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La Stella, 12 (fine)

16 giugno 2014

Il cielo era ancora scuro, ma già non più notturno. La macchina nera aveva i fari accesi e il muso di un grosso gatto, e ronfava piano, accucciata sotto i pini del piazzale. L’autista finiva di fumare una sigaretta, appoggiato con un piede al predellino. Le portiere erano ancora spalancate, ma le valigie marroni erano già state caricate nel bagagliaio. Sul sedile posteriore erano posati due cappellini, regalo di Giorgetta per l’entrata in collegio. Margherita e Renata, in piedi accanto a me, indossavano i vestiti nuovi cuciti da Armida, blu quello di Renata, verde bottiglia quello di Margherita. Renata aveva appuntato le trecce bionde in un cerchio elegante sul capo. Il vestito da signorina la rendeva meno magra, o forse negli ultimi mesi era davvero riuscita a prendere un po’ di peso. Margherita sembrava di colpo una giovane donna, coi capelli tagliati corti all’ultima moda e le sue prime calze fini.

Avremmo venduto la Stella. Luigi aveva in mente altri affari, altri commerci, sicuramente destinati a fallire. Ma nel frattempo, forse le ragazze sarebbero riuscire a studiare. Almeno questo. Almeno loro.

Sul piazzale, un contadino tirava con fatica il suo barroccio, diretto al mercato. Un operaio sfrecciò veloce in bicicletta oltrepassando la macchina ferma, e scampanellò allegramente passandoci troppo vicino. Cinque orfanelle di santa Marta, accompagnate da due suore, si affrettavano assonnate verso il Duomo per la prima messa. La vita aveva lentamente ripreso il suo corso, a quasi tre mesi dalla liberazione. Già lontani mi parevano quei giorni, i marocchini arrivati dal Poggio coi loro turbanti impolverati che vedevamo passare per strada, in un frastuono di canti in francese e richiami beduini, noi chiuse in casa, al caldo soffocante di luglio. E mi pareva lontana la notte d’agosto in cui avevo cercato sollievo nell’occhio della bifora, stesa sul mio letto, tra i dolori, quando dal mio strazio avevano tirato fuori quel figlio gracile, quasi morto, che quasi mi aveva uccisa. Dopo il parto, spossata, per quasi un mese ero rimasta a letto ad allattarlo con fatica, e solo da qualche giorno uscivo, ancora debole, per poco, a respirare l’aria che già odorava d’autunno.

 “Mi raccomando, appena arrivate in collegio scrivetemi subito e ditemi se devo mandarvi ancora qualcosa.” “Sì, mamma. E tu ricordati di lasciar entrare in casa Biribò, la sera. E dì a Andrea che mi scriva, anche se gli fa fatica. Deve scrivere!” Gli occhi scuri di Margherita brillavano nella luce incerta dell’aurora che rapidamente diventava alba. Era ora di partire. “E dai un bacino a Pallino”, aggiunse Renata, che aveva curato con amore il cugino appena nato, forse sentendolo simile a sé nel suo gracile attaccamento alla vita. L’autista gettò via la cicca, calpestandola col tacco della scarpa. Prima di salire al posto di guida disse sorridendo “Allora si parte?” “Sì, un attimo solo.” Abbracciai prima Margherita, poi Renata. Si sedettero in macchina, i cappellini in grembo, tra di loro una borsa di paglia con le provviste per il viaggio. Le loro mani si agitarono fuori dai finestrini come ali bianche di colomba, mentre l’auto prendeva velocità e si riduceva a due lumini rossi che scomparvero dietro la prima curva.

Mi sedetti su una panchina di pietra, sotto un pino. Era ancora fredda di notte. Da lì, potevo vedere uno spicchio di cielo dietro il grosso torrione delle mura, e proprio sopra il suo bordo merlato, la luce di Venere, la stella del mattino. L’unica stella rimasta accesa dopo la lunga notte. Avevo ancora la lettera in tasca, le parole scritte sulla carta sottile, la scrittura appuntita, veloce. Non avevo più bisogno di leggerle, le conoscevo ormai a memoria come la solitudine che mi confortava ogni ora del giorno e della notte, da sola o in mezzo alla gente. Le avevo fatte mie, come lui le aveva fatte sue e me le aveva regalate, e ora erano nostre, anche lì dov’era lui ora: dov’era sempre stato, nell’altrove vicinissimo e impalpabile dentro di me.

 

Oh, come tutto è lontano

e da gran tempo trascorso.

La stella, credo,

da cui ricevo splendore

è morta da millenni.

Nella barca ch’è passata

credo d’aver udito

accenti di paura.

In casa una pendola

ha battuto le ore…

in quale casa?

Vorrei uscire dal mio cuore

e andarmene sotto il grande cielo.

Vorrei pregare.

E di tutte le stelle una dovrebbe

ancora esistere.

Io credo di sapere qual è la stella

che unica dura – che sta come una città bianca

là dove il raggio ha termine nel cielo.

 

 

FINE

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4 commenti

  1. Grazie.


  2. Prego cara. Ora mi aspetta un lavoretto di redazione. 🙂


  3. Una stella, un cuore, una vita appassionte.
    grazie x queste nuove emozioni.


  4. Grazie a te Nicole.



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