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Veritas filia temporis

25 maggio 2013

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Fare figli significa, come dicono qui, “vedere se stessi entrare dalla porta”. È un’immagine molto efficace, che esprime l’incontro, il rispecchiarsi in un sé altro da sé. È un fenomeno affascinante, bellissimo e inesorabile.

Mia figlia, apparentemente,  non mi somiglia.

Fisicamente, è tutta suo padre. Ha un corpo nordico, allungato, flessibile – chi ha conosciuto suo padre adolescente è colpito dall’impressionante somiglianza.

Neanche nel carattere mi somiglia: lei è generosa, io gelosa delle mie cose. Lei iperattiva, io pigrissima. Lei preferibilmente al centro dell’attenzione, io con ambizioni da tappezzeria. Lei sportiva, io da sofà. Potrei andare avanti.

Eppure, ha lo stesso qualcosa di profondamente simile a me, ma nascosto, non evidente. Qualcosa, appunto, che emerge nel suo rapporto con me, impetuoso e ricco di emotività: la stessa vis polemica, lo spaccare il capello, il voler avere l’ultima parola, l’ira pronta ma fugace, il senso dell’umorismo, del gioco di parole, il bisogno continuo di conferme, la sentimentalità. Tutto sommato, lei è una me migliore. È, probabilmente, una parte di quello che sarei potuta essere io, se avessi avuto un’infanzia e adolescenza meno disastrate.

Ma lei non è solo me, non è solo suo padre.  Come in certi dettagli del suo viso e del corpo che, se osservati attentamente, rimandano a persone che non ci sono più se non nel ricordo, così anche nel suo carattere riaffiorano tratti e caratteristiche, tracce genetiche, retaggi.

Il coraggio e la determinazione del bisnonno di suo padre, pescatore delle isole Lofoten.

La forma delle sopracciglia di mia madre.

La proverbiale bellezza di mia nonna materna, e di essa, anche, la capacità di “vedere” il proprio interlocutore.

Il ditone del piede, inconfondibile, di mio padre, e di lui credo anche, l’impazienza.

Le mani e i piedi enormi dello zio paterno.

Ma lei è soprattutto se stessa. E questo gioco di rimandi e di elementi inediti, questo caleidoscopio di geni e cromosomi e interazioni, il risultato di cross over genetico e suoni e voci e colori dell’infanzia la fa unica e irripetibile. Lei porta in sé il tesoro e il peso delle generazioni, da due angoli dell’Europa, genti diverse e culture opposte, e da lei nascerà qualcosa di ancora nuovo.

E forse sua figlia avrà la forma del mio piede, la mia facilità alle lacrime e i miei capillari fragili, e forse lei le canterà le la ninna nanna che faceva piangere me da bambina e ridere lei:

È stato il vento che ha buttato giù la canna, bambina fai la nanna che babbo vo’ dormì.

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19 commenti

  1. Ogni figlio e’ un mistero che si rivela ai genitori nel crescere ed e’ qualcosa che sorprende e incanta e fa paura, allo stesso tempo. Poche cose sono tanto strabilianti quanto il cogliere poco a poco la provenienza di ogni tratto e infine lo scoprire cio’ che, aldila’ delle fonti, e’ unico e irripetibile, come ci racconti tu qui. Ed e’ assolutamente vero che in tutto cio’ si rivela anche quello’ che noi genitori siamo, e non siamo.


  2. Bellissimo, trasmetti la sensazione.


  3. @Tania: Sì. È stranissimo, a pensarci: quando arrivano, i figli sono sconosciuti che entrano nella tua vita. Ci vogliono anni a conoscerli, a scoprirli, e non si finisce mai. Ci rispecchiano e ci confrontano con la loro simile alterità.
    Io avrei potuto benissimo non avere figli. La maternità non è mai stata un’urgenza fondamentale per me. È stata un desiderio, che ho avuto l’immensa fortuna si avverasse subito appena ho provato. Sono convinta che, se non avessi avuto figli, quest’esperienza non mi sarebbe mancata piu di tanto – perchè non avrei mai saputo cosa significa, e non possono mancarti veramente le cose di cui non hai esperienza.
    E io sarei stata diversa, non in grado di capire. Completa lo stesso, completa in me, ma di un’altra completezza. Priva di un’ulteriore dimensione (e di un’ulteriore vulnerabilità: perchè tutto si paga).

    @Manina, bentornato! Che bella sorpresa. 🙂


  4. Che belle cose che hai scritto, mi sono commossa (e non e’ facile di solito!).
    “Ma lei è soprattutto se stessa. E questo gioco di rimandi e di elementi inediti, questo caleidoscopio di geni e cromosomi e interazioni, il risultato di cross over genetico e suoni e voci e colori dell’infanzia la fa unica e irripetibile. Lei porta in sé il tesoro e il peso delle generazioni, da due angoli dell’Europa, genti diverse e culture opposte, e da lei nascerà qualcosa di ancora nuovo.”
    Stupendo pensiero e stupende voi!


  5. London Calling – cancella pure.


  6. Ho dovuto fare un giro impressionante, perche’ mi ero registrato in WordPress con una mail che non uso piu’ da molto tempo. Per cui, WordPress mi chiedeva la password, io non me la ricordavo e lui mi proponeva di resettarla. Pero’ la mandava a un indirizzo mail vecchio del quale avevo smarrito la password. Quindi ho dovuto resettare la password del vecchio indirizzo, una volta capito che forse mi ero registrato con quello. E aperto quell’indirizzo, ho trovato la password di WordPress.

