano un po’ gonfia. Non mi sentivo bene. “Per ora i nostri amici Fritz non se ne sono ancora andati, no? Finchè restano, voi cucinate.” I cambiamenti imminenti, la smobilitazione evidente, innervosivano Luigi. Dormiva male, beveva più del solito, era sospettoso. Aveva paura, e la sua paura era sempre pericolosa per gli altri. Sentivo che non ne poteva venir nulla di buono. Continuò: “E poi, non ci sono rimasti quei due salami in cantina? Sono dell’anno scorso… ma saranno ancora mangiabili”.

Non avrei saputo dire perché, ma c’era qualcosa di falso nella sua voce. Giorgetta teneva lo sguardo fisso sul grembiule, e notai un’impercettibile esitazione delle sue dita. Io tacqui, sperando che non andasse a controllare, sapendo che lo avrebbe fatto, e che era tutta una commedia, che sapeva già. Il bambino scalciava debolmente, e mi passai una mano sul ventre, come per pregarlo di non fare rumore. Luigi si alzò in piedi e si avviò ostentatamente verso la porta della cantina. “Ce n’è rimasto uno solo, Luigi. L’altro è stato finito a Pasqua, ti ricordi, la cena di Pasqua.” Strappavo rapidamente piume di pollo sporche di sangue rappreso. Luigi era già arrivato alla porta della cantina. Si voltò, la mano sulla maniglia, un sorriso ironico sulla bocca troppo piccola per il suo viso largo. “Ma guarda… e pensare che solo una settimana fa li ho visti ancora appesi tutti e due.” “Ti devi essere sbagliato.” “No.” Mi si fece vicino, e il suo sudore mi dette la nausea. “No. Non mi sono sbagliato affatto, e so anche che fine ha fatto il mio salame! E tu, tu lo sai?” Sentii il timpano destro vibrare al volume della sua voce. Giorgetta balzò in piedi, e i piselli ancora da sgusciare si mescolarono alle bucce. Afferrò la pentola, impaurita, e la poggiò senza un motivo sull’acquaio di pietra. “Credi che sia stupido, eh? Credi che non mi sia accorto di tutte le cose che hai fatto sparire? E pensare che sospettavo di questa cretina qui” e puntò il dito contro Giorgetta, ancora aggrappata alla pentola, che scosse la testa, a bocca aperta, incapace di parlare. “Ma non era lei, no, era mia moglie, eri tu, che passavi la roba a quel maledettissimo figlio di troia di Andrea, credi che non lo sappia?” Tesi l’ala del pollo, strappandone sistematicamente le penne, con una forza che non sapevo di avere. Alzai gli occhi ad incontrare quelli arrossati di Luigi. “Avevano fame.” “Avevano fame? E da quando io dò da mangiare ai traditori? Ladri, che si nascondono nei boschi e mettono in pericolo tutti, anche me! E tu, invece di startene tranquilla e farti gli affari tuoi, dai via la mia roba!” Mi alzai in piedi, sbattendo il pollo sul tavolo, con un tonfo sordo di carne morta. Le mosche si allontanarono in fretta, in un pulviscolo di piume. “La roba è mia quanto tua, Luigi.” Il suo alito era acido, amaro. Respirava forte, le vene del collo gonfie. “Ringrazia il cielo…” sussurrò lentamente “Ringrazia il cielo che sei incinta, altrimenti ti avrei fatto vedere chi comanda qui. E comunque, hai finito di rubare. Non ne hanno più bisogno, della mia roba, quei delinquenti. Presto avranno il vitto gratis.” Il silenzio, il ronzio delle mosche, una goccia d’acqua che cadeva, ritmica, su un coperchio di rame. Inghiottii a fatica. Ci volle del tempo prima che riuscissi a parlare. “Cos’hai fatto, Luigi?” Sorrise, un piccolo sorriso sbieco. “Niente. Non ho fatto niente, io”. Tornò a sedersi, soddisfatto. Si versò un altro bicchiere. Guardò prima me, poi Giorgetta, scosse la testa, sorridendo. “Come siete malfidate.”

