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Narrazioni, 4

1 gennaio 2014

Ho acceso una delle ultime candele e l’ho messa sul comodino, vicino al suo viso. Ha la barba grigia, gli occhi scuri, la faccia determinata di chi lavora all’aperto, le labbra screpolate. Respira con fatica, ma meglio di quando è arrivato. Non ho più nulla da dargli, e dovrà cavarsela da solo. Ho visto pochissimi farcela, e quei pochi se ne sono andati subito, ancora deboli, sono usciti da qui per tornare nel mondo ormai quasi vuoto, a cercare cibo, a seppellire i loro morti.  Una volta, prima dell’incidente, ero andata al cinema con Andreas a vedere un film francese. In questo film c’era un uomo che assomigliava al Paziente. Nel film aveva la parte di un giornalista di guerra, portava camicie spiegazzate color verde militare sempre un po’ aperte sul petto, fumava le Camel e aveva una storia d’amore infelice con una fotografa dall’aria anoressica. Non ricordo il nome dell’attore, di nessuno degli attori. Ricordo che Andreas trovò il film “troppo costruito”. Lo vedemmo in lingua originale, coi sottotitoli in inglese. L’incidente dove Andreas morì avvenne circa un mese dopo. Cioè tre anni fa. 

Il Paziente sta cercando di dirmi qualcosa. Gli offro un po’ d’acqua da un bicchiere di plastica. L’orlo morbido gli penetra tra le labbra, una rivolo gli scorre sul mento mentre cerca di bere. 

“Ci sei solo tu? Qui, ci sei solo tu?”

“No. C’è anche un inserviente, Lars. Non so dov’è ora. Gira per l’ospedale, a volte torna qui. Mi aiuta. Poi non so, forse ci sono altri vivi, da qualche parte. Io non esco da questa parte dell’edificio da due settimane. Non so molto di quello che succede fuori, ma posso dirti che sei l’unico che è arrivato qui negli ultimi giorni.”

Il mio lungo discorso sembra averlo stancato. Chiude gli occhi e sembra ricadere nel torpore. Sono le tre di notte. Dovrei spegnere la candela, è preziosa. Dovrei cercare di dormire. Ultimamente, la mia preoccupazione è stata quella di non riuscire a tenermi sveglia. Adesso, per la prima volta, sento tutta la stanchezza e percepisco, come un soffio debole ma insistente, la tenue possibilità del riposo. 

I primi giorni, quando cominciammo a capire che l’epidemia era gravissima, smisi di andare a casa dopo i turni – non c’era nessuno ad aspettarmi, mentre qui avevano bisogno di me. La mia immunità mi aveva resa indispensabile, se non a salvare, almeno a dare a chi veniva qui l’illusione di un soccorso, di una cura, o almeno di una presenza. Ci sono stati giorni, mentre i colleghi mi morivano intorno, nei quali non facevo altro che cercare giacigli, tenere mani nelle mie, chiudere occhi. Lars pensava al resto, quando c’era. Non so cosa ci sia fuori. Non so se mi interessa saperlo. 

Soffio sulla fiamma, raggiungo al buio uno dei letti liberi della stanza e mi ci butto sopra, senza neanche togliermi le scarpe. Vorrei avvolgermi in una coperta perché non abbiamo più riscaldamento e qui fa freddo, ma il sonno mi coglie come uno sparo alla nuca. Precipito all’indietro, in un abisso senza spigoli. L’ultimo rumore che sento, lontano, è quello del suo respiro. 

 

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6 commenti

  1. 😦


  2. E’ triste e inquietante questo tuo lungo racconto ma mi piace moltissimo e quindi…continua! 🙂
    Sereno 2014 cara Arte
    ciao
    Ondina


  3. Ondina, buon 2014 anche a te!
    Ti confesso che ancora non so come andrà a finire, ma scriverlo mi fa bene – e mi interessa sapere che vi piace (o che non vi piace, o avete critiche, o proposte). Tutto questo mi sta arrivando anche in forma privata, e colgo l’occasione per ringraziare tutti.


  4. In qualsiasi modo finirà, tu avrai fatto un bellissimo lavoro.
    Del resto mica può essere altrimenti considerato che quest’anno è il nostro anno …”magico” 😀
    Ciao ciao
    Ondina


  5. molto bello, mi piace – non solo questo sotto il quale posto il commento, anche gli altri…. non c’è niente da fare, questi scrittori nordici hanno una marcia in più 😉


  6. @Animapunk: Si sa che noi scandinavi… 😉



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