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Correre ai ripari

1 ottobre 2013

gapahuk2

Da sempre, chi viaggia per le interminabili foreste della Scandinavia (e sicuramente, di altri paesi del mondo), al calar della notte si è trovato nella necessità di trovare un riparo. Raramente c’è nelle vicinanze una caverna, ancor più raramente una casa dove rifugiarsi. Da sempre, il viandante ha imparato a costruirsi un riparo: il gapahuk. I materiali si raccolgono sul posto: rami più grossi per l’intelaiatura, più piccoli e frondosi per il tetto. Basta avere con sè un’ascia e magari un falcetto, strumenti che un viandante degno di questo nome ha sempre con sè.  Appoggiandosi a formazioni già esistenti (una roccia, un avvallamento, altri alberi) in poco tempo si costruisce un riparo dove passare la notte. Davanti, tra pietre raccolte, si fa un fuoco.

L’insegnante di matematica e scienze di mia figlia è un giovane vietnamita, cresciuto in Norvegia. Ha un’aria imperturbabile e una fibra notevole. Tra le altre cose che ha fatto, ha costeggiato la Norvegia (si parla di una costa di oltre 2000 km) in canoa. A volte decide di partire, e parte a piedi, senza mai portarsi dietro una tenda. Quando non c’è neve, la sera si costruisce un gapahauk. Quando c’è neve, scava l’altro tipo di riparo possibile: la caverna nella neve.

Nella scuola steineriana che frequenta mia figlia, le antiche tecniche di sopravvivenza fanno parte del programma scolastico. Tra qualche giorno, B. porterà con sè la classe nel bosco, dove si costuiranno i loro gapahuk e vi pernotteranno. L’anno prossimo, nella classe ottava, è previsto invece l’equivalente invernale, ovvero la famigerata gita con pernottamento in buche nella neve.

In questi giorni, la temperatura notturna si aggira ancora sulla soglia dello zero, e il gelo vero non è ancora arrivato. Sto cercando di mettere a tacere il mio istinto di madre mediterranea, in verità già piuttosto indebolito, e di non immaginarmi la piccola irrigidita come uno stoccafisso o, peggio, in braccio a un gigantesco orso bruno. Mi fido di B. e delle sue tecniche di sopravvivenza: tutti hanno sempre superato il programma della settima, e anche quello dell’ottava, senza riportarne danni.

I ragazzi stanno preparando l’attrezzatura: accette, coltelli, marshmellow da arrostire sl fuoco, sacchetti di patatine e qualcuno, che resterà innominato, anche lo smalto per le unghie. MIa figlia, lei, è entusiasta: dopo il paragliding di quest’estate cominciava già ad annoiarsi.

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7 commenti

  1. Accidenti che esperienze toste! Chissà che adrenalina nel sangue di tua figlia, straordinariamente fortunata


  2. Nidia: Lo so! Poi lei è il tipo che di adrenalina si nutre.


  3. Ma beata lei. Io non so nemmeno usare una bussola in pratica (in teoria capaci tutti).


  4. marshmallows arrostiti sul fuoco? chissà che faville! faville appiccicaticce.


  5. @Rosaverde: Neanch’io so usare la bussola! Mi perderei ovunque, e non saprei cavarmi d’impaccio in nessun modo. Tempo fa cercavo di capire da che parte era l’est senza riuscirci – un norvegese ha cercato di chiarirmi le idee ma mi sono confusa ancora di più. Mi chiedo se c’è un nesso tra questo e la mia incapacità di fare un parcheggio.

    @Tania: L’arte di arrostire i marshmellows invece la conosco alla perfezione: niente faville, occorre trovare il giusto angolo e la giusta distanza dalle fiamme e anche la giusta misura di ramoscello. I marshmellows arrostiti sono infatti l’unico motivo che può indurmi a una lunga camminata nel bosco.


  6. Arte, anch’io sono fanatica di marshmellows e, quando posso, li arrostisco! (una volta l’ho fatto in un mercato e mi prendevano quasi per drogata, vedendomi smaneggiare con l’accendino…. io che ho la fobia degli aghi!)
    Rispetto al dormire nella neve però ti direi (leggere con voce ansiosa): oddio! ma è pericoloso!!!! e se va in ipotermia??? ma perché bisogna fare queste prove??? però so che l’ansia non può prevalere! certo che da qui viene da apprezzare la tranquilla e monotona scuola italiana!


  7. Cara Claudia, sappi che io e Maria, durante una crisi di astinenza da marshmellows, li abbiamo persino arrostiti in casa, sulla candela del centrotavola!!
    Ma non è che si dorme sulla neve, si usano materassini isolanti e sacchi a pelo, non c’è nessun rischio di ipotermia. Rispetto a prendere un autobus, rischio malattia praticamente zero.
    Curiosa questa cosa.
    Proprio oggi parlavo con un’insegnante italiana che, guardando quassù le carrozzine parcheggiate in fila fuori dagli asili con dentro i bambini piccoli che dormono, mi diceva che in Italia loro devono lottare coi genitori persino per portarli fuori se piove. Poi magari sono gli stessi genitori che li riempiono di antibiotici per un raffreddore.



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