 Quella notte ascoltai la Torre Grossa battere le ore, le mezz’ore. Luigi respirava pesante, inquieto, maldestro anche nel sonno. Non provavo pena, non provavo rabbia: non avevo mai avuto illusioni. Ma c’era negli angoli bui un senso di minaccia, dietro le tende un pericolo, giù per strada passi silenziosi, e un senso di perdita, di vuoto, a mangiarmi il cuore.

 All’alba, il suono del campanello mi fece balzare dal letto. Scesi i tre piani di scale di corsa, scalza, sperando che chi aveva suonato non suonasse di nuovo e svegliasse Luigi e le ragazze. Sulla porta di strada, spettinata, il viso disfatto dalla stanchezza e dalla paura, c’era Anita, la madre di Andrea. “Emma. Emma, hanno preso Andrea, li hanno presi tutti!” La tirai dentro il portone, facendole cenno di stare zitta. Le due zitelle del primo piano erano dure d’orecchio, ma il silenzio era ancora quello della notte, e Anita era fuori di sè. Le feci cenno di tacere, e di seguirmi. Salii le due rampe di scale fino al tabernacolo, a metà distanza tra la nostra porta e quella delle vicine. Era il posto dove era meno probabile che qualcuno ci sentisse. Le strinsi le spalle, cercando il suo sguardo mobile, disperato. “Anita, ascoltami. Parla piano, o ci sentiranno. Dimmi cosa è successo, alla svelta, prima che si svegli qualcuno.” Sembrava non riuscisse più a parlare. Aveva le labbra secche, e tremava. “Anita. Calmati, ora.” La scossi, e lei sembrò riscuotersi. Il viso le si contrasse in una smorfia che non avrei mai immaginato in quella donna sempre tranquilla, precisa, linda nelle sue camicette inamidate. Non era più lei, era un’altra Anita questa, che piangeva senza ritegno, cercando di soffocare i singhiozzi, e un filo di saliva le scendeva dall’angolo della bocca e gocciolava sul mio polso. “Gli avevo detto di non andare, di non andarci più, ma non mi dava retta. Gli dicevo, il tuo babbo è prigioniero, io ho solo te, sei il mio bambino, non ci andare Andrea, ma lui non mi dava retta. Ho quindici anni mamma, sono grande, e i compagni si fidano di me, e io sto attento, non aver paura, diceva.” Un singhiozzo convulso la interruppe. Con un lembo della mia camicia da notte le asciugai gli occhi. “Anche ieri sera è voluto andare, aveva della roba da portare, e non so neanche dove, verso Sant’Anna credo, dove comincia il bosco fitto, non me l’ha mai voluto dire dove, non lo posso dire mamma, diceva, e chissà cosa gli pareva di fare, lo trattavano da grande, ma ha quindici anni, Emma…” “E come fai a sapere che li hanno presi? Può darsi che…” “Lo so! Non lo vedevo tornare, e verso mezzanotte ero alla finestra, ma mi sentivo una pena… mi era parso di sentire degli spari in lontananza, ma se ne sentono spesso… poi però, una mezz’ora dopo, ho visto un’ombra passare, e l’ho riconosciuto perché zoppicava, era Gino Nesi, il postino, che veniva a dirmelo.” Mi piangeva sulla spalla, e si stringeva a me, lei che di solito appena mi salutava, le poche volte che la vedevo in chiesa o per strada. “Ma che è successo?” “Gino dice che ci dev’essere stata una soffiata, qualcuno ha mandato i tedeschi dove sapevano di trovarli, lui li ha visti partire verso le dieci con le camionette, sapevano dove andavano. Dice che ne hanno ammazzati due, Stefano e Pietro, i figli del Masi, ma solo loro, perché sparavano. Dice che gli altri li hanno portati al carcere, in Rocca, dice che per ora non li hanno ancora fucilati…” La parola le morì in bocca, trasformandosi in un sibilo stridente. Si aggrappava alle mie spalle. “Volevo andare subito in Rocca, ma Gino mi ha detto che non lo dovevo fare, che avrebbero preso anche me, che me ne stessi a casa per l’amor del cielo, ma io divento pazza, ci voglio andare, il mio bambino, Andrea…” “Gino ha ragione” la interruppi. “Arresterebbero anche te.” “Aiutami, Emma. Tu li conosci, sai chi è importante, vengono sempre a mangiare da voi, tutti… aiutami. Aiutami.” La lampada del tabernacolo gettava una luce debole e viva sul suo viso gonfio. Mi guardava con gli occhi sgranati, da pazza. “Non puoi andare alla Rocca, e non servirebbe a nulla. Bisogna andare al comando. Ma non devi andare tu. Ci andrò io. Tu adesso vai a casa, Anita.” “Ci andrai tu? Al comando? Ma io pensavo… pensavo Luigi, non tu. Non andare tu.” “Luigi? No. Luigi lasciamolo dormire, che è meglio per tutti.” Avevo nel petto un rancore sordo, velenoso, che mi dava l’amaro in bocca. “Ci andrò io. Mi vesto e ci vado. A una donna incinta non faranno nulla. Vai a casa, tu. Vai. Passo dopo da te. Stai tranquilla.” La sorressi accompagnandola giù per la scala. Singhiozzava ancora, ma era come spossata. “Emma… grazie. Ma stai attenta.” “Vai a casa. A dopo.”

