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Narrazioni, 6

7 gennaio 2014

Circa a metà del corridoio della scuola elementare c’era un attaccapanni. Era pensato per servire a tre classi, ma ormai di classi ce n’era rimasta una sola, con dodici alunni. Il resto era andato a vivere in città. L’attaccapanni faceva parte del percorso obbligato di ogni mattina: non era permesso entrare in classe coi vestiti “da fuori” e soprattutto non con le scarpe “da fuori”, sempre incrostate di neve sporca o di ghiaia o di fango. Dentro, si usavano grossi calzettoni di lana, come pantofole. Ma la suola degli scarponi fa più male del calzettone, e per questo ti menano prima di esserseli tolti, e questo l’avevo già imparato in prima elementare, fu anzi la mia prima lezione e forse l’unica che davvero imparai a scuola. Sotto l’attaccapanni c’era una panca di legno, e lì si riunivano i due tre più grandi, e ogni mattina mi prendevo la mia dose di calci e spinte e sputi, finchè fui grande abbastanza per dare un pugno al più piccolo di loro – si chiamava Halvard, mi pare. Comunque aveva i capelli chiarissimi e la pelle ruvida perchè dopo la scuola badava le pecore del padre ed è quella pelle che io sento ancora sotto le nocche quando picchio qualcuno, come oggi il Grigio – una pelle ruvida che cede al colpo e sotto ci sono le ossa, che scricchiolano come biscotti ma non sempre cedono.

Il Grigio s’è preso una bella sberla, ma non credo di averlo tolto di mezzo, l’ho solo mandato a gallina per un po’. Non ho avuto tempo di finire il lavoro come volevo, perchè lei mi si è buttata addosso come una gatta e ha preso a picchiarmi, il che è ridicolo perchè avrei potuto spezzarle un braccio senza alcuno sforzo, ma non mi era mai venuta così vicina e mi sono un po’ paralizzato quando ho sentito il suo odore e le sue mani fresche. L’alito sapeva di pesce,  e sono sicuro che invece la sua figa sa di menta.  Allora l’ho sollevata di peso e l’ho portata nel mio stanzino. Si dibatteva abbastanza, ma persino prima di tutto questo non avrebbe avuto la forza di difendersi, figuriamoci adesso. Ho chiuso bene a chiave, e da lì non esce. Non era previsto tutto questo, ma la presenza del Grigio ha fatto precipitare le cose e ho dovuto saltare qualche passaggio del mio piano. Non si dovrebbe farlo mai – da quel momento lì, le cose sono andate a farsi fottere. Torno in sala dal Grigio per finire il lavoro, saranno passati cinque minuti al massimo – quella merda non c’è. Bisogna sempre guardarsi dalle merde come lui e Halvard, quei tipi da pecore: sono duri a morire. Non so dove sia riuscito a nascondersi ma lo troverò: non può essere andato lontano.

Una volta anche Halvard si nascose. Ormai ero più grosso di lui e gli facevo la festa tutte le mattine, io sono un po’ così, che se comincio poi ci prendo gusto e non mi va di fermarmi. L’avevo ridotto male, era verso la fine dell’anno e per allora avevano tutti paura di me, ma io sapevo bene che Halvard, se avesse potuto, mi avrebbe fatto di peggio – insomma si era nascosto, quel finocchio, nel bagno delle femmine. Mi bastò entrare perchè una di quelle troiette lo sputtanasse subito – una di quelle che non vedono l’ora. Mi fece incazzare che avesse pensato che fossi tanto scemo da non pensare che fosse lì, stretto accanto alla tazza del cesso. Con la destra lo afferrai alla nuca, con la sinistra aprii il coperchio e ci ficcai dentro quella testolina bionda. Dopodichè tirai la catenella e gli lavai ben bene il muso. Uscendo lo sentii che vomitava.  Ma non ebbe mai il coraggio di dir nulla, naturalmente.

Ora, si tratta di ritrovare il Grigio. Eliminato lui, di fare la festa a Figa Algida, ora diventata Gatta Furiosa. E se ci penso, non saprei bene dire quale delle due idee mi piace di più.

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