h1

La Stella, 7

25 aprile 2014

Luigi si asciugò il sudore col grosso fazzoletto a quadretti, sbuffò e lo rimise in tasca. Bestemmiò sottovoce, lamentandosi del caldo, poi si versò un bicchiere di bianco dalla brocca, e lo buttò giù d’un fiato.

Era già estate, un primo pomeriggio, nella grande cucina dalle volte di pietra della Stella. Giorgetta sgusciava i piselli in silenzio, prendendoli dal grembiule. Con precisione meccanica li sgranava nella pentola di coccio, e lasciava cadere le bucce di un verde acceso in un mucchio sul pavimento di mattoni. Luigi posò il bicchiere sul tavolo di marmo con un colpo secco, e cercò il mio sguardo dall’altra parte del tavolo. “Abbiamo carne per stasera?” “Ci sono questi due polli soltanto. Ma basteranno – ormai, per quanta gente viene…” I polli erano davanti a me, ancora da spennare. Sulle piume bianche svolazzavano due mosche, e una si posò sul dorso della mia mano un po’ gonfia. Non mi sentivo bene. “Per ora i nostri amici Fritz non se ne sono ancora andati, no? Finchè restano, voi cucinate.” I cambiamenti imminenti, la smobilitazione evidente, innervosivano Luigi. Dormiva male, beveva più del solito, era sospettoso. Aveva paura, e la sua paura era sempre pericolosa per gli altri. Sentivo che non ne poteva venir nulla di buono. Continuò: “E poi, non ci sono rimasti quei due salami in cantina? Sono dell’anno scorso… ma saranno ancora mangiabili”.

Non avrei saputo dire perché, ma c’era qualcosa di falso nella sua voce. Giorgetta teneva lo sguardo fisso sul grembiule, e notai un’impercettibile esitazione delle sue dita. Io tacqui, sperando che non andasse a controllare, sapendo che lo avrebbe fatto, e che era tutta una commedia, che sapeva già. Il bambino scalciava debolmente, e mi passai una mano sul ventre, come per pregarlo di non fare rumore. Luigi si alzò in piedi e si avviò ostentatamente verso la porta della cantina. “Ce n’è rimasto uno solo, Luigi. L’altro è stato finito a Pasqua, ti ricordi, la cena di Pasqua.” Strappavo rapidamente piume di pollo sporche di sangue rappreso. Luigi era già arrivato alla porta della cantina. Si voltò, la mano sulla maniglia, un sorriso ironico sulla bocca troppo piccola per il suo viso largo. “Ma guarda… e pensare che solo una settimana fa li ho visti ancora appesi tutti e due.” “Ti devi essere sbagliato.” “No.” Mi si fece vicino, e il suo sudore mi dette la nausea. “No. Non mi sono sbagliato affatto, e so anche che fine ha fatto il mio salame! E tu, tu lo sai?” Sentii il timpano destro vibrare al volume della sua voce. Giorgetta balzò in piedi, e i piselli ancora da sgusciare si mescolarono alle bucce. Afferrò la pentola, impaurita, e la poggiò senza un motivo sull’acquaio di pietra. “Credi che sia stupido, eh? Credi che non mi sia accorto di tutte le cose che hai fatto sparire? E pensare che sospettavo di questa cretina qui” e puntò il dito contro Giorgetta, ancora aggrappata alla pentola, che scosse la testa, a bocca aperta, incapace di parlare. “Ma non era lei, no, era mia moglie, eri tu, che passavi la roba a quel maledettissimo figlio di troia di Andrea, credi che non lo sappia?” Tesi l’ala del pollo, strappandone sistematicamente le penne, con una forza che non sapevo di avere. Alzai gli occhi ad incontrare quelli arrossati di Luigi. “Avevano fame.” “Avevano fame? E da quando io dò da mangiare ai traditori? Ladri, che si nascondono nei boschi e mettono in pericolo tutti, anche me! E tu, invece di startene tranquilla e farti gli affari tuoi, dai via la mia roba!” Mi alzai in piedi, sbattendo il pollo sul tavolo, con un tonfo sordo di carne morta. Le mosche si allontanarono in fretta, in un pulviscolo di piume. “La roba è mia quanto tua, Luigi.” Il suo alito era acido, amaro. Respirava forte, le vene del collo gonfie. “Ringrazia il cielo…” sussurrò lentamente “Ringrazia il cielo che sei incinta, altrimenti ti avrei fatto vedere chi comanda qui. E comunque, hai finito di rubare. Non ne hanno più bisogno, della mia roba, quei delinquenti. Presto avranno il vitto gratis.” Il silenzio, il ronzio delle mosche, una goccia d’acqua che cadeva, ritmica, su un coperchio di rame. Inghiottii a fatica. Ci volle del tempo prima che riuscissi a parlare. “Cos’hai fatto, Luigi?” Sorrise, un piccolo sorriso sbieco. “Niente. Non ho fatto niente, io”. Tornò a sedersi, soddisfatto. Si versò un altro bicchiere. Guardò prima me, poi Giorgetta, scosse la testa, sorridendo. “Come siete malfidate.”

 Quella notte ascoltai la Torre Grossa battere le ore, le mezz’ore. Luigi respirava pesante, inquieto, maldestro anche nel sonno. Non provavo pena, non provavo rabbia: non avevo mai avuto illusioni. Ma c’era negli angoli bui un senso di minaccia, dietro le tende un pericolo, giù per strada passi silenziosi, e un senso di perdita, di vuoto, a mangiarmi il cuore.

