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Narrazioni, 9

11 febbraio 2014

Prima ancora di aprire gli occhi, sul pavimento del laboratorio, avevo riconosciuto il suo odore: un misto lieve di sudore, sapone e altro, qualcosa di indefinibilmente animale. Poi sentii le sue dita cercarmi il polso, e poi ancora la sua voce chiamare il mio nome. Con fatica, aprii gli occhi a guardarla: le ombre lunari delle occhiaie si erano fatte più profonde, ma la porcellana intorno alle iridi era ancora bianchissima. Sotto quello sguardo non si poteva morire. “Ti ho ritrovato. Come stai?” Da allora sono passati giorni, e notti, e lei è ancora con me. Insieme abbiamo cercato questo posto, in un’ala deserta dell’ospedale, in quella che era la pediatria. Viviamo di una scorta di latte in polvere e omogeneizzati che ho trovato in uno degli armadi. Mangiamo poco. Ci bastiamo. 

Passammo i giorni successivi a parlare di noi, della vita di prima, di tutto quello che c’era, di quelli che c’erano e che erano per noi il mondo. Lei raccontava febbrilmente, in modo quasi concitato, convulso. Le sue lacrime brillavano come mercurio alla luce della candela che accendevamo appena faceva buio. Dormivamo anche, molto. Ci svegliavamo nel cuore della notte per raccontarci i nostri sogni, ed erano sogni nei quali non ci conoscevamo ancora, e la vita senza conoscerci ha finito per sembrarci questo: un sogno che sbiadisce.  

Un mattino, mentre il sole entrava a fasci dai vetri sporchi e la neve gocciolava sciogliendosi dalle grondaie,  presi a raccontarle di quella volta che Jonas da piccolo cadde nel fiume e Anna lo salvò gettandosi a nuoto, e di come fosse bella, Anna, e di come fosse coraggioso e vivace Jonas. Sentii che la voragine di vuoto che ho dentro stava per inghiottirmi.  Smisi improvvisamente di parlare: la mia voce era diventata un gemito, un urlo di bestia. Lei esitò brevemente, sull’orlo di qualcosa di molto lieve e tenero, poi prese a sbottonarsi il camice sporco, lasciandolo cadere ai suoi piedi. Una massa opaca, invisibile, mi chiuse la gola. Lei mi tese la mano ed io emersi dall’abisso, per entrare in lei. Con la stessa frenesia con la quale mi aveva raccontato tutto, con lo stesso alito caldo di febbre mi si avvicinò, quel mattino luminoso e crudele, appena svegli, e mi offrì il suo corpo, e volle il mio. 

Abbiamo imparato a conoscere la nostra pelle. Quella delle mie mani ruvide, quella del suo addome candido e teso. Le grosse vene sul mio collo, quella sottile, azzurra, che le attraversa una guancia. La peluria folta del mio petto ha sfiorato quella soffice del suo pube, e per la prima volta ho pianto. Io non la cercavo, lei non cercava me. Qualcosa ci ha trovati, e adesso non dormiamo più. Dormire significa staccarsi dall’altro, scivolare via come due barche nella corrente, e invece bisogna tenere lo stesso corso, non perdersi di nuovo, non perdersi più. 

 

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2 commenti

  1. Ciao Artemisia, sono una delle tue lettrici silenziose 🙂 volevo solo dirti che i racconti che stai pubblicando mi incuriosiscono e appassionano, spero di leggerne tanti altri quanti ne usciranno dalla tua penna!


  2. Ciao Melania, grazie! So che ci siete, e sono contenta se vi piace quello che scrivo. Sono esperimenti, ma forse potrà venir fuori qualcosa di leggibile… in ogni caso, a me fa bene provare.
    🙂



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