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Innocente

17 ottobre 2013

È gennaio e hanno camminato sotto i portici, la bambina col cappotto blu ereditato da una lontana cugina e la goccia al naso, il padre col loden verde e le scarpe con la suola di gomma che cigolano sul pavimento di marmo lucido. Il pomeriggio è già scuro di quel freddo acre, estenuante, che attanaglia d’inverno la città sul fiume.

Il portone è una faccia seria, con due nasi lucidi d’ottone e due occhi tondi di luce allarmata. La faccia li ingoia con un ronzio minaccioso d’insetto, e la gabbia dell’ascensore sale cigolando tra le scale, subito buie. La mano del padre è leggermente sudata, ma forte. Le scappa un po’ la pipì, come sempre quando sta per succedere qualcosa di incontrollabile.

Lo studio del cardiologo è silenzioso, la segretaria un fantasma dalla gonna scozzese che le passa rapida una mano sui capelli. Il padre sembra conoscerla. Nell’aria un lieve sentore che le ricorda l’ambulatorio della scuola. Ma qui tutto è attutito, niente fa rumore, neanche le scarpe del padre sul fitto tappeto. Solo l’eco lontana del traffico, e il battito secco, definitivo, della porta dell’ascensore.

Non devono aspettare, tutto pare essere concordato in anticipo. Il cardiologo stringe la mano del padre e guarda appena la bambina. Le viene detto di spogliarsi e di stendersi sul lettino. Viene alla luce l’imbarazzo della maglia di lana, delle scarpe da maschio, delle mutandine a fiori slavati, e tutto diviene vergogna quando il cardiologo le applica sul torace strane coppette nere e gelide. Il rapido contatto delle sue dita col seno appena accennato la paralizza in una nube opaca dove non si può più cercare neanche lo sguardo del padre. Guarda allora il soffitto, la gola chiusa, il corpo teso.

L’apparecchio è un animale che gracchia e scrive con una lunga unghia metallica. La bambina ubbidisce docile e trattiene il respiro, inspira, espira. È abituata ad ubbidire, e soprattutto a non chiedere mai perché, soprattutto non qui, in questa stanza con l’alta finestra oscurata, e il padre che continua a schiarirsi la gola, e la testa lucida del cardiologo china sul suo corpo. La bambina non ha bisogno di chiedere, sa: le stanno esaminando il cuore per cercarvi il difetto. La colpa.

Dev’esserci una colpa. Qualcosa che la marchia, e le coppette nere stanno risucchiando questa colpa dal suo corpo perchè la bestia la scriva col suo dito scheletrico, e la condanna resti scritta per sempre, in immortali geroglifici.

“Un soffio”, dice il cardiologo. Un sussurro, un bisbiglio: come dire la colpa ad alta voce?Una voce che non c’è più? O è la voce del padre, che sussurra: “È come la madre?” “No. È un soffio innocente. Sparirà con lo sviluppo.”

Innocente. Il padre ha gli occhi lucidi e ha ancora indosso il loden, un bottone ciondola. “Puoi correre, giocare”. Sei innocente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti

  1. Spero che quella bambina abbia giocato e corso, almeno un po’.


  2. @Rosaverde: Ha imparato tardi, ma ora corre, e gioca anche, un pochino.



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