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La stella, 5

12 aprile 2014

La strada era in leggera salita.  Il sole d’aprile era già caldo, e mi sentivo le ascelle sudate per lo sforzo: la gravidanza, appena evidente, mi toglieva già un po’ il fiato. Margherita e Renata facevano apposta a lasciarmi indietro: camminavano saltellando ritmicamente, a braccetto, e con le lunghe gambe magre infilate negli scarponcini sollevavano mulinelli di ghiaia e polvere bianca. Provai a dir loro che mi aspettassero, ma avevo la gola secca e la voce mi uscì bassa, stentorea. Le vidi allontanarsi sulla salita, i fiocchi delle trecce svolazzanti sulle spalle come grosse farfalle. Pensai che si sarebbero di certo fermate alla prima ombra, al bivio per Santa Chiara, alla sommità della salita. Lì avremmo preso a destra, verso la chiesetta. Non volevo, di questi tempi, continuare verso i boschi. Camminavo calpestando la mia ombra breve. Ancora quella mattina, all’ora fredda della prima messa, mi ero stretta addosso lo scialle salendo in fretta fino al duomo; ma il pomeriggio era caldo, e ora lo scialle mi pesava sul braccio. Mi soffermai sul ciglio erboso a rimboccarmi le maniche della camicetta. Tra i filari di viti l’erba era di un verde acceso, punteggiata del giallo dei denti di leone. Da quel punto, in quel momento, nulla ricordava la guerra. Eppure, la guerra c’era.

Il fronte alleato avanzava, e le notizie arrivavano frammentarie, crudeli, contraddittorie. Si diceva che gli americani si stessero avvicinando a Roma, che si stesse ancora combattendo a Cassino, ma in paese non si sapeva più cosa credere. Alla Stella, Luigi teneva la radio fissa sulle canzonette, per evitare guai. Tutto quello che sapevo mi veniva sussurrato: dalle donne in coda per il poco cibo, da Andrea che ogni tanto infilava nella cesta del pane il pezzo di formaggio che gli passavo sotto il banco. Le notizie delle fucilazioni invece, quelle arrivavano forti e chiare: ragazzi del paese tornavano ammucchiati su cassoni di autocarri, come sacchi di grano sporchi di rosso. Chiusi gli occhi al sole, lo sentii scaldarmi le braccia nude, e mi venne voglia di stendermi su quell’erba e restare lì. Ma le ragazze erano già sparite dietro una curva, e non sentivo più le loro voci. Mi rimisi in cammino.

Dietro la curva, al bivio di Santa Chiara, una camionetta tedesca era ferma all’ombra dei cipressi, accanto al tabernacolo. Un soldato era seduto al posto di guida, con lo sportello aperto, e fumava una sigaretta. Un altro, appoggiato al tronco di un cipresso, sorvegliava la strada. Poco lontano, nel campo a qualche metro dalla strada, un ufficiale era occupato a guardare la valle con un grosso binocolo da artiglieria fissato su un cavalletto. Margherita e Renata si erano messe a cogliere fiori, come se nulla fosse, e vedendomi mi salutarono con la mano. Non finiva mai di stupirmi, e di preoccuparmi, la loro indifferente consuetudine alla vicinanza dei soldati. “Mamma! È pieno di denti di leone!”

L’ufficiale, sentendola parlare, staccò gli occhi dal binocolo e si voltò verso di me. Ci riconoscemmo. Rallentai involontariamente il passo. “Buonasera, signora.” Si inchinò impercettibilmente, poi fece qualche passo verso di me. “Una passeggiata?” Mi resi conto che non lo avevo mai visto in pieno sole. I suoi occhi attenti sembravano più giovani, quasi allegri. Disse qualcosa in tedesco ai suoi soldati, e quello che stava appoggiato al cipresso tirò fuori dalla tasca una tavoletta di cioccolata. Fece un cenno alle ragazzine, che si avvicinarono velocemente. Provai a protestare, ma lui mi fermò con un gesto deciso della mano. Le vidi sedersi nel prato, scartare la cioccolata, ridere.

”Sì…” dissi. “È una così bella giornata, ci fa bene uscire un po’ al sole.” Lui si voltò a guardare le ragazze. Margherita si era stesa bocconi sull’erba, Renata, seduta accanto a lei a gambe incrociate, masticava avidamente la sua parte di cioccolata. Dalla valle soffiava un a brezza tiepida. Guardai con curiosità il cavalletto piazzato all’ombra dei cipressi. Lui si fece da parte e mi invitò ad avvicinarmi. “Volete dare un’occhiata?” Feci cenno di no col capo, ma lo stesso mi avvicinai al grosso binocolo verde. “Non fate complimenti. È interessante. Guardate.” Teneva in mano un blocchetto per appunti e una penna. Ripose la penna nel taschino della divisa, infilò il blocchetto nella tasca dei pantaloni. Con le mani libere girò leggermente il binocolo verso di me, abbassando un po’ il cavalletto. Un sorriso impalpabile gli aleggiava sulle labbra.