 All’alba, il suono del campanello mi fece balzare dal letto. Scesi i tre piani di scale di corsa, scalza, sperando che chi aveva suonato non suonasse di nuovo e svegliasse Luigi e le ragazze. Sulla porta di strada, spettinata, il viso disfatto dalla stanchezza e dalla paura, c’era Anita, la madre di Andrea. “Emma. Emma, hanno preso Andrea, li hanno presi tutti!” La tirai dentro il portone, facendole cenno di stare zitta. Le due zitelle del primo piano erano dure d’orecchio, ma il silenzio era ancora quello della notte, e Anita era fuori di sè. Le feci cenno di tacere, e di seguirmi. Salii le due rampe di scale fino al tabernacolo, a metà distanza tra la nostra porta e quella delle vicine. Era il posto dove era meno probabile che qualcuno ci sentisse. Le strinsi le spalle, cercando il suo sguardo mobile, disperato. “Anita, ascoltami. Parla piano, o ci sentiranno. Dimmi cosa è successo, alla svelta, prima che si svegli qualcuno.” Sembrava non riuscisse più a parlare. Aveva le labbra secche, e tremava. “Anita. Calmati, ora.” La scossi, e lei sembrò riscuotersi. Il viso le si contrasse in una smorfia che non avrei mai immaginato in quella donna sempre tranquilla, precisa, linda nelle sue camicette inamidate. Non era più lei, era un’altra Anita questa, che piangeva senza ritegno, cercando di soffocare i singhiozzi, e un filo di saliva le scendeva dall’angolo della bocca e gocciolava sul mio polso. “Gli avevo detto di non andare, di non andarci più, ma non mi dava retta. Gli dicevo, il tuo babbo è prigioniero, io ho solo te, sei il mio bambino, non ci andare Andrea, ma lui non mi dava retta. Ho quindici anni mamma, sono grande, e i compagni si fidano di me, e io sto attento, non aver paura, diceva.” Un singhiozzo convulso la interruppe. Con un lembo della mia camicia da notte le asciugai gli occhi. “Anche ieri sera è voluto andare, aveva della roba da portare, e non so neanche dove, verso Sant’Anna credo, dove comincia il bosco fitto, non me l’ha mai voluto dire dove, non lo posso dire mamma, diceva, e chissà cosa gli pareva di fare, lo trattavano da grande, ma ha quindici anni, Emma…” “E come fai a sapere che li hanno presi? Può darsi che…” “Lo so! Non lo vedevo tornare, e verso mezzanotte ero alla finestra, ma mi sentivo una pena… mi era parso di sentire degli spari in lontananza, ma se ne sentono spesso… poi però, una mezz’ora dopo, ho visto un’ombra passare, e l’ho riconosciuto perché zoppicava, era Gino Nesi, il postino, che veniva a dirmelo.” Mi piangeva sulla spalla, e si stringeva a me, lei che di solito appena mi salutava, le poche volte che la vedevo in chiesa o per strada. “Ma che è successo?” “Gino dice che ci dev’essere stata una soffiata, qualcuno ha mandato i tedeschi dove sapevano di trovarli, lui li ha visti partire verso le dieci con le camionette, sapevano dove andavano. Dice che ne hanno ammazzati due, Stefano e Pietro, i figli del Masi, ma solo loro, perché sparavano. Dice che gli altri li hanno portati al carcere, in Rocca, dice che per ora non li hanno ancora fucilati…” La parola le morì in bocca, trasformandosi in un sibilo stridente. Si aggrappava alle mie spalle. “Volevo andare subito in Rocca, ma Gino mi ha detto che non lo dovevo fare, che avrebbero preso anche me, che me ne stessi a casa per l’amor del cielo, ma io divento pazza, ci voglio andare, il mio bambino, Andrea…” “Gino ha ragione” la interruppi. “Arresterebbero anche te.” “Aiutami, Emma. Tu li conosci, sai chi è importante, vengono sempre a mangiare da voi, tutti… aiutami. Aiutami.” La lampada del tabernacolo gettava una luce debole e viva sul suo viso gonfio. Mi guardava con gli occhi sgranati, da pazza. “Non puoi andare alla Rocca, e non servirebbe a nulla. Bisogna andare al comando. Ma non devi andare tu. Ci andrò io. Tu adesso vai a casa, Anita.” “Ci andrai tu? Al comando? Ma io pensavo… pensavo Luigi, non tu. Non andare tu.” “Luigi? No. Luigi lasciamolo dormire, che è meglio per tutti.” Avevo nel petto un rancore sordo, velenoso, che mi dava l’amaro in bocca. “Ci andrò io. Mi vesto e ci vado. A una donna incinta non faranno nulla. Vai a casa, tu. Vai. Passo dopo da te. Stai tranquilla.” La sorressi accompagnandola giù per la scala. Singhiozzava ancora, ma era come spossata. “Emma… grazie. Ma stai attenta.” “Vai a casa. A dopo.”

Luigi dormiva ancora, bocconi. Era rotolato sulla mia parte di letto, le braccia aperte, come a cercarmi. Mi vestii in fretta, senza fare rumore. Biribò mi si strusciava alle gambe. Con le scarpe in mano lo feci uscire e chiusi alle mie spalle la porta dell’appartamento.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: