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La Stella, 10

26 maggio 2014

Un boato assordante fece tremare il muro al quale mi appoggiavo. Luigi bestemmiò. “Questa è cascata vicina.” I visi di tutti erano rivolti verso la luce giallastra di una lampadina ingabbiata, come se da lì potesse venire la salvezza. L’odore era quello di corpi non lavati, di sonno, sudore, notte e umidità. La paura pesava sulle spalle curve, sulle teste spettinate, passava in rivista i resti delle truppe, invisibile e viva. Un bambino piangeva un pianto sonnolento, lamentoso. Armida mi si stringeva contro, impacciata dalla mia pancia, le mani intrecciate tra le mie dita e i chicchi sudaticci di un rosario. Un filo di polvere colava sulla testa piegata di un ragazzo dal lungo collo sporco. Eravamo corsi giù nel rifugio ubriachi di sonno, come ogni notte da due settimane a questa parte. Ogni notte, dai letti su cui ci stendevamo vestiti, avevamo visto i fuochi dei bengala avvertirci che gli americani stavano tornando a bombardarci. Occhi di fuoco che illuminavano le vecchie mura, i tetti dei palazzi, salivano verso le torri come le pupille incendiate di chissà quale bestia ululante. Non eravamo sfollati. Io, perché temevo ormai di partorire in un fienile, senza ostetrica. Luigi, per la sua eterna paura di lasciare la Stella incustodita. Mia sorella Armida, perché ormai era paralizzata dall’angoscia e mi seguiva ovunque, come un’ombra inutile e inquieta. 

Una nuova esplosione fece vacillare, e poi spegnere, la luce. Qualcuno gridò “Restate seduti, calma!” mentre già si accendevano fiammiferi e qualche torcia elettrica. Mi sentivo gonfia, polverosa, piena di questo figlio che scalciava sotto le bombe, noi sotto le macerie delle case e lui sotto le mie. Piena di vuoto. Un figlio di pietra, di calcinacci, un figlio di polvere. La stanchezza mi annebbiava la vista, mi mancava l’aria. Un nuovo boato. “Ci ammazzano tutti!” urlò Armida aggrappata al mio braccio. Mi girai verso il suo viso grigio e le dissi “Stai zitta! Non ci ammazza nessuno.” Presi la sua testa tra le mani e me l’appoggiai sul petto. Singhiozzava. Ogni singhiozzo inghiottiva un po’ del mio vuoto e me lo rendeva, amplificato come un’esplosione. Nella penombra il vuoto si perdeva e tornava come un’eco pieno d’assenza, come i suoi passi nella navata, come la sua voce lontana che mi cercava e non mi trovava più. Tornò la luce e illuminò la larga faccia di Luigi. Lo vidi bere un sorso di brandy dalla fiaschetta che teneva sempre in tasca. Cercò di riavvitare il tappo, ma gli tremavano le mani. Allora buttò giù tutto il resto, in un solo sorso, e infilò la bottiglia e il tappo svitato in tasca, con fatica. Poi appoggiò la nuca al muro umido e chiuse gli occhi. Sentii la sua mano cercare il mio ginocchio e sostenervisi. Gli invidiai la sua paura, il suo attaccamento alla vita, la sua semplicità coriacea, elementare. 

 

L’insegna della Stella cadde durante quell’ultimo bombardamento. Il vetro giallo si frantumò, e i pezzi si mischiarono ai vetri delle finestre caduti dai piani superiori. La mattina dopo, con l’aiuto di Giorgetta, ne feci un mucchio, che spingemmo con le scope verso il muro. Passò don Mario in bicicletta, la lunga sottana nera svolazzante, e schivò un vetro all’ultimo momento. Frenò bruscamente, e mi parve che imprecasse. Aveva gli occhiali rotti e li teneva insieme con un cerotto rosa. “Buongiorno, don Mario”. Mi appoggiai al manico della scopa. Lui scese dalla bicicletta. “Buongiorno, Emma.” Si tolse gli occhiali rotti, e li pulì a un angolo della tonaca sporca. “Questa è stata l’ultima notte di bombardamenti. Sta per finire tutto. Ormai gli alleati sono vicini, forse già al Poggio: dicono che si sentono spari diversi, e canti.” Gli ultimi tedeschi erano sfrecciati via sulle moto coi sidecar, sulle camionette, in silenzio, gli sguardi fissi sotto le visiere, sporchi anche loro come noi, sbandati. Si diceva che ve ne fossero ancora, nascosti. E arrivavano ancora notizie di stragi, di civili morti, di terrore. Altre volte, lo scoppio di una mina lontana ci ricordava che si poteva morire ancora, forse adesso più di prima per caso, per sfortuna, per fatalità, per vendetta. “Sarebbe ora che arrivassero” dissi “Sarebbe ora che…” La polvere mi fece tossire, e mi risparmiò di dover concludere il discorso. Non avevo voglia di ripetere le stesse cose che dicevano tutti. Non c’era bisogno di descrivere una situazione ovvia, e dove pure tutto era come incerto, vacuo. Non si sapeva cosa aspettarsi, chi aspettare. La liberazione: e poi? Il cibo? La libertà. Il parto. “Avete avuto danni alla Stella?” “No. Il locale è intatto, è solo pieno di calcinacci.” Biribò, sopravvissuto chissà dove alla pioggia di bombe, si leccava una zampa all’ombra del portone di casa. Giorgetta continuava a liberare la strada dai vetri. Dalla porta spalancata della Stella usciva una leggera frescura. Le sedie ammassate sui tavoli sembravano braccia scheletriche. Dall’interno proveniva il suono di un martello: Luigi stava riparando la porta della cantina, che qualcuno aveva cercato di forzare durante i bombardamenti. “Siete andata a vedere in piazza, Emma? È crollata la Torre Grossa.” “No. Non ho voglia di vedere niente.” Don Mario si rimise gli occhiali sul naso e inforcò la bicicletta. “Non vi perdete d’animo, Emma.” Dette con fatica un colpo ai pedali e riprese oscillando la lieve salita verso la piazza tra i mucchi di macerie. 

Guardai in alto, verso le bifore di casa nostra, e più su verso il cielo azzurro: poteva davvero essere tutto finito? Davvero avrei partorito nel mio letto e non in una cantina sotto le bombe? In quel momento percepii un suono, dapprima indistinto, provenire dalla piazza. Erano camionette, voci umane, canti. Qualche sparo. Vidi ragazzini scendere di corsa in discesa, ridendo. Istintivamente, spinsi Giorgetta dentro il locale e chiusi la porta a vetri. “Ma che succede? Che c’è?” “Non lo so, ma preferisco capirlo da qui dentro.” Luigi aveva smesso di martellare. “Cos’è questo rumore? Sembra che venga dalla piazza… no: è la Rocca. Sta succedendo qualcosa alla Rocca.” 

 

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One comment

  1. intenso, l’ho letto, ora lo metabolizzo



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