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La Stella, 9

10 maggio 2014

La luce delle poche candele illuminava i gesti consueti di don Mario, e si rifletteva, quando chinava il capo, sulle lenti dei suoi occhiali cerchiati d’oro. Davanti a lui le donne erano poche, sempre meno: le teste coperte di veli neri, inginocchiate a coppie o a file di tre tra le panche, sembravano uccelli appollaiati sui fili del telegrafo, d’autunno, pronti a migrare. La navata centrale era in penombra. Sugli altari delle cappelle laterali brillavano lumi.

Quasi ogni sera andavo ai Vespri. A volte per pregare, più spesso perché era l’unico luogo e momento che avevo per me, per raccogliere i pensieri e dipanarli e poi farne ricami nuovi, come matasse di seta colorata. Ma i miei colori erano sempre meno, e le matasse sempre più imbrogliate – e tuttavia, qui trovavo una sorta di pace. La cantilena delle donne che rispondeva in latino alla schiena di don Mario, il ticchettio dei rosari contro il legno delle panche, il frusciare delle vesti, passi leggeri che si perdevano tra il buio delle colonne. 

Quella sera, inginocchiata a testa china, aspettavo un passo diverso. Al mio rientro dal Comando, quella mattina, avevo trovato Luigi ancora a dormire.  Margherita aveva ricevuto presto, da Giorgetta, la notizia dell’arresto di Andrea. Ero riuscita a calmarla solo a fatica, assicurandole che sicuramente non lo avrebbero fucilato, perché era troppo giovane. Non mi aveva creduto, ma almeno ero riuscita a convincerla a non venire alla Stella e picchiare il primo tedesco che le veniva davanti, cosa che era stata fermamente intenzionata a fare. Aveva pianto per ore, con Renata che le accarezzava le trecce, e alla fine, spossata, si era addormentata di traverso sul letto. Luigi, con l’aria patetica di chi l’ha fatta grossa, era combattuto tra la soddisfatta tracotanza dell’aver agito e il timore che Margherita venisse a sapere chi era l’autore della soffiata. Da parte mia, non avevo perso occasione per fargli capire che lei lo avrebbe saputo da me, se non avesse  acconsentito a far sfollare lei e Renata in campagna, dai genitori di Giorgetta, prima possibile. Aveva acconsentito subito, torvo, ormai pauroso anche della propria ombra. Sarebbero partite la mattina dopo. Per tutto il giorno avevo cercato di mantenere la calma e di ignorare la stanchezza, ma ora sentivo la disperazione invadermi come tenebra.

La funzione stava finendo. A testa china, inginocchiata all’ultima panca, aspettavo. Tra i ricami del velo, le candele sull’altare alla mia destra vibravano come le luci di un villaggio lontano, una sera d’inverno – e fui certa che non l’avrei raggiunto mai. Le donne si alzarono in piedi e cominciarono a uscire strascicando i passi. I loro sospiri mi esasperavano. Don Mario si inchinò per l’ultima volta e rientrò in fretta in sacristia. Restai seduta per qualche minuto, finché non mi parve di sentire una presenza alle mie spalle, nella navata laterale. Allora mi alzai. 

Mi aspettava in piedi dietro una delle grosse colonne di porfido, e la luce delle poche candele gli illuminava il viso come una febbre nei suoi occhi chiari. Mi avvicinai piano, e istintivamente gli tesi le mani. Lui le prese tra le sue, e non sapevo se erano le sue, o le mie, a tremare. Non eravamo mai stati così vicini. Sentii il calore del suo alito sussurrarmi “Emma”. Restammo in silenzio per qualche secondo. Il sagrestano zoppo spegneva le candele sull’altare, e tra poco avrebbe chiuso la chiesa: non c’era molto tempo. “Avete visto Andrea?” “Sì. Ho dovuto… non è stato facile. Ma avevo una carta a disposizione col colonnello Metzger, e sono riuscito a toglierlo dalla lista di chi verrà fucilato domattina.” “Gli altri verranno fucilati?” “Avevo solo una carta. Una sola. E lui non saprà, fino all’ultimo – perchè gli altri penserebbero che ha parlato. Mi accerterò personalmente che le cose vadano così”. Mi strinse le mani più forte, mentre il buio sembrava avvolgerci. “Grazie.” Fece un gesto impetuoso di insofferenza, interrompendomi. Poi tornò a riprendermi le mani, e in silenzio ne portò una alle labbra, sfiorandola impercettibilmente con un bacio. Non si era ancora fatto la barba, e con le dita mi soffermai appena sul suo mento ispido, già un po’ argentato. Metà del suo viso era già in ombra. “E domattina parto.” Il pavimento di marmo si mosse leggermente sotto ai miei piedi e la luce delle poche candele rimaste si fece più fioca. “Partite? E per dove?” “Montecassino. Il nostro reparto viene trasferito a Montecassino. Aspettavo l’ordine da giorni, ma ora lo stesso mi pare… improvviso.” “Ma a Montecassino… si dice che per voi sia ormai una battaglia persa.” Sorrise. “Ormai, ovunque per noi è una battaglia persa. A Montecassino perderemo solo un po’ prima che altrove.” “Ma voi non ci potete andare!” “No? E se vanno gli altri, perché non dovrei andare io?” “Perché…” il sussurro mi morì in gola. Delicatamente, con due dita, alzò il mio viso e lo guardò in silenzio, coi suoi occhi di febbre, con avidità dolorosa.  “Perché” sussurrò, ma capii che non era una domanda. “Nulla di tutto questo ha senso. Quasi nulla.”

Il sagrestano zoppo aveva finito di affaccendarsi intorno all’altare. Non c’era più tempo. Abbassai il viso sulla stoffa della divisa, chiusi gli occhi. “Io non so neanche il vostro nome” sussurrai. “Achim”. Fu un soffio, poi si spense come l’ultima candela, e restarono solo i lumini rossi, lontani, e i passi zoppi che si avvicinavano. Ci muovemmo rapidamente verso l’uscita. 

Si soffermò nello spazio tra le doppie porte. La luce del tramonto estivo filtrava dalle losanghe e colorava la sua uniforme di arancio e verde e rosso. Esitò prima di aprire la porta esterna. “Vi farò avere mie notizie.” “Sì.” Non reggevo più il suo sguardo, eppure lo cercai ancora. “Arrivederci, Achim”. Fece per rispondermi, ma rimase muto. Alzò il mento, le braccia lungo i fianchi, irrigidendosi in una sorta di saluto, e uscì rapidamente nella luce.

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