h1

La Stella: 1

11 marzo 2014

Correvo con la cesta del bucato tra le mani, pesantissima, e Armando mi correva accanto, portando tra le braccia un grosso pesce argentato. La cesta grondava acqua, i capelli di Armando erano biondi come i miei, pettinati piatti e unti dall’olio che ci metteva nostra madre. Aveva la camicia bianca della domenica e lo sguardo azzurro, era ancora vivo e anzi eravamo bambini e quindi ero viva anch’io. Scendevamo di corsa la discesa delle Fonti, correndo sempre più veloci, ed ero sicura che saremmo caduti ma non potevamo fermarci, e Armando rideva forte ma la risata si trasformò in un altro suono, sempre più stridente: i corvi che avevano fatto il nido sopra la colonna della bifora mi svegliarono, come ogni mattina.

Era ancora presto. Luigi russava ancora, e avrebbe russato per qualche altra ora, come lo stantuffo della locomotiva, ma invece di vapore emetteva un sentore acido di vino. Tanto valeva alzarsi. Sollevai le coperte, posai i piedi nudi sul pavimento freddo. Nella stanza accanto, Margherita dormiva ancora, abbracciata alla cugina Renata, le trecce scure e quelle bionde mescolate sul cuscino come corde. Richiusi la loro porta, tornai a vestirmi: la gonna scura, un po’ lunga, la camicetta di tela e una spessa giacca di lana color pecora. Mi lavai rapidamente le mani e il viso nella catinella, versando l’acqua gelida dalla brocca di smalto. Sull’asciugamano avevo ricamate le mie cifre, prima che tutto succedesse, prima che morisse Francesco, prima che nascesse Margherita, prima di Luigi, prima di questa guerra. Mi appuntai alla cieca i capelli, togliendomi via via le forcine che tenevo strette tra le labbra.

Giù in strada cigolavano le ruote del carretto della lattaia, mentre le prime donne uscivano di casa a farsi riempire i pentolini. Il mestolo della lattaia sbatteva nel secchio di latta. Le donne erano avvolte negli scialli sulla camicia da notte, i piedi infilati negli scarponi da uomo rimasti vuoti.Cominciava a fare giorno. Scesi le scale al buio. Al primo piano, davanti all’immagine della Madonna di Pancole, brillava una luce fioca. Uscendo in strada mi assalì un capogiro, e una morsa allo stomaco vuoto: basta che non sia incinta, pensai. Basta che non sia incinta.

Attraversai la strada. Sull’uscio della trattoria mi aspettava Giorgetta, la sguattera. “Buongiorno signora, disse con un accenno di riverenza. Entrando, si tolse lo scialle nero che le copriva testa e spalle. Le appoggiai una mano sul braccio. “Non chiamarmi signora, te l’ho detto tante volte. Non c’è n’è bisogno. Come mi chiamo lo sai.” “Va bene… Emma.” “Non sono poi tanto più vecchia di te” “No no, figuriamoci, io sono del quindici”. “Ora vai ad accendere il fuoco, Giorgetta. Io intanto dò una spazzata qua, e poi facciamo colazione insieme.”

Il locale sapeva ancora di fumo, quello delle sigarette dei soldati, dei sigari degli ufficiali, del grasso dell’arrosto girato nel grande camino. Vi indugiava un odore di uomini, di cuoio di stivali, sudore, cibo e liquori. Mi tornò la nausea, e allora spalancai la porta lasciando entrare l’aria fredda di febbraio. Sparsi la segatura dal grosso secchio su tutto il pavimento, poi presi a spazzare. Il movimento mi riscaldava, e presto mi sentii meglio. Dalla cucina sentivo il canto sommesso di Giorgetta che accendeva il fuoco. Dall’altro lato della strada, il fornaio toglieva le imposte di legno dalla vetrina, mentre il garzone ne usciva con una grossa cesta di pane da consegnare. Mi tornò in mente il sogno: la cesta del bucato. Il ragazzo entrò subito da noi. “Emma, buongiorno! Avete dormito bene?” disse a voce alta. E poi, più piano, con aria eccitata: “E avete sentito gli spari stanotte?” “Gli spari?” “Ne hanno presi due, stanotte. Due della Boscaglia, ma non di qui. Di Colle, dice. Dice che erano nascosti dal Moretti subito dietro le mura. Fucilati subito, dice. L’ha detto il Guardia alla zia.”

Giorgetta era apparsa sulla porta della cucina. Si era già messa il grembiule. “Li hai portati i panini che ti avevo ordinato ieri?” “Ho portato quelli che mi ha dato il padrone, tutti no. Non c’è farina per farli tutti, dovete farvela dare dai tedeschi la farina per farli, noi non ce l’abbiamo più.” “Stai zitto Andrea. Dacci quelli che hai a prosegui il tuo giro, svelto.” Di malavoglia, privato dell’opportunità di raccontare i fatti della notte, il ragazzo tirò fuori dalla cesta un sacchetto di carta e lo appoggiò sul bancone della mescita. “E buona giornata a voi”, disse facendo l’occhiolino a Giorgetta con un gesto da adulto. Poi uscì. “Quello fa troppo il furbo”, disse lei. “Dalla cucina si sentiva tutto. Ma è vero?” “Non lo so. Sarà vero di certo. Ne risentiremo parlare.” Misi via un panino per le bambine, chiusi gli altri nell’armadio. Con un panno bagnato cancellai decine di cerchi rossi dal marmo del bancone, evitando di guardare la mia immagine riflessa dallo specchio dietro le bottiglie. Non vedermi, non sentirmi, non pensare. “L’hai messo su il caffè, Giorgetta?” “Si, Emma, venite a sedervi un po’ in cucina, ora. Prima che scenda il signor Luigi.”

Annunci

2 commenti

  1. non vedermi, non sentirmi, non pensare
    a volte mi sento proprio così


  2. A volte ci sentiamo così tutte. Poi qualcuno ci vede, e allora ci torniamo a guardarci e sentirci anche noi.



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: