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Va bene così

13 giugno 2013

Sto aspettando l’autobus. Un leggero tocco al braccio mi strappa al mio isolamento. Mi giro, togliendo gli auricolari, e la vedo:  un volto sorridente, solcato da una rete di minuscole rughe, due occhi azzurri, i capelli ordinatissimi, tinti di nero. Dai recessi della memoria affiora con fatica il suo nome: Annfrid.  Lei invece ricorda subito il mio. “Come stai? Non sei cambiata! Stai bene col piercing al naso!”

Non la vedevo da molti anni. Nè io nè lei lavoriamo più in reparto. Io sono passata altrove, lei è caduta vittima di un esubero di personale, ed è stata trasferita a impacchettare ferri chirurgici. Ci abbracciamo. “Ti ricordi? ” Mi ricordo,  mi ricordo molto bene certe notti di turno. Io non lavoravo spesso di notte, lei sempre. Annfrid non ha una laurea, non ha un master, Annfrid non può neanche fare un’iniezione. Ma Annfrid sa.

Sa comunicare con  un paziente che vaga in delirio e riportarlo nel suo letto, decisa e gentile.  Egli la segue, docile, di buon grado. Lei può farlo dieci volte di seguito con la stessa gentilezza. Sa tenere per mano chi è solo nelle lunghe ore che precedono la morte, quando il tempo si ferma ad aspettare come una bestia nell’angolo della stanza, e tu lo sai e lo senti ringhiare e uno è solo al mondo – ma non lo è, perchè c’è lei, e allora non è più solo. Quando tutto è passato, lei sa chiudergli gli occhi e accendere una candela, e poi sa lavarlo e girarlo e vestirlo e ti dice cosa fare e come fare, con voce sommessa, come se lui potesse ancora sentirci. Le sue mani sono sagge. Il suo passo è leggero, silenzioso. Ne avevi bisogno e non dovevi chiamarla –  lei era semplicemente lì, pronta a tutto. Non c’era pericolo con lei vicina: c’era la sicurezza che questa è la vita e questa è la morte, che ora è notte ma arriverà il mattino, che tutto passa e tutto finisce e tutto ha un senso e e il senso è questo e non un altro, e ognuno deve trovare il suo e va bene così.

Nelle albe blu invernali preparava il caffè. Ti stendevi un attimo sul divano e lei te lo portava, e in compenso la lasciavi andare dieci minuti prima, perchè doveva prendere l’autobus che la riportava in campagna. Chiudevi gli occhi e la immaginavi, prima di addormentarti, percorrere il sentiero innevato, entrare nella casa silenziosa. Riposare.

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10 commenti

  1. Bellissimo commovente ricordo. Grazie di condividerlo.


  2. Mi fa sempre piacere, Anonimo.


  3. Senza esagerare, credo che questi siano gli angeli in terra, meravigliosi angeli umani.

    Un buon fine settimana cara,
    con un sorriso
    Ondina


  4. Ondina, ma sai che io ne conosco diverse di queste persone? Sarò fortunata io? Ricordiamocene, quando ci dicono che homo homini lupus, che siamo bestie, quando sentiamo parlare Borghezio…


  5. i tuoi racconti di vita vera mi piacciono sempre di più.
    Gli incontri casuali, le albe, il freddo, il caffè caldo.
    In quest’estate italiana già bollente, quando ti leggo immagino un’arietta fresca che entra dalla finestra mentre scrivi


  6. Cara Lola, immagine assolutamente centrata! 🙂


  7. ti sei fatta il piercing al naso?


  8. @Henry: Vedrai! 🙂


  9. pioggia blu, albe blu, occhi azzurri…

    Che bello il tuo blu – come il cielo e il mare – che ci colma e ci penetra e ci emoziona


  10. È buffa questa cosa: perchè io amo il rosso, ma mi viene sempre fuori il blu.



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