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Give them the power

5 novembre 2013

Le sue mani non stanno mai ferme. Ricuciono, drenano, cauterizzano. Vorrebbero cancellare le ferite e non solo aiutarle a rimarginarsi. Vorrebbero ricostruire altro che vagine e uteri e perinei. Riparare quello che altre mani hanno squarciato. Non sempre possono.

Ogni giorno, in Congo, nella regione del Kivu, donne, ragazze, bambine vengono violentate e seviziate da bande di guerriglieri, preferibilmente sotto gli occhi delle loro famiglie. Gli stupri sono sistematici, e servono alle milizie per affermare il loro potere e, in ultima analisi, per appropriarsi del controllo delle immense risorse di minerali di cui il Congo dispone. Sistematicamente si afferma il terrore. Ogni ora, in Congo, 48 donne, ragazze, bambine tra i 15 e i 49 anni vengono violentate. 48. Ogni ora. Nessuna di loro tiene un discorso alle Nazioni Unite, a nessuna di loro viene offerto di essere curate in un ospedale europeo. Di nessuna di loro, in Europa o negli Stati Uniti, si sa neanche il nome. Da almeno sedici anni questo va avanti sotto gli occhi del mondo.

In genere queste bande “usano” il calcio del fucile, ma anche bastoni, coltelli, rami, quello che capita, lasciandole, se non morte, mutilate e danneggiate per sempre, nel corpo e nella mente e nel cuore. A causa delle sevizie subite, queste donne, ragazze, bambine, sono condannate all’incontinenza, alla segregazione, all’esclusione dalla vita del villaggio e all’impossibilità di avere una vita sessuale piena e quindi di avere figli. Lo stigma si aggiunge allo stigma. Vengono cacciate dalle famiglie stesse e lasciate senza mezzi di sostentamento. Oppure, costrette a seguire le bande, loro e i loro figli, come schiave.

Molte donne arrivano a piedi, o su mezzi di fortuna, alla clinica del dottor Mukwege a Bukavu. A volte, nude. Dalle loro vagine lacerate perdono urina e feci. Il dottor Mukwege pulisce, disinfetta, ricuce. Ogni giorno. Dal 1998 ne ha operate circa trentamila.  Hanno tentato di assassinarlo, di fargli lasciare il paese. Lui è tornato, ha ripreso a operare.  Le donne lo ringraziano con cipolle e ananas. Il progetto da lui guidato tenta di ridare loro una dignità, di reintegrarle nella loro comunità, “creating an enviroment for women to know they do not need to feel ashamed. To give them back their dignity, give them back their physical and mental health, give them the power to know they are strong.”

Non ha vinto il premio Nobel per la pace. Non è andato a Oslo a ritirarlo, non ha alloggiato al Grand Hotel e non c’è stato il concerto in suo onore coi reali e i ministri e i giornalisti.  A me dispiace. Non per il prestigio del premio, che vale ahimè ben poco – mi dispiace per i soldi del premio, penso ne avrebbe avuto bisogno per la sua clinica in Congo. Ma continuerà ad operare come sempre. E in Norvegia ci verrà comunque, se non a Oslo, nella mia città, dove vive sua sorella, e se ho fortuna mi capiterà ancora di incontrarlo, all’università o a una conferenza o per strada, intabarrato contro il freddo, la sua larga faccia africana sorridente e le grandi mani buone.

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8 commenti

  1. Grazie, perché non sapevo niente di tutto questo.


  2. tragedie spesso dimenticate, è terrificante hai fatto bene a ricordarci anche questa


  3. Infatti, il mondo non sa, e molti fingono di non sapere.


  4. grazie cara per rivelarci sprazzi di realtà che si immaginano, ma non si vorrebbero reali, però si sanno, sì si sanno…..donatella


  5. Grazie a te della visita, Donatella!


  6. .. Quanto può essere grande il cuore di un uomo


  7. È possibile far arrivare degli aiuti a questo homo meraviglioso?


  8. http://www.panzihospital.org/about/dr-denis_mukwege

    Alessandra, questo è il sito dell’ospedale, con un link per le donazioni.



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