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La Stella, 3

21 marzo 2014

Le onde dei capelli di mia figlia luccicavano sotto la lampadina fioca. Ero salita su per prepararla per la notte, come se fosse ancora piccola. Era un piacere per il quale rubavo sempre qualche minuto, lasciando la Stella coi suoi fuochi, i girarrosti e le pentole, l’aria grave di fumo e risate in mano a Giorgetta e a mia sorella Armida. Attraversavo la strada male illuminata e salivo le scale di casa nostra, su fino a quarto piano, fino alla camera di Margherita. Stasera era sola: Renata avrebbe dormito per qualche giorno a casa della vecchia nonna paterna, che si era sentita male. Margherita non era abituata a dormire da sola, e le avevo permesso di far salire sul letto Biribò, il grosso gatto grigio.

 Mentre le intrecciavo i capelli lei gli accarezzava la pancia. Alcuni capelli, troppo corti, le si arricciolavano sulla nuca bruna, sottile, che mi ricordò quella di Francesco, seduto in camicia sul letto d’ospedale, un giorno che ero andata a trovarlo poco prima che morisse. Ma la voce di lei, giovane, incerta,  scacciò l’immagine e mi riportò al presente. “Mamma.” “Che c’è?” “Finirà presto la guerra?” “Non lo so, amore. Lo spero, ma non lo so. Non ci si capisce più nulla.”. “Ma noi, prima, non eravamo alleati dei tedeschi? L’anno scorso a scuola ci dicevano così. Ora non si può più dire.” “Sono cambiate le cose. Ora non siamo più alleati, ora loro sono… ci occupano. Non bisogna farli arrabbiare perché sono pericolosi.” “Ma allora, di chi siamo alleati noi?” “Di nessuno. Noi dobbiamo cavarcela da soli, Margherita. Tu sei alleata mia, e io tua.” Le strinsi le spalle in una stretta troppo forte, e lei si divincolò un poco, girandosi verso di me. Aveva abbottonato la camicia da notte fino al collo, e i suoi occhi grandi e neri mi fissavano, indagatori. Aveva smesso di accarezzare il gatto, che si era acciambellato sul cuscino di Renata. “Siamo alleati dei partigiani? Andrea dice che ci libereranno loro dai tedeschi. Per questo i tedeschi se li prendono li fucilano.” Le parole le uscivano rapide, eccitate. Aveva un mezzo sorriso sulle labbra. “Andrea ti ha detto così? E che ne sa lui?” “Andrea ha quindici anni, mamma, è grande. Lui… sai tenere un segreto?” Lo sguardo si fece ancora più nero sotto le sopracciglia leggermente aggrottate, e qualcosa di gelido mi strinse il cuore: la mia bambina non era più una bambina, ma cos’era allora? Mi sedetti sul letto davanti a lei, le presi le mani fredde tra le mie che bruciavano e puzzavano di cipolla. Dalla strada arrivavano le voci roche di un gruppo di soldati che stavano uscendo dal locale. “Certo, sì amore, lo sai. Dimmi.” “Andrea fa la staffetta per i partigiani. Gli porta pane, ogni tanto anche altre cose che gli danno le persone, cibo. Una volta, nella cesta del pane aveva anche una pistola.” Mi sentii la bocca secca. “E te lo ha detto lui?” “Sì. Mi ha detto che in questo modo presto i partigiani vinceranno la guerra e manderanno via i tedeschi. Non si potrebbe fargli avere un po’ di cibo del nostro? Della Stella?” “Margherita, Andrea è un bambino e quello che sta facendo è pericolosissimo. Se lo scoprono, i tedeschi lo fucilano. Lasciate che siano i grandi a fare al guerra. Voi ancora no.” Lei ritirò bruscamente le mani dalle mie, stringendole a pugno. “Non siamo bambini. Ho tredici anni e io e Andrea siamo fidanzati, e quando finisce la guerra lui mi sposerà! E io voglio aiutarlo, e tu non me lo puoi impedire!” “Ascoltami. Ascoltami, Margherita. Io non ti tradirò, ma tu devi promettermi una cosa: lascia che Andrea faccia quello che deve fare, ma non immischiarti. Fallo per me. La guerra… questa guerra finirà presto, e dopo potrai decidere cosa vuoi fare. Potrai studiare, e poi decidere.” La sentivo ancora rigida tra le mie braccia, ma aveva appoggiato la testa nell’incavo del mio collo e il suo respiro era affannato. “Cos’altro fa, Andrea?” “Porta messaggi, ambasciate. Sa la parola d’ordine. Odia i tedeschi perché hanno mandato il suo babbo in Germania. Non devi preoccuparti, sta attento. Non ho detto nulla a nessuno, neanche a Renata. Lei è ancora piccola e morirebbe di paura. Ma mamma, fai sparire un prosciutto e daglielo. Domattina, quando viene col pane.” “Non so se posso, Margherita. Luigi… ” “Luigi è stupido, mamma. Non se ne accorgerà.” “Vedrò cosa posso fare. Ora dormi. Devo tornare giù.”

