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Indizi

20 maggio 2013

La supposizione di un paradiso è contraddetta dall’attribuirgli delle qualità. Questo vale soprattutto per le tre religioni delle Scritture, ma anche per le credenze dei popoli guerrieri e cacciatori – il buddismo è a un altro livello, sebbene in esso disturbi il pensiero del ritorno. 

Il paradiso viene proiettato partendo da una condizione imperfetta. Per questo noi, più che un’ascesa, supponiamo piuttosto l’addio ad un mondo condizionato da qualsiasi misura e legge. Addio ad alto e basso, buono e cattivo, bello e brutto, anche dal dolore e dal desiderio. 

Indizi:

la lux aeterna, lo splendore senza ombre che non consuma energia nè materia. Et lux aeterna luceat ei. 

Inoltre: la musica delle sfere. Non esistono più note, ma un filo sottilissimo che non si spezza, ma porta al silenzio. E così l’opera d’arte, che come ultimo approssimarsi alla perfezione mai raggiungibile oltre sé e oltre ogni parola conduce alla muta ammirazione. 

Infine, l’orgasmo: il desiderio si annienta come un’onda che si infrange sull’eterno; si annienta la coscienza e l’individualità.

Ernst Jünger, dal diario: 5 Maggio 1984

(traduzione mia)

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4 commenti

  1. è proprio vero, sperimentato che l’orgasmo annienta la coscienza, una sensazione meravigliosa e liberatoria


  2. @Zefirina: Sì. Anche perchè, di questi tre indizi, noi possiamo terrenamente conoscere solo quello (se si esclude l’opera d’arte – e certe volte in effetti il confine tra le due cose è labile).


  3. Questo frammento è molto meno che un abbozzo su un tema perticolarmente caro a Junger.; ovvero : l’indeterminato; e questo è un presupposto che con Junger non è mai il caso di dimeticare. Egli si fa avanti con la tentazione di contraddire la prima istanza di realtà, religiosa o spirituale, proprio perchè ad essa vengono attribuite delle qualità. Sullo specifico, prima di poter dire qualsiasi cosa, ritengo che si debba fare cenno al fatto che al termine “qualità” si debba associare il termine “quantità”. La mia impressione è che in questo contesto, la qualità sia un attributo della quantità . Non si può dare qualità senza ammettere quantità . E’ un equazione in cui possiamo sostituire i termini. Tutttavia parola qualità non sfugge alle condizioni particolari della manifestazione, e quindi, la realtà a cui essa si riferisce per quanto sottile, nell’ambito del discorso, deve abitare la fattualità della parola stessa e quindi la sua gravità. Detto quasto si potrebbe dire: chiuso il discorso. Invece no. Qualità e quantità fondano quel dato di manifestazione dal quale Junger si lancia nel suo approssimarsi all’indeterminato; di cui , il paradiso, nell’accezione qui espressa, appare come un simulacro.
    Volendo poi capovolgere, il piano di proiezione che Junger propone, ciò che proiettiamo è riflesso della non conoscienza; non conoscienza come altro dall’ovvio non immediato sapere, quanto dall’essere patecipi del filo della proiezione della totalità. La non conoscenza, in questo caso, come fonte di deprivazione di attributi si rivolge a noi, e il nostro proiettare su di essa determina il ritornare a noi degli attributi stessi. Se poi, questa non conoscenza sia ciò che cela la ricomposizione di tutte le diadi nella perfezione, indagarlo resta una sfida alla quale Junger non si è mai sottratto.
    A proposito dell’inverarsi delle attribuzioni a partire dalla non conoscenza, è interessante notare la collocazione ontologica, mai casualmente a caduta, degli indizi che Junger ci propone: Il primo è un immagine, meglio ancora, il senza immagine: un intuizione sovraformale, ovvero quella luce di cui, la luce che vediamo non è che la tenebra. Il secondo è la capacità di cogliere questa intuizione nei modi dell’ l’intelligenza e del talento, realizzando forme rivolte alla perfezione, attestandola per allusione nella inpossibilità di raggiungerla. Infine, ciò che è dato nella forma dell’esserci, nella più prossima e penetrante delle condizioni: la generalità.


  4. @Mauro: Ti ringrazio molto del tuo commento. Credo di essere sostanzialmente d’accordo con quello che scrivi, ma non ne sono sicura perchè il tuo stile è allusivo, ellittico. Ti dico allora, perchè di questo almeno sono certa, quello che penso io su questo abbozzo.

    Perchè è vero – questo è un abbozzo, e E.J. lo annota come tale, ripromettendosi di tornarci in seguito – ma, del resto, è un tema che ha frequentato molto nel corso della sua lunga vita.
    E il tema, secondo me, è l’addio a un mondo condizionato dalla legge e dalla misura.

    Quando tu parli di “quantità e qualità”, io penso istintivamente a spazio e tempo. Gli indizi jungheriani secondo me indicano un distacco dalla storia e un’uscita dal tempo (un “passare al bosco” radicale). Se la vita dell’uomo occidentale è infatti un “mettere le briglie al tempo” questi indizi fanno pensare a un distacco da esso. L’essenza immutabile del mondo non è “al di là”, ma “al di fuori” del tempo.

    In questo senso, la “non conoscenza” di cui parli è una consapevolezza inversa: la consapevolezza di ciò che NON siamo. Gli indizi di EJ sono avvicinamenti, momenti in cui il tempo si annulla, anche brevemente, in direzione dell’origine: strategie estatiche.



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