Appoggiai gli occhi allo strumento. Era ancora caldo del suo viso, e mi ritrassi istintivamente. “È regolato sulla mia vista, dovete regolarlo sulla vostra. Aspettate. Vedete queste?” mi indicò delle manopole, che si potevano ruotare. “Appoggiate il viso, vi aiuterò a regolare.” Si posizionò alle mie spalle, e mi circondò con le braccia, senza sfiorarmi. “Provate prima con un solo occhio, chiudete l’altro.” Girai il viso a guardarlo.“Quale devo chiudere?” Indugiò a guardarmi negli occhi per qualche secondo, come se fosse una decisione molto importante.  Era così vicino che distinguevo la catenella di piccoli punti del ricamo argentato su sfondo rosso della mostrina  sul colletto, così vicino che potevo vedere il 5 impresso sul bottone della spallina, così vicino che guardavo tutto questo per non guardarlo negli occhi. “Il destro. Chiudete il destro, inizieremo a regolare dal sinistro.”

L’occhio sinistro vedeva verde con macchie gialle. Sentii il suo polso sfiorarmi appena la tempia, mentre con le dita girava la manopola. L’immagine, come in un caleidoscopio da fiera, si trasformò in altro: la facciata della cappella di Santa Chiara. “Vedete, adesso?” “Sì. Vedo Santa Chiara.” Potete regolare meglio da sola.” Senza staccare l’occhio dal binocolo cercai la manopola e la girai appena – l’immagine ora era perfettamente nitida: una crepa sottile tagliava in diagonale la facciata, ciuffi d’erba spuntavano tra le tegole. “Ora aprite l’altro occhio e fate lo stesso.” Regolai entrambe le manopole. L’immagine acquistò sorprendente profondità. “Potete poi muovere il binocolo come vi piace.” Le sue mani intorno al mio viso produssero con un movimento minimo un filare di viti, da qualche parte nella valle. I pampini, di un verde brillante, vibravano lievemente. Percepivo appena il suo odore, diverso da quelli che conoscevo – cuoio, una nota di tabacco, e qualcos’altro, che non riuscivo a identificare. Il suo corpo faceva schermo alla brezza, e sembrava per questo emanare calore.

“Permettete.” Staccai gli occhi dal binocolo e lui lo spostò di nuovo, puntandolo verso il Poggio. “Cosa vedete?” Vidi chiome di quercia, impenetrabili. “È il Poggio. Ci andavo da bambina, con mio padre. Lui faceva la legna e io gli portavo il pranzo e restavo lì, a fargli compagnia.” Era facile parlare, quando non lo guardavo in faccia. Era come nel confessionale, si parla ad una presenza che non si vede, la fronte abbassata, e allora si può dire tutto, quasi tutto. Non ero sicura se stesse guardando il Poggio o il nodo un po’ sfatto dei miei capelli sulla nuca, e non saperlo rendeva tutto più facile. “Ci andavate a piedi? Così lontano?” “Non è lontano, se invece di prendere la strada si taglia dai campi. Si passa… aspettate, vedete questo sentiero? Passa sotto le vigne.” Lo invitai a guardare, e lui alzò il binocolo alla sua altezza. Le tempie rasate, leggermente argentate, che sparivano sotto il berretto, il mento, le dita lunghe. Avevo la sensazione confusa di un accumulo, di stare facendo incetta di qualcosa. Provviste per l’inverno.

“E cosa portavate a vostro padre?” chiese, senza staccare gli occhi dal binocolo. “Quello che preparava mia madre. Zuppa di cavolo. Fagioli. Metteva tutto in un tegame di coccio e lo avvolgeva in un panno.Una volta, correndo, inciampai attraversando il fosso, mi cadde il fagotto, il tegame si ruppe e mio padre rimase senza pranzo. Ma non disse nulla, continuò a lavorare. Quando ci ripenso mi dispiace ancora.” Mi cedette il posto mentre cercavo il punto giusto, nella valle, e cercando continuavo a parlare, perchè era importante che lui sapesse questo, tutto questo e molte altre cose avevo da dirgli, e non c’era tempo. “Ecco. Laggiù, vicino a quei salici.” Ci fu una lunga pausa. Guardò a lungo il punto che gli avevo indicato, poi si voltò a guardarmi. “A Santa Chiara… ci andate spesso?” “Prima della guerra, quando Margherita era piccola, ci andavamo quasi ogni domenica. Adesso meno. Usciamo poco dal paese.” “È pericoloso uscire, infatti. Ma questa strada è sicura, almeno fino alla chiesa, e specialmente oggi. Oggi è sicura.” “Ci sono tedeschi dappertutto”, dissi, “e…” Mi interruppi di colpo, e sentii che stavo arrossendo violentemente. “Scusatemi, volevo dire che…” Lui rise, brevemente. “Sì, in questo momento non posso biasimarvi: siamo dappertutto. Ma presto non ci saremo più.” Tirò fuori una astuccio d’argento dalla tasca, e ne estrasse una sigaretta. L’accese e aspirò il fumo, guardando le colline. “Presto… finirà tutto. Potrete sentirvi sicura ovunque. Ma non ancora.”

 

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2 commenti

  1. Bellissimo, sempre di più.


  2. Sono contenta che ti piaccia, Isabella!



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