Luigi dormiva ancora, bocconi. Era rotolato sulla mia parte di letto, le braccia aperte, come a cercarmi. Mi vestii in fretta, senza fare rumore. Biribò mi si strusciava alle gambe. Con le scarpe in mano lo feci uscire e chiusi alle mie spalle la porta dell’appartamento.

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La Stella, 6

19 aprile 2014

Una folata di vento spinse il fumo della sigaretta verso di me. Sentii un’ondata di nausea, e mi passai una mano sulla fronte. Se ne accorse, buttò la sigaretta e la calpestò col tacco dello stivale. “Quando partorirete?” Seguii con lo sguardo una fila di cipressi, da qualche parte lontano verso il fiume. Li contai, erano diciannove. “Alla fine di agosto.” “Non dovete affaticarvi. Mi fa male vedervi ogni sera alla Stella, mi fa…” “Anche a me fa male vedervi.” lo interruppi “ Ma ne sono anche contenta.” L’avevo detto in fretta, con l’ultimo respiro che mi restava, e ora non ne avevo più. “Davvero?” Con un gesto improvviso sollevò le dita verso il mio viso, esitò a mezz’aria, appoggiò la mano sul binocolo, come a sostenersi, e vi posò la fronte per un attimo, rialzandola subito, e attese la mia risposta.  “Sì. È vero.” dissi. “Fa male, ma fa bene.” 

Mi avvicinai di nuovo al binocolo, vi appoggiai gli occhi, cercai l’orizzonte, lo misi a fuoco. Gli parlavo seguendo il profilo delle colline, e le parole uscivano rapide, sussurrate. “Tutta questa morte che abbiamo intorno, io credo che c’entri. Io… in pace, non vi avrei mai detto queste cose. Ma non vi avrei mai conosciuto, se non ci fosse questa guerra.” “No.” “Lavorare non mi costa. Mi stanco, ma non mi costa. Stancarmi è l’unico modo che ho di riposare. Mi capite?” “È la stessa cosa per me.” “Torno a casa di notte e mi addormento, perchè sono esausta, ma almeno riesco a dormire. Non volevo questo figlio, ma se non avessi questa pancia che cresce, che covo come una chioccia, se non avessi Margherita, che farei? Allora, ci sarebbe solo la morte che abbiamo intorno. E io non voglio farla entrare in me.” Il mio stesso fiato mi bruciava le labbra , e le parole sfumarono nel silenzio. Da qualche parte mi parve di sentire il richiamo di un cuculo, poi un lungo silenzio, poi la sua voce, diversa. Bassa, quasi un sussurro.

“C’è un poeta che io amo molto, che ha scritto: resistere è tutto.” Gli occhi chiusi, la fronte appoggiata al binocolo, ascoltai il sussurro alle mie spalle. Mi parve che fosse infinitamente lontano, e infinitamente vicino. “Resistere è tutto. Io, come voi, non ho scelto di essere qui. Non posso scegliere quello che vorrei. Posso scegliere di guardare in faccia quello che mi aspetta, questo sì, qualunque cosa sia. È l’unica forma di resistenza che conosco. Resistete anche voi: fatelo anche per me.” Sentii la sua mano posarsi leggermente sulla mia, sul metallo verde. Fu un attimo. Una grande stanchezza mi pesava sulle spalle, e non riuscivo a parlare più. “Mi promettete?” Alzai gli occhi a guardarlo, e feci cenno di sì con la testa, perchè la mia gola era chiusa.

“Mamma! Andiamo?” Margherita si era alzata in piedi, Renata si stava togliendo fili d’erba dalla gonna. Avevano le tasche piene di fiori, parevano inebriate dal sole, i visi arrossati, impazienti di proseguire. “Sì. Vengo subito.” “Andate, ora. Ci rivedremo presto.” Passando davanti ai soldati, vidi le loro facce imperturbabili sotto gli elmetti. Nessuno pareva essersi accorto di nulla. Non era successo nulla, solo i miei piedi erano pesanti come piombo. “Mamma, dai!” Le raggiunsi, come ubriaca. “Ma che ti faceva vedere, quello?” Gli occhi neri di Margherita cercavano, senza riuscirci, di scrutarmi dentro. “Il binocolo, come funziona il binocolo. Se ci sono ancora, quando torniamo su gli chiederò di farlo vedere anche a voi.”

Presero a correre per la discesa, verso Santa Chiara, lasciandosi spingere dalla forza di gravità, perdendo fiori qua e là, ridendo nella polvere. Anch’io mi abbandonai all’ineluttabilità della discesa, a passo veloce, e scendendo sfioravo con la mano la siepe di rovi che costeggiava la strada, e col dolore del contatto mi impedivo di pensare. Ma mi muovevo nella sua lente, lo sapevo bene, catturata dal suo occhio che mi seguiva, presa in esso e dunque libera.

Dopo un’ora, al ritorno, su al bivio non c’era più nessuno. Due tracce di pneumatici, qualche mozzicone di sigaretta, i buchi del treppiede. Le ombre ora lunghe dei cipressi.

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La stella, 5

12 aprile 2014

La strada era in leggera salita.  Il sole d’aprile era già caldo, e mi sentivo le ascelle sudate per lo sforzo: la gravidanza, appena evidente, mi toglieva già un po’ il fiato. Margherita e Renata facevano apposta a lasciarmi indietro: camminavano saltellando ritmicamente, a braccetto, e con le lunghe gambe magre infilate negli scarponcini sollevavano mulinelli di ghiaia e polvere bianca. Provai a dir loro che mi aspettassero, ma avevo la gola secca e la voce mi uscì bassa, stentorea. Le vidi allontanarsi sulla salita, i fiocchi delle trecce svolazzanti sulle spalle come grosse farfalle. Pensai che si sarebbero di certo fermate alla prima ombra, al bivio per Santa Chiara, alla sommità della salita. Lì avremmo preso a destra, verso la chiesetta. Non volevo, di questi tempi, continuare verso i boschi. Camminavo calpestando la mia ombra breve. Ancora quella mattina, all’ora fredda della prima messa, mi ero stretta addosso lo scialle salendo in fretta fino al duomo; ma il pomeriggio era caldo, e ora lo scialle mi pesava sul braccio. Mi soffermai sul ciglio erboso a rimboccarmi le maniche della camicetta. Tra i filari di viti l’erba era di un verde acceso, punteggiata del giallo dei denti di leone. Da quel punto, in quel momento, nulla ricordava la guerra. Eppure, la guerra c’era.

