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Narrazioni, 3

30 dicembre 2013

Stavo salendo le scale l’estate scorsa, sudato come un maiale perché faceva un caldo boia, quando la vidi la prima volta, e fu come succhiare un ghiacciolo alla menta. Era glaciale, era il contrario di me: non aveva un poro. Il fruscio impercettibile del suo camice aveva un che di rinfrescante e pulito ma estremamente lontano. Vidi le sue gambe partendo dalle ginocchia sottili nelle calze bianche, e arrivai immediatamente alla sua peluria chiara, immaginai di allargarle le gambe e ficcarmici dentro, sudore e tutto, subito, senza neanche toglierle quella camicetta candida che aveva sotto, tappandole la bocca perché avrebbe gridato, non le sarebbe piaciuto naturalmente, e il solo pensiero che non le sarebbe piaciuto mi diede un’erezione tale che se ne sarebbe accorta persino lei, se non fosse stata occupata a controllare il monitor del suo cellulare. Lessi in fretta il suo cartellino d’identificazione, passandole accanto. Mi rifugiai subito nel mio stanzino, dietro il reparto di radiologia, dove tenevo le mie cose al sicuro dai curiosi: la mia bottiglia, il mio computer coi miei porno da guardare nelle ore morte, il cibo che faccio sparire dai vassoi delle mummie geriatriche che a volte mi danno in custodia. “Anna Mikkelsen, meriti una grandissima sega”, ricordo che pensai sbottonandomi i calzoni. Da allora feci di tutto per incontrarla. Scoprii subito che lavorava al pronto soccorso. Presi ad andare lì con delle scuse, per spiarla: riempivo i contenitori della carta assorbente anche se ancora non erano vuoti, svuotavo i secchi della spazzatura, passavo lo straccio sui pavimenti già puliti. La spogliavo cento volte al giorno. Non se ne accorse mai – per lei ero una di quelle cacche di mosca che da piccolo contavo sui vetri zozzi della mia stanza. Ma io sapevo che era solo questione di tempo, e che un giorno mi avrebbe supplicato di darglielo, e io allora l’avrei stesa lì su una delle barelle e gliel’avrei affondato dentro senza troppi complimenti. Dovevo solo essere furbo, aspettare l’occasione. Tutti mi hanno sempre detto che non sono furbo, ma il trucco è far finta di non esserlo. Mi dissi che avrei saputo aspettare. Anna Mikkelsen, Figa Algida, valeva la pena di aspettarla. Ma non immaginavo che l’occasione mi sarebbe capitata così presto. E ora che siamo rimasti quasi soli qui, ecco, ora mi pare che stia per arrivare. Non solo non sono stupido, ma sono anche fortunato: il contagio non mi morde. Forse puzzo troppo anche per i virus, forse sono troppo brutto anche per loro. Mentre lei, i virus non la mordono perché è troppo bianca e pulita. Ma insomma io sono forte come sempre, anzi di più. Ho eliminato tutti quei rompipalle che non volevano morire subito, il resto ce l’ha fatta da solo ed è bastato ammucchiarli nei sotterranei. L’ho nutrita ogni tanto, quel poco che basta per mantenerla in vita, debole ma in vita, e assaporo il momento in cui la fame e la stanchezza la piegheranno. Potrei anche farmela subito, ma vederla sfinirsi davanti ai miei occhi è meglio della vodka e delle pasticche che ogni tanto mi faccio, e queste cose è bello prolungarle: ho tutto il tempo che voglio. Purtroppo m’è sfuggito il Grigio: devo essermi appisolato quando è riuscito ad entrare e a raggiungerla – era quasi cotto, ma lei l’ha visto e si è messa a infilargli aghi dappertutto, con quelle mani ancora fresche gli armeggia intorno come se ne valesse la pena- e lui non è ancora morto. Questione di poco, però. Pochissimo, e saremo di nuovo soli, io e lei.

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