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Narrazioni ,1

26 novembre 2013

Non abbiamo più caffè. 

Ne ho usato l’ultimo cucchiaino poco fa, in una tazza d’acqua bollita, e l’ho bevuta in piedi, guardando la distesa di neve ormai senza più orme. Sono stanca dopo la veglia di stanotte, ma diventa sempre più difficile dormire. Il Paziente respira. Verso le due gli ho staccato la soluzione salina. Credo che lo abbia stabilizzato, almeno per il momento, ma devo sorvegliare la funzione renale, quella è critica. Non ho più diuretici, e non so neanche se alla lunga servirebbero. Agli altri, non sono serviti. E non so perché continuo a provare a salvarlo, quando ho fallito con tutti gli altri. Ma questo è diverso: è arrivato a piedi da solo, nella neve, già troppo debole per parlare, ed è crollato appena l’abbiamo fatto entrare. Lars ha dovuto caricarselo sulle spalle, come si è caricato sulle spalle tutti quelli che ha portato giù nei sotterranei, ma questo lo ha adagiato su un letto, perché era ancora vivo. 

A volte Lars sparisce, e si rintana a dormire da qualche parte. Sospetto che abbia delle provviste nascoste. Io, non ricordo quando ho mangiato l’ultima volta: basta aspettare qualche giorno e la fame passa, muore lentamente, come tutto il resto. Nel pomeriggio Lars è ricomparso. Dice che è riuscito a sfondare due o tre porte, e a penetrare nel deposito dei medicinali A4. Non ha trovato granchè di utile: A4 era il reparto di cardiologia. Betabloccanti, nitro, uno scatolone enorme di Benazepril. Ma questo virus non colpisce il cuore, anzi il cuore resiste, continua a battere per giorni e giorni, mentre tutto il resto decade e collassa, piano piano. Ma Lars non lo sa, e crede di avermi fatto un regalo. La sua larga faccia stupida è illuminata da un’ottusa fierezza. È anche probabile che abbia bevuto qualcosa, oltre a mangiare: che abbia messo le mani su qualche bottiglia trovata chissà dove. Ho preso in consegna le medicine e l’ho ringraziato. Mi ha gettato uno sguardo di bestia, che non mi è piaciuto affatto. Ma sono troppo stanca anche per aver paura.

Devo aver dormito per un’oretta, e qualcosa mi ha svegliata. La neve, fuori, riflette la luce della luna, e a quel riflesso azzurrino la faccia del Paziente sembra ancora più pallida. Il suo respiro mi pare più regolare, ma non ne sono sicura. Mi ero addormentata sulla sedia, col viso affondato sul suo letto. Mi alzo in piedi con fatica, sono debole, indolenzita. Supero l’onda di vertigini, apro la porta socchiusa e dò un’occhiata in corridoio: tutto è buio, deserto. Da quando non abbiamo corrente, il buio là fuori è completo. Un rumore alle mie spalle mi fa sussultare. Mi giro di scatto, incredula: ha aperto gli occhi e mi guarda. Dalla sua bocca esce un suono, un lamento, un richiamo: il Paziente si è svegliato.

 

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5 commenti

  1. oddio, che angoscia….


  2. Aiutooooo….


  3. Come dicono dalle mie parti: giustissimo!

    Pochissimi elementi per descrivere uno scenario in cui ogni essere sembra coinvolto.


  4. Narrazione emozionante, da dentro, vera, Perchè è incredibilmente bello e vero quello che racconti. E ci sentiamo così sollevati quando arriviamo in fondo e troviamo quell’alito di vita, E che bello il tuo fare, il tuo pensare, il tuo agire.


  5. @Donatella, Tania: 😀

    @Mauro: Grazie. L’idea era quella di continuarlo – vediamo.

    @Nidia: Ti ringrazio! La “verità” la intendo naturalmente in relazione alla narrazione… è un racconto. Spero che non si avveri mai. Ma se trasmette qualcosa di vero ne sono contenta.



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