Il fronte alleato avanzava, e le notizie arrivavano frammentarie, crudeli, contraddittorie. Si diceva che gli americani si stessero avvicinando a Roma, che si stesse ancora combattendo a Cassino, ma in paese non si sapeva più cosa credere. Alla Stella, Luigi teneva la radio fissa sulle canzonette, per evitare guai. Tutto quello che sapevo mi veniva sussurrato: dalle donne in coda per il poco cibo, da Andrea che ogni tanto infilava nella cesta del pane il pezzo di formaggio che gli passavo sotto il banco. Le notizie delle fucilazioni invece, quelle arrivavano forti e chiare: ragazzi del paese tornavano ammucchiati su cassoni di autocarri, come sacchi di grano sporchi di rosso. Chiusi gli occhi al sole, lo sentii scaldarmi le braccia nude, e mi venne voglia di stendermi su quell’erba e restare lì. Ma le ragazze erano già sparite dietro una curva, e non sentivo più le loro voci. Mi rimisi in cammino.

Dietro la curva, al bivio di Santa Chiara, una camionetta tedesca era ferma all’ombra dei cipressi, accanto al tabernacolo. Un soldato era seduto al posto di guida, con lo sportello aperto, e fumava una sigaretta. Un altro, appoggiato al tronco di un cipresso, sorvegliava la strada. Poco lontano, nel campo a qualche metro dalla strada, un ufficiale era occupato a guardare la valle con un grosso binocolo da artiglieria fissato su un cavalletto. Margherita e Renata si erano messe a cogliere fiori, come se nulla fosse, e vedendomi mi salutarono con la mano. Non finiva mai di stupirmi, e di preoccuparmi, la loro indifferente consuetudine alla vicinanza dei soldati. “Mamma! È pieno di denti di leone!”

L’ufficiale, sentendola parlare, staccò gli occhi dal binocolo e si voltò verso di me. Ci riconoscemmo. Rallentai involontariamente il passo. “Buonasera, signora.” Si inchinò impercettibilmente, poi fece qualche passo verso di me. “Una passeggiata?” Mi resi conto che non lo avevo mai visto in pieno sole. I suoi occhi attenti sembravano più giovani, quasi allegri. Disse qualcosa in tedesco ai suoi soldati, e quello che stava appoggiato al cipresso tirò fuori dalla tasca una tavoletta di cioccolata. Fece un cenno alle ragazzine, che si avvicinarono velocemente. Provai a protestare, ma lui mi fermò con un gesto deciso della mano. Le vidi sedersi nel prato, scartare la cioccolata, ridere.

”Sì…” dissi. “È una così bella giornata, ci fa bene uscire un po’ al sole.” Lui si voltò a guardare le ragazze. Margherita si era stesa bocconi sull’erba, Renata, seduta accanto a lei a gambe incrociate, masticava avidamente la sua parte di cioccolata. Dalla valle soffiava un a brezza tiepida. Guardai con curiosità il cavalletto piazzato all’ombra dei cipressi. Lui si fece da parte e mi invitò ad avvicinarmi. “Volete dare un’occhiata?” Feci cenno di no col capo, ma lo stesso mi avvicinai al grosso binocolo verde. “Non fate complimenti. È interessante. Guardate.” Teneva in mano un blocchetto per appunti e una penna. Ripose la penna nel taschino della divisa, infilò il blocchetto nella tasca dei pantaloni. Con le mani libere girò leggermente il binocolo verso di me, abbassando un po’ il cavalletto. Un sorriso impalpabile gli aleggiava sulle labbra.

Appoggiai gli occhi allo strumento. Era ancora caldo del suo viso, e mi ritrassi istintivamente. “È regolato sulla mia vista, dovete regolarlo sulla vostra. Aspettate. Vedete queste?” mi indicò delle manopole, che si potevano ruotare. “Appoggiate il viso, vi aiuterò a regolare.” Si posizionò alle mie spalle, e mi circondò con le braccia, senza sfiorarmi. “Provate prima con un solo occhio, chiudete l’altro.” Girai il viso a guardarlo.“Quale devo chiudere?” Indugiò a guardarmi negli occhi per qualche secondo, come se fosse una decisione molto importante.  Era così vicino che distinguevo la catenella di piccoli punti del ricamo argentato su sfondo rosso della mostrina  sul colletto, così vicino che potevo vedere il 5 impresso sul bottone della spallina, così vicino che guardavo tutto questo per non guardarlo negli occhi. “Il destro. Chiudete il destro, inizieremo a regolare dal sinistro.”

