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La Stella, 4

31 marzo 2014

Dopo le undici il frastuono aumentava. Succedeva ogni sera, ci potevi rimettere l’orologio: c’era un confine acustico che si varcava dopo quell’ora, quando le pance erano piene e i cervelli avevano assorbito abbastanza alcol e i fuochi erano roboanti di faville, e in cucina Giorgetta e Armida tuffavano le braccia fino al gomito nell’acqua calda e strofinavano piatti e tegami, mentre io facevo del mio meglio per tener testa alla mescita e controllare che la situazione non si facesse insopportabile per le donne che servivano ai tavoli. Ne avevo due, di età adeguata e non belle, due vedove che avevano bisogno di lavorare, e che con gli avanzi della cucina nutrivano la famiglia. Eppure, quasi ogni sera dopo le undici c’era qualcuno tra i soldati semplici che si prendeva confidenze. A volte Luigi mi aiutava a sviarne l’attenzione e si evitavano problemi, ma quella sera ero sola, e speravo solo che arrivasse presto l’ora di chiudere.

Decisi di aiutare Rosa a raccogliere i bicchieri. Un soldato di mezza età la stava trattenendo per un braccio, raccontandole in tedesco una lunga storia su chissà cosa. Lei ascoltava paziente, gli occhi bassi e un’espressione neutra, e ogni tanto mi lanciava sguardi come per dirmi che non mi preoccupassi, che andava tutto bene, ma io sapevo che era stanca e che l’aspettavano ancora ore di lavoro prima di tornare dai suoi figli, e sentii crescere un’irritazione sorda nei confronti di quella faccia rossa e lucida che vomitava parole, e delle altre facce rosse che ne ridevano. Vicino all’entrata, tre vecchi stavano a guardare, curiosi di vedere come Rosa se la sarebbe cavata, le bocche sdentate semiaperte, le tese dei cappelli calate sugli occhi.

Iniziai il giro dal fondo della sala, dove sedevano gli ufficiali. Il volume della conversazione qui era più basso, l’odore diverso, cognac non vino, sigari non rimasugli di tabacco. Anche la lingua era diversa, anche se ugualmente sconosciuta. Pareva più sibilante, meno di gola, più in punta di lingua. Qui, nessuno rideva. C’erano facce note: il grigio impomatato, che doveva essere un maggiore, confabulava nervosamente con un altro beccamorto abituale, dal lungo naso sottile. Un altro ufficiale fissava le fiamme col bicchiere in mano, sul viso un’espressione di tristezza esausta. Senza guardarmi, posò il bicchiere sul vassoio, e fece un gesto per indicare che glielo riempissi di nuovo. Posai il vassoio sul tavolo, e mi girai per andare a prendere la bottiglia.

E lo vidi. Era seduto da solo, al tavolo d’angolo, seminascosto da una colonna. Doveva essere entrato mentre ero in cucina, perchè non me n’ero accorta, e invece ero solita accorgermene. Aveva davanti, come sempre, il suo blocco nero, e scriveva. Cosa scrivesse, me lo chiedevo ogni sera, da qualche settimana. Sapevo che disegnava, anche. Qualche giorno prima, senza dire nulla, aveva lasciato sul banco della mescita un piccolo ritratto di Margherita, fatto a matita. Poche linee, ma era lei. L’aveva appoggiato lì con noncuranza, e una goccia d’acqua sul banco bagnato aveva stemperato una spalla, creando un effetto sfumato, da acquarello. Lo conservavo su, nel mio cassetto. Avevo voluto ringraziarlo, ma si era schermito quasi con fastidio, in un italiano corretto, formale. “È vostra figlia, no?” “Sì.” “Non vi somiglia.” “È vero. Somiglia a suo padre.” Aveva sollevato un sopracciglio, con un leggero sorriso: “Non mi pare… il signor Luigi?” “No. Non al signor Luigi. A suo padre. È morto prima che lei nascesse.” “Scusatemi” aveva detto, e automaticamente aveva raddrizzato la schiena e alzato il mento. Da allora, non mi aveva più parlato. Ma io sentivo il suo sguardo, sera dopo sera, seguirmi, osservare, e anzi lo cercavo. Non lo volevo, ma lo cercavo.

Con la bottiglia in una mano e il vassoio nell’altra mi avvicinai al suo tavolo. Aveva il viso in penombra perchè la colonna lo riparava dalla luce elettrica, e solo una metà del viso era illuminata dal bagliore del fuoco. La luce cadeva sui suoi capelli chiari ma non biondi, o forse di un altro biondo, diversi dai miei, rasati ai lati, sempre ben pettinati. Il segno del berretto gli attraversava la fronte. Gli occhi erano grigi, un po’infossati – lo sguardo indagatore, attento. Il suo viso aveva un’intensità dolorosa, come quella di una ferita aperta dalla quale entrava il mondo. Le mani erano lunghe, curate, e una fede sottile gli brillava all’anulare sinistro. “Buonasera” disse accennando un sorriso. “Siete sola, stasera.” Non era una domanda, era fare il punto della situazione. “Sì. E c’è molto da fare.” Mentre il mio, il mio era un tentativo di fuga fatto senza crederci. Rimasi lì, infatti, la bottiglia sospesa. La guardò, rifiutò con un cenno del capo. “Suo marito non c’è?” “È su in casa. Dorme.” “Ubriaco?” e la sua bocca prese una piega disgustata. Non risposi. Appoggiai il vassoio sul tavolo, la bottiglia sul vassoio. Con una mano mi strinsi l’altro braccio, all’altezza del gomito: mi faceva male, avevo forse strofinato troppo. Il suo sguardo seguì il mio gesto. “Voi siete stanca. Dovreste essere voi a dormire. Non dovreste essere qui.” “Neanche voi. Neanche voi dovreste essere qui.”. Le parole mi erano uscite prima che potessi pesarle. Sorrise. “Avete ragione. Nessuno di noi dovrebbe essere qui. Io dovrei essere a casa mia, a Berlino, con la mia famiglia, i miei allievi, i miei libri. Non è stata una mia scelta, anche se… tutto questo… era inevitabile.” “Siete maestro?” “Insegnavo filosofia in un liceo. Insegnavo, pensate un po’, cose come l’idealismo e il primato dello Spirito a ragazzi che probabilmente sono già quasi tutti morti.” Non avevo idea di cosa stesse parlando. Ma l’ultima frase l’avevo capita. “Ma scusatemi. Vi sto trattenendo, e voi avete da fare.” “Sì. Mi dispiace… dico, i vostri alunni.” Non rispose. Con un gesto che mi parve stanco aprì il suo blocco nero e lo girò verso di me. Alla luce incerta, come in uno specchio, vidi me stessa. Ero io: la schiena curva a lavare i bicchieri, io che mi allungavo a prendere una bottiglia dall’ultimo scaffale, io di profilo, io di fronte, un’aria che non sapevo definire, che non sapevo di avere. Mi resi conto che avevo spalancato la bocca per la sorpresa. Toccai la pagina, come a sincerarmi che le immagini non si muovessero, non fossero vive. “Sono io… sono io questa!” “No. Voi siete un’altra.”

La voce di uno dei tre vecchi mi chiamò dal bancone. Mi riscossi, presi il vassoio. Prima di andare, gli feci un cenno del capo. Poteva essere un ringraziamento. Un commiato.

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