    Adesso ho un leggero mal di testa, ma dovrei essere in grado di commentare.


  7. @Camomilla: Mi fa piacere che ti sia piaciuto. Quando scrivo di mia figlia tendo a farmi prendere un po’ la mano, o meglio, ho difficoltà a non cadere nella mia tendenza al sentimentale (e non lo dico in senso dispregiativo). Può sicuramente risultare esagerato in chi non ha figli, e strappalacrime in chi ne ha. Se ti ha commossa, vuol dire che forse in qualche modo ti sei riconosciuta…
    Grazie!

    @Fabio: È giunto il momento di conferirti il Glicine d’oro per il commentatore più fedele e instancabile della storia di Pioggia Blu. Il premio, consistente in un orrendo sarchiapone a forma di glicine in similoro, ti verrà conferito la prossima volta che vengo a Londra, preferibilmente in un bel posto di quelli che frequenti tu. E visto che non bevi, ci berremo un tè alla salute di tutti i blog che, in magica alchimia, si trasformano senza mai morire.
    🙂


  8. E’ bellissimo quello che scrivi di tua figlia. Avrei voluto avere una mamma capace di capire quello che tu dici: che, aldila’ di tutti i retaggi, tua figlia e’, prima di tutto, se stessa. Se mai un giorno dovessi avere una figlia (o un figlio) vorrei essere capace di altrettanta capacita’ di capire.


  9. @Elisewin: Nel mio caso, paradossalmente, è successo il contrario: quando mia figlia è arrivata io non l’ho sentita mia, l’ho sentita come un’estranea, che mi sgomentava. Solo in seguito, con fatica, ho imparato a conoscerla e ho creato un legame forte con lei. Penso che questo derivi dal fatto che non ricordo mia madre e quindi ho forse dovuto inventarmi un’esperienza che non avevo interiorizzato. Non lo so, non sono una psicologa. Forse anche la cultura del mio paese d’adozione, che è beatamente lontana da ogni apprensione, ha influito sul darle più libertà (e prendermi più libertà) di quanto avrebbe fatto una madre in Italia. È probabile.

    “I figli sono in prestito”, dicono i saggi norvegesi, e hanno ragione. Il nostro compito è quello di aiutarli a trovare la propria via, dare loro la sicurezza affettiva che è necessaria a farlo, ma lasciarli liberi di essere se stessi e non “altri noi”, magari più “riusciti” dell’originale.

    Grazie di quello che scrivi.


  10. Pioggia Blu e London Calling sono dischi in vinile, libri di carta, film visti al cinema, e tenerli in vita in tempi di smartphone, app e social network e’ un gesto di resistenza umana. Altro che sarchiapone in similoro, dovrebbero conferirci il Pulitzer per la costanza 🙂

    Senti, divago perche’ tanto questo post bellissimo (a proposito: devo farlo leggere alla Gio, a meno che non l’abbia gia’ letto) l’ho gia’ svaccato col mio commento precedente. Conosci Sara Teasdale? La sto leggendo dopo avere trovato delle sue poesie tra i testi di una cantante svizzera che amo (Susanne Abbuehl). Le sue poesie lasciano senza fiato.

    Prometto solennemente che London Calling non chiudera’ mai. Magari ogni tanto si concedera’ una piccola vacanza, come e’ successo all’inizio di quest’anno. Tu pero’ devi promettere lo stesso per Pioggia Blu.


  11. @Fabio

    “Stephen kissed me in the spring,
    Robin in the fall,
    But Colin only looked at me
    And never kissed at all.”
    🙂

    Non ho letto molto di lei. È brava. Lieve. Dovrei leggere altro, ma in questo periodo sono presa da Mariangela Gualtieri e finchè non mi passa non “ricevo”.

    Quindi mi chiedi una promessa pubblica. Prometto? Prometto: non chiuderò mai Pioggia Blu!


  12. Non avendo figli non so cosa proverò, ma mi è capitato di fare a ritroso il percorso dei miei geni, cercando nei miei genitori e nei parenti tracce delle mie caratteristiche. Abitudini che non sapevo di aver preso e altre che non ho mai assunto ma inconsapevolmente condiviso da lontano.
    Allo stesso tempo il più bel dono è quando, dopo tanto cercare, capisco che non sono interamente riconducibile a nessuno. Il mio destino è unico, così come le mie scelte. Tra tutte le consapevolezze che un genitore può trasmettere ai propri figli questa è secondo me una delle più belle.
    Grazie per averla condivisa.


  13. Prego, S.
    Benvenuto/-a. Vista la tua consapevolezza, sospetto che tu sia una -a.
    🙂


  14. Grazie del benvenuto! È vero, mi sono dimenticata di specificare. Confermo il sospetto – e anche la diversa consapevolezza. 🙂


  15. grazie!
    non ho figli…ma mi sono ritrovata figlia e nello stesso tempo madre!pensieri, parole, immagini che si susseguono e tempo per pensare.
    così ho passato il tuo scritto …..ed il ritorno è stato positivo…ecco parole e ricordi che uniscono


  16. @Nicole: Ognuno ha i suoi percorsi. Se il mio scritto in qualche modo ti ha detto qualcosa ed ha avuto un significato, mi fa molto piacere.
    Questo ad esempio è un motivo per non chiudere questo blog.


  17. A me piace il “pubblicato in: meraviglie”.


  18. Anch’io piangevo con quella ninna nanna…


  19. Era soprattutto la melodia. Se la ritrovassi…



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