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Narrazioni, 2

12 dicembre 2013

La neve abbondante ha spezzato i rami delle betulle, che ostacolano il sentiero. Per andare avanti, devo scavalcarli e insinuarmi tra loro, e il peso dello zaino mi rende ancora più difficile il passaggio. In tre ore di cammino sono riuscito si e no a percorrere qualche chilometro. Difficile dire quanti – i punti di riferimento sono scarsi in questo paesaggio uniforme, incolore, disseminato di segni incerti come scarabocchi. E io sono stanco. Ho scelto una via disagiata per evitare i centri abitati e ora ho perso l’orientamento. Ho ancora la schiena spezzata dal dolore e le braccia anchilosate dopo aver scavato le fosse nel terreno indurito dal gelo. E non ho scavato abbastanza – il disgelo li farà forse riemergere. Ma non ho avuto il coraggio di bruciarli, non il viso caro di Anna, non le piccole mani di Jonas, i suoi capelli color miele.

 Ho i brividi, ma grosse gocce di sudore mi colano lungo le reni. Ho la barba lunga. Porto gli stessi vestiti, non so più quali, da settimane, da quando è iniziato tutto. Le prime notizie in televisione e in rete, quando ancora avevamo la corrente elettrica, poi il panico, la gente che fuggiva dalle città contagiate. Ne accogliemmo i primi, ancora ignari della violenza del contagio: una coppia di anziani. Morirono nel nostro fienile, rapidamente e in silenzio. Dovetti sciogliere i cani e usare il fucile per impedire che se ne avvicinassero altri. Smisi di dormire. La vista di qualcuno che risaliva la collina terrorizzava Anna, che però non riusciva a sparare: si aggrappava al fucile, tremando, paralizzata dalla tensione, e dovevo strapparglielo di mano e sparare io. Ho buona mira.

 Ma dopo qualche tempo Jonas si ammalò. Lo vedemmo perdere forze davanti ai nostri occhi, i grandi occhi azzurri farsi velati, la febbre squassarlo come un giovane abete al vento. Anna lo vegliava, pazza di dolore, baciandogli la fronte madida, mormorandogli parole sconnesse, concitate, bevendo il contagio quasi con voluttà. Era già lontana da me quando la raccolsi svenuta accanto al suo cadavere, e l’adagiai sul nostro letto, come il giorno in cui ve l’avevo adagiata per la prima volta, dieci anni prima, una sera calda d’estate. Mi distesi accanto a lei, tenendole la mano bruciante. Le sue dita si muovevano a spasmi, come un grosso ragno dalle gambe lunghe, sottili. Teneva gli occhi chiusi, respirava appena. La guardavo. Poi, le dita smisero di muoversi. Aprì gli occhi a cercarmi, ma sembrò non vedere il mio viso chino sul suo. Il suo sguardo si perse verso il soffitto, e lì restò, finchè le chiusi gli occhi.

Nessuno è passato da questo sentiero da molto tempo. Affondo fino al ginocchio nella neve candida, rigata solo di lievi orme d’uccello. La neve mi cade sul collo dai rami bassi, polvere gelata. Mi sto ammalando. Non so se riuscirò a raggiungere la periferia della città, non so cosa troverò laggiù, se ancora qualcuno è vivo tra le mura dell’ospedale, se mi spareranno addosso o mi faranno entrare. Non so se riuscirò ad arrivarci prima di sera. Ad ogni passo, le gambe si fanno più pesanti,  la vista più velata. Inciampo in una radice d’albero seminascosta dalla neve e rotolo goffamente giù per un pendio. Cielo e neve e rocce girano intorno a me. Mi lascio andare alla caduta, ma poi riesco a fermarmi aggrappandomi a un cespuglio: a valle, sotto di me, intravedo a malapena le prime case della città e la sagoma dell’ospedale. Il sudore mi brucia gli occhi e il mio respiro è vapore affannoso che mi scava la gola. In città non c’è segno di vita. Mi rimetto in piedi con fatica, e riprendo il cammino.

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3 commenti

  1. Anche se tristissimo e tanto inquietante, a quando il seguito?
    Che sia una bella giornata e un rilassante fine settimana,
    ciao con un sorriso
    Ondina 🙂


  2. Ondina, sto lavorando al seguito – non garantisco che sarà meno inquietante, ma potrebbe essere meno triste. 🙂


  3. Beh tu scrivi (che lo fai benissimo!) chè è un piacere leggerti. Correrò quindi il rischio di intristirmi/inquietarmi un po’ ma ne varrà assolutamente la pena!
    Ne sono sicura!
    Buon fine settimana,
    con un sorriso 🙂
    ciao Ondina



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