L’occhio sinistro vedeva verde con macchie gialle. Sentii il suo polso sfiorarmi appena la tempia, mentre con le dita girava la manopola. L’immagine, come in un caleidoscopio da fiera, si trasformò in altro: la facciata della cappella di Santa Chiara. “Vedete, adesso?” “Sì. Vedo Santa Chiara.” Potete regolare meglio da sola.” Senza staccare l’occhio dal binocolo cercai la manopola e la girai appena – l’immagine ora era perfettamente nitida: una crepa sottile tagliava in diagonale la facciata, ciuffi d’erba spuntavano tra le tegole. “Ora aprite l’altro occhio e fate lo stesso.” Regolai entrambe le manopole. L’immagine acquistò sorprendente profondità. “Potete poi muovere il binocolo come vi piace.” Le sue mani intorno al mio viso produssero con un movimento minimo un filare di viti, da qualche parte nella valle. I pampini, di un verde brillante, vibravano lievemente. Percepivo appena il suo odore, diverso da quelli che conoscevo – cuoio, una nota di tabacco, e qualcos’altro, che non riuscivo a identificare. Il suo corpo faceva schermo alla brezza, e sembrava per questo emanare calore.

“Permettete.” Staccai gli occhi dal binocolo e lui lo spostò di nuovo, puntandolo verso il Poggio. “Cosa vedete?” Vidi chiome di quercia, impenetrabili. “È il Poggio. Ci andavo da bambina, con mio padre. Lui faceva la legna e io gli portavo il pranzo e restavo lì, a fargli compagnia.” Era facile parlare, quando non lo guardavo in faccia. Era come nel confessionale, si parla ad una presenza che non si vede, la fronte abbassata, e allora si può dire tutto, quasi tutto. Non ero sicura se stesse guardando il Poggio o il nodo un po’ sfatto dei miei capelli sulla nuca, e non saperlo rendeva tutto più facile. “Ci andavate a piedi? Così lontano?” “Non è lontano, se invece di prendere la strada si taglia dai campi. Si passa… aspettate, vedete questo sentiero? Passa sotto le vigne.” Lo invitai a guardare, e lui alzò il binocolo alla sua altezza. Le tempie rasate, leggermente argentate, che sparivano sotto il berretto, il mento, le dita lunghe. Avevo la sensazione confusa di un accumulo, di stare facendo incetta di qualcosa. Provviste per l’inverno.

“E cosa portavate a vostro padre?” chiese, senza staccare gli occhi dal binocolo. “Quello che preparava mia madre. Zuppa di cavolo. Fagioli. Metteva tutto in un tegame di coccio e lo avvolgeva in un panno.Una volta, correndo, inciampai attraversando il fosso, mi cadde il fagotto, il tegame si ruppe e mio padre rimase senza pranzo. Ma non disse nulla, continuò a lavorare. Quando ci ripenso mi dispiace ancora.” Mi cedette il posto mentre cercavo il punto giusto, nella valle, e cercando continuavo a parlare, perchè era importante che lui sapesse questo, tutto questo e molte altre cose avevo da dirgli, e non c’era tempo. “Ecco. Laggiù, vicino a quei salici.” Ci fu una lunga pausa. Guardò a lungo il punto che gli avevo indicato, poi si voltò a guardarmi. “A Santa Chiara… ci andate spesso?” “Prima della guerra, quando Margherita era piccola, ci andavamo quasi ogni domenica. Adesso meno. Usciamo poco dal paese.” “È pericoloso uscire, infatti. Ma questa strada è sicura, almeno fino alla chiesa, e specialmente oggi. Oggi è sicura.” “Ci sono tedeschi dappertutto”, dissi, “e…” Mi interruppi di colpo, e sentii che stavo arrossendo violentemente. “Scusatemi, volevo dire che…” Lui rise, brevemente. “Sì, in questo momento non posso biasimarvi: siamo dappertutto. Ma presto non ci saremo più.” Tirò fuori una astuccio d’argento dalla tasca, e ne estrasse una sigaretta. L’accese e aspirò il fumo, guardando le colline. “Presto… finirà tutto. Potrete sentirvi sicura ovunque. Ma non ancora.”

