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Narrazioni, 5

4 gennaio 2014

Dalle finestre entra la luce color ardesia della lunga alba invernale. Ho la gola secca e il palato di carta vetrata. Ma sono vivo. Il mio corpo è coperto solo da un lenzuolo sottile, e dev’essere stato il freddo a svegliarmi. Sul letto accanto al mio distinguo una massa bianca, e per un attimo mi pare un mucchietto di neve – ma è un corpo umano, vestito con un camice sporco. Ho il vago ricordo di una persona accanto a me, una donna. Ha i capelli biondi, legati in una coda malandata. Ai talloni, i calzini un tempo bianchi sono anneriti, bucati. Tiro fuori le braccia da sotto il lenzuolo e stringo i pugni. Sul dorso della sinistra ho il segno di una cannula, una lieve ecchimosi che non fa male. Mi tiro su a sedere sul letto, e una vertigine mi annebbia la vista. Quando la nebbia si rischiara tento di alzarmi, ma perdo l’equilibrio e col braccio urto una brocca d’alluminio, vuota, che cade dal comodino sul pavimento con un suono reso eccessivo dal silenzio intorno. La donna si sveglia di soprassalto e si gira verso di me. È giovane. Ha il viso affilato, pallido. Il colore della sua pelle mi richiama alla mente certe tazze di porcellana inglese che mia madre usava per le grandi occasioni – “bone china”. Anche i suoi occhi sono color porcellana, ma grigi, le iridi bianche e limpide. Le occhiaie sono semilune bluastre, la bocca è straordinariamente viva e mobile mentre cerca le parole. La sua voce sembra provenire da un altro luogo, un luogo remoto, nascosto. 

“Non deve alzarsi, cadrà. Resti seduto sul letto. Lasci che l’aiuti.” Mi è subito accanto, si siede al mio fianco, mi circonda leggermente la schiena con un braccio. Odora di sudore, disinfettante e stanchezza. 

“Da quanto tempo sono qui?” Socchiude gli occhi nello sforzo di darmi una risposta, e noto che le tremano le mani. “Tre giorni? Almeno credo. Non so… non so più.” Sembra riscuotersi, drizza lievemente la schiena come un puledro e si volta decisa verso di me, porgendomi una mano lunga e delicata: “Sono Anna Mikkelsen, sono medico. Lavoro… lavoravo qui, al pronto soccorso. Mi dice il suo nome?” “Mi chiamo Robert. Anna era il nome di mia moglie.” “Anna è un nome comune” risponde lei, come a voler chiudere l’argomento. 

Si alza in piedi, va verso la finestra. Sembra muoversi con cautela, in equilibrio sull’orlo di qualcosa, ma anche con infinita indifferenza. Di nuovo, una sensazione di lontananza. Guarda fuori – il tappeto di neve sta schiarendo e dall’oscurità sono emersi i contorni degli altri edifici, alberi, in fondo al viale la statale deserta. Il suo profilo immobile davanti al vetro, il silenzio. Il lieve cigolio del letto quando mi ributto sul cuscino, già esausto, sembra riportarla al presente. “Dovrebbe mangiare qualcosa. La sua sembra essere stata una forma relativamente leggera, ma naturalmente è spossato.” Si avvicina a un armadietto grigio, tra il lavabo e una poltrona di velluto stampato a orribili rose rosse, di quelle che si trovano nelle hall di certi alberghi. Lo apre, vi fruga, si volta verso di me con un sorriso di scusa. “Temo che sia rimasta solo questa”. È una scatoletta di polpette di pesce. Cerca un apriscatole in un cassetto, l’apre con una cautela eccessiva e una concentrazione che potrebbe anche essere debolezza. Mi ritrovo in piedi accanto a lei, gliela tolgo di mano. “Dammi, ti aiuto”. Lei non protesta. “Da quanto non mangi?” Lei scuote il capo, appoggiandosi al lavabo. Deglutisce con sforzo. Sul suo labbro superiore sono apparse minuscole perle di sudore. “Non mi ricordo. Qualche giorno? Da quando sei arrivato.” 

La scatoletta emana un odore rancido, ma la convinco a dividerla con me. Mangiamo seduti sul letto, con forchette di plastica, una polpetta per uno. I globi freddi e lisci, un po’ unti, si posano sul fondo del mio stomaco come pietre, ma sento un po’ di forza tornare. Il viso di Anna adesso ha preso una lievissima ombra rosata, o forse è la luce fuori che si è fatta un po’ più intensa. Spinge verso me il resto della scatoletta, senza parlare mi invita a finirla. “Dove trovi da mangiare?” “Lars me lo porta. A volte.” “Non hai provato a cercarlo da sola? Dove sono le cucine, i magazzini? Conosci bene questo posto?” Lei tace per qualche minuto. Da un punto nascosto della sua gola la voce esce come un sussurro. “Lo conosco bene, ma non esco da qui. Lars dice che può essere pericoloso, che non c’è più cibo, lo hanno portato via. Lui a volte riesce a trovarne, ma non sempre. Almeno, a me lo porta raramente. Ma vedi, io quella scatoletta l’avevo ma non mi ero ricordata di mangiarla.” “Andrò a cercare qualcos’altro, ci serve cibo se vogliamo sopravvivere.” “No. Sei ancora troppo debole. Resta qui.” La sua mano sulla mia è un alito di vento. Vorrei alzarmi, andare, ma so che le gambe non possono ancora reggermi. “Devi distenderti. Riposare.” Mi stende una coperta addosso, mi allaccia il cinturino del misuratore di pressione, preme un bottone e qualcosa mi serra il polso, ringhiando. Ho dovuto sparare al nostro cane, Argo, prima di lasciare la casa. Voleva seguirmi, ma io non ho voluto. Doveva restare con loro, lì, a fare la guardia. La stretta si allenta, piano. Lei mi toglie il cinturino. Sta per dire qualcosa quando sento un passo pesante avvicinarsi. La vedo trasalire. “È Lars.”

Entra senza bussare. Ha un viso largo, gli occhi un po’ troppo distanti, quasi sulle tempie. I capelli rossicci, lunghi quasi fino alle spalle, la barba rada, incolta. Indossa un vecchio camice macchiato, con sotto una maglietta tesa sull’addome gonfio, al centro del quale, come un tortellino solitario, oscilla l’ombelico. Porta le maniche rimboccate fino ai gomiti, sulle grosse braccia lentigginose. Mi guarda senza parlare, con curiosità ostile, un sorriso impercettibile sulle labbra carnose. “Già sveglio? Mi sa che la sfanghi. Benvenuto tra noi”.  

Il colpo mi arriva potente come una cannonata in pieno viso. Perdo conoscenza, nell’eco l’incerta di un grido.

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