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La Stella, 8

2 maggio 2014

Il comando era alla Villa, una palazzina bianca sulla strada principale, all’inizio del paese. L’avevo sempre trovata un luogo triste, forse per le alte finestre ad arco, con le persiane verdi sempre chiuse, il vialetto con le siepi di bosso, la cancellata alta e puntuta. Non era più allegra quella mattina, mentre il cielo schiariva e l’aria era ancora fresca di notte. Davanti alla Villa erano parcheggiate due camionette, una macchina, tre o quattro moto col sidecar. Nonostante fosse ancora presto, c’era un’aria di attività febbrile, ma insolitamente scomposta. Uomini in divisa entravano e uscivano a gruppi, una camionetta partì e ne arrivò un’altra. Mi venne in mente quando, con un piede, si scoperchia un formicaio: tutto pareva frenetico e inutile. Pensai anche che chiunque in paese avrebbe considerato una follia entrarvi, in quel momento più di sempre. Mi fermai un attimo all’angolo della strada, dietro un albero del parco. Il bambino, già sveglio, scalciava debolmente in un punto sotto il mio stomaco vuoto. Erano le sei. Margherita si sarebbe svegliata tra poco più di un’ora e avrebbe cercato Andrea giù al forno come ogni mattina. Non l’avrebbe trovato: avrebbe visto la sua cesta era ancora appoggiata alla parete della legnaia, vuota. Le avrebbero detto che Andrea ora era in una cella della Rocca, coi compagni, o che forse già all’alba lo avevano fucilato. E questo non poteva essere, e se non era già avvenuto non doveva avvenire. Ripresi fiato.

 I due piantoni al cancello vi avevano trascorso la notte. Staccarono le schiene dal muro appena mi avvicinai, e i gli occhi stanchi mi guardarono con malcelata curiosità. Uno di loro, come per un riflesso, mi puntò addosso il fucile e disse “Halt!”. L’altro, più anziano, gli disse qualcosa di breve, in un tono più pacato. Mi fece un breve cenno del capo, guardandomi interrogativamente. “Buongiorno. Io devo parlare con… qualcuno al comando.” In quel momento mi resi conto di non sapere il suo nome: non ce n’era stato bisogno, di saperlo. I due soldati mi guardavano senza capire. Sentivo che la loro diffidenza poteva in qualsiasi momento trasformarsi in ostilità, o peggio. Dal comando uscirono tre militari, due ufficiali e un soldato, e i piantoni scattarono sull’attenti. Io mi spostai di lato, per non dare nell’occhio, mentre i tre mi passavano davanti senza vedermi, i due ufficiali in un dialogo serrato, i volti scuri, le parole come sibili di frusta. Salirono tutti in macchina, il soldato alla guida. Il ruggito del motore fece schizzare ghiaia fino agli stivali delle guardie.

 Non sapevo il nome, ma forse il grado. “Un capitano. Hauptmann.” Così lo avevo sentito chiamare. “Hauptmann?” Quello più anziano mi scrutò con attenzione. Lo riconobbi: veniva a volte alla Stella, gli piaceva il vino. Mi aveva di certo riconosciuta, anche se eravamo tutti diversi alla luce del sole, eravamo tutti molto stanchi. Mi guardò la pancia, ormai grossa, le mie mani macchiate, assurdamente tese a fare scudo. Disse qualcosa all’altro, che annuì e mi fece cenno di seguirlo, con un sorriso beffardo sulle labbra che in quel momento non capii. Percorremmo il breve vialetto d’ingresso, tra le siepi di bosso un po’ sciupate, salimmo i tre scalini e passammo davanti a un altro piantone sulla porta. Il mio accompagnatore gli disse qualcosa che conteneva la parola Hauptmann. Gli sguardi di entrambi si abbassarono sulla mia pancia, e risero brevemente. Allora capii, e nella penombra del vestibolo fresco mi sentii avvampare. Passi veloci, tacchi di stivali percorrevano il piano superiore. Dietro una porta socchiusa, qualcuno batteva con forza sui tasti di una macchina da scrivere, interrotto dallo squillo di un telefono. Mi fecero cenno di aspettare. Il piantone tornò al cancello, mentre l’altro continuava a sorvegliarmi di sbieco, con un mezzo sorriso. Disse qualcosa a qualcuno dietro alla porta socchiusa. Passarono alcuni minuti, in un silenzio innaturale. Poi, dei passi veloci giù per le scale. Riconobbi i suoi stivali, il modo di camminare, ancora prima di vederlo in viso.

 Era grigio di stanchezza. Nel vedermi, si fermò per un secondo o due, e vidi le sue dita stringersi sul corrimano. Scese gli ultimi scalini in fretta, mi fece un cenno del capo, disse “Buongiorno signora”, e poi, dopo una breve pausa “Seguitemi.” Mi fece entrare in un ufficio piccolo, che dava sul retro. Il sole del mattino batteva già sulla scrivania, in un pulviscolo polveroso. Non aveva l’aria di un ufficio importante: oltre alla scrivania, c’erano un paio di sedie, un mobile da archivio, un tavolo più piccolo con una macchina da scrivere. Alle pareti c’erano ancora i quadri che dovevano essere li da quando la Villa era abitata: stampe in bianco e nero false antiche, di quelle che si vedono nei salotti buoni.

