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Narrazioni, 7

15 gennaio 2014

Da quando i passi pesanti di Lars si sono allontanati sono passati cinquecento respiri. Immagino i miei polmoni dilatarsi e contrarsi nel buio, la forma aggraziata del cuore che lentamente si calma e riprende il suo battito regolare. Aiuta.

 L’oscurità non è quasi mai totale. Da sotto lo spiraglio della porta passa una lama di luce appena percettibile. Anche il corridoio, fuori, è buio, ma da qualche parte, lontana, dev’esserci una finestra. Non sono mai stata in questo stanzino. C’è un odore forte di Lars: fluidi corporei, scarpe di gomma, alcol, polvere. Cibo, anche: tanfo di tonno in scatola. Tabacco.

 Mi ha legato le mani con un rotolo di garza. Cerco di muoverle piano, prima che si gonfino e diventi più difficile. Respiro profondamente. Cerco di non pensare al Paziente, alla necessità di uscire prima che torni Lars. Provo a lavorare con pazienza, fissando la mente su altro, millimetro per millimetro, ignorando il dolore alle spalle, ignorando la paura. La garza è un tessuto cedevole. Il nastro adesivo sarebbe stato peggio – per fortuna ha usato la prima cosa che aveva in tasca. Altri trecento respiri, un altro millimetro. La garza è un tessuto cedevole. La garza è un tessuto cedevole. Ho la bocca secca.

 Dietro di me, la gamba di una sedia. Riesco a infilare l’anello di garza nella spalliera e lentamente lo allargo, con un movimento circolare e continuo, fino a sfilare una mano, poi l’altra. Me le passo sul viso sudato. A tastoni raggiungo la maniglia della porta. Naturalmente, non si apre. Non c’è una serratura in tutto l’ospedale – da anni ogni accesso è regolato da tessere con microchip. Lars deve aver regolato la sua con un codice anche per l’uscita – questo posto è il suo rifugio. Faccio un tentativo con la mia tessera: un biip e una luce rossa nel buio mi chiedono un codice che non posso sapere. Digito alla cieca il mio, come se potesse funzionare. La luce resta rossa. Mi lascio scivolare sul pavimento, con la schiena appoggiata alla porta. Due respiri profondi nel vuoto. Inatteso, un nuovo biip, e uno scatto dietro la mia schiena. Mi giro di soprassalto, balzo in piedi: la luce è verde, lampeggia. Mi viene in mente, in un’onda di forza che mi toglie il fiato, che da quando lavoro in pronto soccorso la mia tessera ha accesso universale. Una delle poche. Digito di nuovo il mio codice con le dita che mi tremano, un nuovo biip, come più vivo, e la maniglia cede.

 Il corridoio mi abbaglia di penombra. Pare deserto, ma non so più: mi sto muovendo in territorio sconosciuto. Luoghi quotidiani, noti, divenuti estranei. Imbocco un lungo corridoio disseminato di letti vuoti. Rivedo una scena di quando ancora si cercava di curare: un’infermiera che si aggirava confusa, una sacca di glucosio in mano, tra braccia che si tendevano verso di lei in un movimento ciliato, come un gigante protozoo. Ora non c’è più nessuno. Quasi: un odore pungente di decomposizione mi aggredisce da dietro una porta chiusa, che oltrepasso. Le lampadine alimentate dal generatore di emergenza si sono spente la settimana scorsa, ma la finestra in fondo al corridoio è un rettangolo indaco, nettissimo.

 Mi muovo in silenzio, rapida, lungo la parete. Prima di girare l’angolo, mi affaccio con cautela. Nulla. Col piede urto una penna a sfera che rotola fin sotto a uno dei letti. Una delle ruote la ferma. Sopra il letto, un manifesto sull’importanza di donare sangue. Con infinita cautela apro la porta della corsia. Nessuno. Il letto del Paziente è vuoto, disfatto. Le sue scarpe sono ancora accanto al comodino, dove le avevo messe dopo avergliele tolte. Sembrano pronte al movimento, use alla fatica. Grosse scarpe da montagna. Noto sul pavimento una goccia di sangue non completamente rappreso. Un’altra. Poi più nulla. O è riuscito a uscire, o qualcuno l’ha portato via.

 Passo la mano sul cuscino sporco che ora è solo sporco. Non posso restare qui, ma dove vado? Dov’è lui?  Con la coda dell’occhio colgo un movimento impercettibile fuori dalla finestra. Sto per andare a vedere, ma mi fermo dopo due passi: meglio nascondersi. Ma dove? Sento il grosso portone d’ingresso richiudersi con un tonfo, dei passi leggeri e veloci: chiunque stia entrando ha fretta, ma non ha paura.

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