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Narrazioni, 8

26 gennaio 2014

Il portone dell’ospedale si chiude alle sue spalle con un tonfo in ritardo, che la fa sobbalzare. Ha i capelli lisci e una frangetta che scosta con un movimento automatico della mano. Il naso è un po’ schiacciato, gli occhi obliqui, azzurri, vivaci. Tiene la bocca semiaperta sui grossi denti bianchi. Potrebbe avere nove, dieci anni. Si guarda intorno curiosa, per nulla spaventata. Indossa una tuta da ginnastica, felpa e pantaloni, di quel colore arancio polveroso che trovi sempre ai saldi. Ai piedi ha scarponcini pesanti. Le gambe dei pantaloni, in fondo, sono un po’ bagnate di neve. Lo sguardo estremamente mobile scorre sulle poltroncine dell’ingresso. Respira forte, probabilmente ha corso. Tiene le mani arrossate stretta a pugno, come a trattenere l’urgenza di toccare tutto. 

Anna la vede dallo spiraglio delle porta che ha socchiuso. La vede fare qualche passo, guardarsi attorno, dirigersi verso un distributore di bibite e premere i bottoni a caso, senza risultato. 

Lars la vede dall’alto del ballatoio, dal secondo piano che sta perlustrando alla ricerca del Grigio. La vede frugare nei cassetti dietro il banco di accoglienza, gettare cartacce, cercare cibo. 

Robert non la vede. Ha dato fondo a tutte le riserve per riuscire a trascinarsi nel laboratorio di analisi, dove si è accasciato dietro una centrifuga e ora dorme, e sogna di rincorrere Jonas in una interminabile salita, e di doverlo ad ogni costo raggiungere prima che arrivi in cima – e mentre sogna emette rantoli soffocati, muovendosi inquieto sul pavimento. 

La bambina ha fame. Ha anche freddo, ma ha più fame che freddo. Non ricorda bene da quanto non mangia. Ci sono molte cose che non ricorda. Tra le ultime che ricorda c’è il corpo della madre accanto al suo nell’appartamento al sesto piano, qualche mattina fa. Già allora aveva fame, e già prima di allora, da quando la madre si era ammalata e non erano più uscite. Del resto, non le era ancora permesso uscire da sola, e da quando aveva smesso di andare a scuola non si era mossa da quella camera. Non conoscevano nessuno nel palazzo, solo i gemelli del primo piano, quelli che una volta l’avevano spinta giù per le scale e le avevano detto quella parola strana: mongo. Mentre la madre le medicava le ginocchia lei le aveva chiesto “che vuol dire mongo?” e allora aveva capito che doveva essere una parolaccia, perché la mamma si era messa a piangere e non aveva risposto. Doveva essere proprio una brutta parola per rattristarla così: non l’avrebbe detta più. 

Quando la mamma è diventata fredda e ha smesso di muoversi, la bambina però è dovuta uscire lo stesso, gemelli o non gemelli. Ma lungo tutti e sei i piani di scale non ha incontrato nessuno – solo da dietro la porta del terzo si sentiva un cane ululare. Per strada non passavano più le macchine. C’era un silenzio innaturale, rotto da rumori insoliti: cartacce che volavano, il passo strascicato di quelli che giravano in cerca di altri che giravano, il cigolio di un carrello del supermercato che una donna spingeva sul marciapiede, un bambino solo che picchiava forte con una sbarra di ferro per sfondare una vetrina. Nessuno parlava, nessuno sembrava neanche vederla. Il piccolo supermercato all’angolo, saccheggiato da tempo, aveva le porte bloccate da cumuli di neve. La poche strade conosciute sembravano diverse, ed è facile perdersi quando non sai dove vai. 

Non aveva pensato a coprirsi bene, e presto ebbe freddo. Cercò di rifugiarsi in un androne, ma era occupato da un gruppetto di ragazzini che la fece fuggire. Le aizzarono contro un grosso cane nero che la spaventò tanto da farla correre fino a perdere il fiato. Si ritrovò in un terreno innevato, lontano dal centro, con boschetti di betulle e grandi edifici moderni che parevano deserti. Una scuola?Potevano esserci delle maestre gentili? Qualcuno che l’aiutasse a ritrovare la strada di casa, magari a risvegliare la mamma? Che le desse qualcosa da mangiare?

La bambina ora è nel vestibolo, in piedi davanti a un cartello con molte frecce. Legge con fatica, muovendo le grosse labbra. “Ambulatorio” “Ematologia” “Chirurgia toracica”. Le parole sono segni vuoti come il mondo. “Mensa dipendenti”: mensa, come a scuola. La mensa è dove si mangia, questo lo sa. Decide di seguire la freccia. La mensa è dove si mangia, e lei vuole mangiare. Imbocca svelta il corridoio a destra. La suola delle sue scarpe di gomma cigola sul linoleum sporco, e il rumore copre quello del passo, lento e pesante, alle sue spalle.

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3 commenti

  1. Ero in attesa di questo 8. Bentornata.


  2. toccante


  3. 🙂



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