 Le rimboccai le coperte, le baciai la fronte. “Fidanzata con Andrea… ” non potei fare a meno di sorridere. Anche lei sorrise, un sorriso complice, che non le avevo mai visto. “Me lo ha chiesto per Natale, alla tombola del prete. Gli ho detto di sì, perché hai visto che begli occhi verdi che ha? E poi sa suonare la tromba. Ora suona quella del suo babbo.” Ricordai Vincenzo, il padre di Andrea, che suonava la tromba nella Filarmonica, le sue serenate notturne da ragazzo, d’estate, e mio padre l’aveva scacciato a secchiate. “Sì. Ora dormi. Guarda Biribò, lui dorme già. Buona notte, Margherita.” “Buona notte, mamma.”

 Uscendo lasciai la porta socchiusa, per permettere al gatto di uscire. Il corridoio era buio, ma mi mossi a tentoni verso la cucina: dovevo bere un bicchier d’acqua. Accesi la luce e sobbalzai: seduto al tavolo, al buio, con un bicchiere di vino in mano, c’era Luigi. “Che ci fai qui, a luce spenta?” Aveva buttato la giacca sulla spalliera di una sedia, aveva i  bottoni del gilet sbottonati, le maniche rimboccate. Doveva aver bevuto più del solito. “Che ci faccio? Sono in casa mia, no?” “Pensavo fossi giù. Io devo scendere, Giorgetta e Armida sono sole.” Feci per allontanarmi, perché temevo una discussione in quelle condizioni. Mi misi lo scialle sulle spalle. “E invece non te ne vai. Che ti ha detto Margherita?” “Niente. Che doveva dirmi? Parla piano, che adesso dorme.” “Niente? Magari avrò bevuto un po’, ma non sono sordo: ho sentito di quel figlio di puttana di Andrea, di quello che sta combinando.” Mi resi conto che allora aveva sentito anche il resto: Margherita che lo chiamava stupido. “Luigi è uno stupido”. Era questo, allora, quello che gli bruciava. E aveva davanti me, per sfogarsi. Non dissi nulla. Mi appoggiai con la schiena alla credenza, incrociando le braccia. In cucina, col fuoco spento, faceva freddo. “Sono ragazzi, Luigi. Si sarà inventato tutto per farsi grande con lei.” “Si? Bè, il mio prosciutto se lo sogna. E se non la lascia stare, racconto al capitano Metzger qualcosa che ce lo toglierà di torno, lui e la sua cesta di merda.” Sapevo per esperienza che la cosa migliore in quei casi era tacere. E dovevo far tacere lui, perché non volevo spaventare Margherita, non volevo che lo sentisse. Non lo doveva sentire. “Io scendo.” “E tu, ascoltami bene, tu… stai attenta. Un passo falso, un parola di troppo e te la faccio pagare. Vacca.” Lo lasciai lì. E lì lo ritrovai, qualche ora più tardi, a russare col capo appoggiato al braccio, il fiasco vuoto, la cucina gelida.

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