 Chiuse la porta alle nostre spalle, con una cautela che mi parve esagerata. Fece un gesto per indicarmi una sedia, sembrò ripensarci, e con la mano mi prese delicatamente il braccio, come ad accertarsi che fossi vera, che fossi lì in carne ed ossa. “Questa visita mi sorprende. È molto pericoloso per voi venire qui, dopo quello che è successo stanotte.” “Ma è proprio per quello che dovevo venire. Andrea…” “Chi è Andrea?” Con un gesto esausto si premette la radice del naso, e chiuse gli occhi. “È uno di quelli che avete preso stanotte, a Sant’Anna. Immagino sia stato Luigi a darvi l’imbeccata.” Mi lasciò il braccio, mi fece cenno di sedermi su una delle sedie, poi si sedette dietro la scrivania, si tolse il berretto, appoggiò i gomiti sul tavolo. “Purtroppo vostro marito non si è rivolto a me, ma direttamente al colonnello Metzger. Non è stato possibile non procedere.” “Ma dove sono, adesso? Alla Rocca?” “Sì. Per ora sono stati arrestati.” “Per ora? E poi? Li fucilerete?” “Emma.” Si appoggiò alla spalliera della sedia, guardandomi fisso. “Siamo in guerra. Abbiamo ordini precisi. Se io avessi saputo di questa cosa per primo, avrei potuto far finta di non saperlo. Ho ricevuto molte delazioni. Più di quante mai immaginereste. Molte, le ho ignorate. La guerra… fa emergere il meglio e il peggio.” “Non ho visto nessuno diventare migliore in guerra. Solo più debole. Mi vergogno di Luigi.” “E cosa vi fa pensare che io sia diverso dagli altri?”

Da qualche parte sbattè una porta, qualcuno urlò degli ordini. “Non lo penso. Lo so.”, sussurrai. Si passò la mano sulla fronte.”Sentite, Emma. Non abbiamo molto tempo. Stiamo preparandoci a smobilitare, la situazione è precaria, e in questo momento voi rischiate di essere coinvolta in questa faccenda. Lo capite?” “Sì. Ma io credo… credo che i vostri uomini pensino che io sia qui per un altro motivo.” Aprì la bocca senza parlare, e lo vidi arrossire. Sollevò lo sbuardo al soffitto, scuotendo la testa. “Certo. Come ho fatto a non pensarci. Mi dispiace… mi scuso con voi di questo.” “Non ce n’è bisogno.” Era già tornato pallido. “Ma forse questo equivoco può giocare a vostro favore. È meglio che pensino questo, che altro.” La pancia mi dava il fiato corto. Mi alzai in piedi, mi appoggiai con le mani alla scrivania davanti a lui. “Io sono venuta a chiedervi di aiutare Andrea. Ha quindici anni, ed era solo una staffetta. È un bambino.” Lo guardai fisso. Sulla sua guancia sinistra il sole illuminava la barba della notte. Non si era ancora rasato. Abbassò gli occhi. “Non sarà facile. Non ho molto potere.” “È un bambino”, ripetei. Si alzò in piedi, andò alla finestra. “Ho visto morire molti ragazzi della sua età, in molti modi. Non occorre che mi diciate che è un bambino. Lo so.” “Allora, aiutatelo, se potete.” Mi si avvicinò. “Farò il possibile. Vi dò la mia parola. Ma devo agire subito. E voi dovete andare via da qui. Dovete andare a casa, e convincere vostro marito a mandare voi e le ragazze da qualche parte in campagna. Qui… non siete al sicuro.” “La Stella…” “Maledizione!” Sbattè il pugno sulla scrivania. Sobbalzai. “È davvero possibile che per guadagnare qualche soldo vostro marito metta in pericolo la vostra vita?” “Luigi non pensa. Prende le cose come vengono, un giorno alla volta. Ma potrei almeno convincerlo a mandare in campagna Margherita… le bambine.” “Andate anche voi, Emma. E perdonatemi. Non ricordo l’ultima volta che ho dormito.” Ci fu un breve silenzio. Aveva la fronte imperlata di sudore. Si rimise il berretto. “Ora dovete andare, prima che qualcuno vi veda. Io farò il possibile per Andrea.” “Grazie.” “Non ringraziatemi. Sono io che vi ringrazio per la visita. Avrei solo preferito incontrarvi in altre circostanze.” Mi accompagnò alla porta. Si soffermò, la mano già sulla maniglia. Con l’altra, prese tra due dita una ciocca dei miei capelli, la lasciò ricadere, fece un piccolo passo indietro. “Voi siete solita andare ai vespri. Ci andrete anche stasera?” Non era una domanda. “Sì. Ci andrò.” “Bene. Vedrò di farvi avere notizie. Permettete che vi accompagni fuori.”

 Dall’angolo del parco mi voltai a guardarlo. Era ancora sul cancello, il berretto tra le mani, a guardarmi mentre mi allontanavo.

 

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