 

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La Stella, 4

31 marzo 2014

Dopo le undici il frastuono aumentava. Succedeva ogni sera, ci potevi rimettere l’orologio: c’era un confine acustico che si varcava dopo quell’ora, quando le pance erano piene e i cervelli avevano assorbito abbastanza alcol e i fuochi erano roboanti di faville, e in cucina Giorgetta e Armida tuffavano le braccia fino al gomito nell’acqua calda e strofinavano piatti e tegami, mentre io facevo del mio meglio per tener testa alla mescita e controllare che la situazione non si facesse insopportabile per le donne che servivano ai tavoli. Ne avevo due, di età adeguata e non belle, due vedove che avevano bisogno di lavorare, e che con gli avanzi della cucina nutrivano la famiglia. Eppure, quasi ogni sera dopo le undici c’era qualcuno tra i soldati semplici che si prendeva confidenze. A volte Luigi mi aiutava a sviarne l’attenzione e si evitavano problemi, ma quella sera ero sola, e speravo solo che arrivasse presto l’ora di chiudere.

Decisi di aiutare Rosa a raccogliere i bicchieri. Un soldato di mezza età la stava trattenendo per un braccio, raccontandole in tedesco una lunga storia su chissà cosa. Lei ascoltava paziente, gli occhi bassi e un’espressione neutra, e ogni tanto mi lanciava sguardi come per dirmi che non mi preoccupassi, che andava tutto bene, ma io sapevo che era stanca e che l’aspettavano ancora ore di lavoro prima di tornare dai suoi figli, e sentii crescere un’irritazione sorda nei confronti di quella faccia rossa e lucida che vomitava parole, e delle altre facce rosse che ne ridevano. Vicino all’entrata, tre vecchi stavano a guardare, curiosi di vedere come Rosa se la sarebbe cavata, le bocche sdentate semiaperte, le tese dei cappelli calate sugli occhi.

Iniziai il giro dal fondo della sala, dove sedevano gli ufficiali. Il volume della conversazione qui era più basso, l’odore diverso, cognac non vino, sigari non rimasugli di tabacco. Anche la lingua era diversa, anche se ugualmente sconosciuta. Pareva più sibilante, meno di gola, più in punta di lingua. Qui, nessuno rideva. C’erano facce note: il grigio impomatato, che doveva essere un maggiore, confabulava nervosamente con un altro beccamorto abituale, dal lungo naso sottile. Un altro ufficiale fissava le fiamme col bicchiere in mano, sul viso un’espressione di tristezza esausta. Senza guardarmi, posò il bicchiere sul vassoio, e fece un gesto per indicare che glielo riempissi di nuovo. Posai il vassoio sul tavolo, e mi girai per andare a prendere la bottiglia.

E lo vidi. Era seduto da solo, al tavolo d’angolo, seminascosto da una colonna. Doveva essere entrato mentre ero in cucina, perchè non me n’ero accorta, e invece ero solita accorgermene. Aveva davanti, come sempre, il suo blocco nero, e scriveva. Cosa scrivesse, me lo chiedevo ogni sera, da qualche settimana. Sapevo che disegnava, anche. Qualche giorno prima, senza dire nulla, aveva lasciato sul banco della mescita un piccolo ritratto di Margherita, fatto a matita. Poche linee, ma era lei. L’aveva appoggiato lì con noncuranza, e una goccia d’acqua sul banco bagnato aveva stemperato una spalla, creando un effetto sfumato, da acquarello. Lo conservavo su, nel mio cassetto. Avevo voluto ringraziarlo, ma si era schermito quasi con fastidio, in un italiano corretto, formale. “È vostra figlia, no?” “Sì.” “Non vi somiglia.” “È vero. Somiglia a suo padre.” Aveva sollevato un sopracciglio, con un leggero sorriso: “Non mi pare… il signor Luigi?” “No. Non al signor Luigi. A suo padre. È morto prima che lei nascesse.” “Scusatemi” aveva detto, e automaticamente aveva raddrizzato la schiena e alzato il mento. Da allora, non mi aveva più parlato. Ma io sentivo il suo sguardo, sera dopo sera, seguirmi, osservare, e anzi lo cercavo. Non lo volevo, ma lo cercavo.

Con la bottiglia in una mano e il vassoio nell’altra mi avvicinai al suo tavolo. Aveva il viso in penombra perchè la colonna lo riparava dalla luce elettrica, e solo una metà del viso era illuminata dal bagliore del fuoco. La luce cadeva sui suoi capelli chiari ma non biondi, o forse di un altro biondo, diversi dai miei, rasati ai lati, sempre ben pettinati. Il segno del berretto gli attraversava la fronte. Gli occhi erano grigi, un po’infossati – lo sguardo indagatore, attento. Il suo viso aveva un’intensità dolorosa, come quella di una ferita aperta dalla quale entrava il mondo. Le mani erano lunghe, curate, e una fede sottile gli brillava all’anulare sinistro. “Buonasera” disse accennando un sorriso. “Siete sola, stasera.” Non era una domanda, era fare il punto della situazione. “Sì. E c’è molto da fare.” Mentre il mio, il mio era un tentativo di fuga fatto senza crederci. Rimasi lì, infatti, la bottiglia sospesa. La guardò, rifiutò con un cenno del capo. “Suo marito non c’è?” “È su in casa. Dorme.” “Ubriaco?” e la sua bocca prese una piega disgustata. Non risposi. Appoggiai il vassoio sul tavolo, la bottiglia sul vassoio. Con una mano mi strinsi l’altro braccio, all’altezza del gomito: mi faceva male, avevo forse strofinato troppo. Il suo sguardo seguì il mio gesto. “Voi siete stanca. Dovreste essere voi a dormire. Non dovreste essere qui.” “Neanche voi. Neanche voi dovreste essere qui.”. Le parole mi erano uscite prima che potessi pesarle. Sorrise. “Avete ragione. Nessuno di noi dovrebbe essere qui. Io dovrei essere a casa mia, a Berlino, con la mia famiglia, i miei allievi, i miei libri. Non è stata una mia scelta, anche se… tutto questo… era inevitabile.” “Siete maestro?” “Insegnavo filosofia in un liceo. Insegnavo, pensate un po’, cose come l’idealismo e il primato dello Spirito a ragazzi che probabilmente sono già quasi tutti morti.” Non avevo idea di cosa stesse parlando. Ma l’ultima frase l’avevo capita. “Ma scusatemi. Vi sto trattenendo, e voi avete da fare.” “Sì. Mi dispiace… dico, i vostri alunni.” Non rispose. Con un gesto che mi parve stanco aprì il suo blocco nero e lo girò verso di me. Alla luce incerta, come in uno specchio, vidi me stessa. Ero io: la schiena curva a lavare i bicchieri, io che mi allungavo a prendere una bottiglia dall’ultimo scaffale, io di profilo, io di fronte, un’aria che non sapevo definire, che non sapevo di avere. Mi resi conto che avevo spalancato la bocca per la sorpresa. Toccai la pagina, come a sincerarmi che le immagini non si muovessero, non fossero vive. “Sono io… sono io questa!” “No. Voi siete un’altra.”

La voce di uno dei tre vecchi mi chiamò dal bancone. Mi riscossi, presi il vassoio. Prima di andare, gli feci un cenno del capo. Poteva essere un ringraziamento. Un commiato.