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L’ultimo porto

16 maggio 2013

Una camicia sporca di flanella scozzese, un berretto unto, la barba lunga. Mi porge una mano dalle unghie orlate di nero. Ci avevo parlato solo per telefono, ed era stato difficile allora concludere la conversazione: cercava il contatto, la compagnia di una voce. Ora, di persona, vorrebbe invece evitare il mio sguardo: si vergogna.

 Vive in campagna, da solo, lontano da tutto. Si è rintanato in un angolo di mondo difficilmente raggiungibile. Ma non è solo per questo che ha faticato a venire all’ospedale: “Non potevo andarmene da casa prima di aver affidato il piccolo a qualcuno”. “Il piccolo?” “La mamma la tengo fuori, ma il piccolo, l’unico che ho risparmiato, sta con me sul divano. Non sa ancora dar la caccia ai topi.” Realizzo che sta parlando di un gattino. “E ora a chi l’hai affidato?” Si illumina: “C’è un negro che abita a qualche chilometro. Si chiama Mohammed. Mi ha promesso che verrà a dargli da mangiare. È bravissimo, Mohammed.”

 Ne ha visti lui, di “negri”. Per quarant’anni ha fatto il marinaio, e non c’è porto sulla terra che non conosca. “Ma il paese più bello del mondo, il paradiso, io lo so dov’è: la Tasmania.” Lo sguardo si perde sotto le grosse sopracciglia grigie. “Ci ho vissuto qualche anno.”Cerco di superare il disgusto che mi dà il suo odore di uomo che non si lava da mesi, le macchie sui pantaloni, le briciole di tabacco da presa nella barba ingiallita. Vedo che intuisce. “Mi dispiace, ma non sono riuscito a lavarmi. Mi mette un po’ in ansia l’ospedale”. Gli dico che capisco. Vedo che suda. Ha lo sguardo di un grosso bambino impaurito.

 Era l’erede di una grossa fattoria, ma il padre la lasciò al fratello minore. Perchè? C’era già qualcosa che non andava, e fu questo o la voglia di avventura a spingerlo a lasciare tutto ed imbarcarsi? E cosa lo ha ridotto così? Gli  anni di vita dura, girovaga, oppure l’ansia lo ha assalito improvvisa, un giorno di sole sul ponte, e lo ha costretto a nascondersi?

 Immagino la sua casa, la strada sterrata impraticabile d’inverno, lo scaldabagno sicuramente rotto, la sua pensione di invalidità, le giornate passate col “piccolo” e la madre sul divano a masticare tabacco e bere caffè in polvere. Lontana nel tempo, la donna che lo aspettava, con un figlio, un bambino vero, e che smise molto presto di aspettarlo, e il figlio chissà dov’è.

 Penso che è il tipo che muore da solo, d’inverno, al tavolo di cucina, la tazza rovesciata e il caffè ormai freddo, la radio ancora accesa. Dopo un paio di settimane, Mohammed il “negro” sarà l’unico che andrà a vedere come mai non si è più visto in paese, e lo troverà così.

 Non è molto che vive in quel comune, i servizi sociali non lo conoscono. Mi metterò in contatto con loro. Possono trovargli posto in una comunità, aiutarlo a prendersi cura di sè, a ritrovare qualcosa della sua dignità. La prima cosa da fare, il primo passo, è molto semplice, concreto: qualcuno che gli mostri dove fare la doccia e gli porti degli abiti puliti. Sorride. “Ce n’è bisogno, eh? Con tutto quello che avranno da fare.” È docile. Prima di uscire, mi parla del porto di Livorno. Ci facevano un’ottima zuppa di pesce.

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4 commenti

  1. meglio la Tasmania dell’altrui smania…

    un piccolo e intenso capolavoro letterario, complimenti!


  2. Grazie, Anonimo. Addirittura un capolavoro, non esageriamo… niente smanie!


  3. E’ scritto benissimo, come sempre d’altronde. Ho una storia simile, ne avevo parlato mesi fa. Nonostante gli insegnamenti temo che quest’uomo, che io conosco, non ritroverà più la propria dignità. ormai si è adattato, sempre meglio, alla sua routine di due docce all’anno, vestiti sporchi, capelli lunghi e barba incolta. Non smette mai, però, di essere incredibilmente educato: non si altera, non ha mai fretta, non muta mai umore. Forse dovremo essere noi a rassegnarci ed adattarci a lui.


  4. @Rosaverde, ti ringrazio. Ricordo bene il tuo post.

    Sai che proprio ieri leggevo Calvino, una lettera che scrisse a Elemire Zolla nel 1958:

    “Secondo me oggi per puntare sulla orribilità umana non ci sono che due vie: o prendersela con i belli, con quelli che si lavano, per esempio con una donna fatale, con una pin-up, e avvicinarle la lente, poro per poro, pelo per pelo, e dimostrare che è un mostro; oppure calarsi anima e corpo nel fango umano, nell’umanità piu graveolente e dimostrare che solo là in fondo è purezza e bellezza.”

    Io credo che quelli che per qualche motivo loro si lasciano andare, che deviano dalla norma di noi puliti e stirati e deodorati, ci indichino qualcosa. Sta a noi capire cosa.

    Resta il dilemma di quando la presenza di queste persone disturba le altre: il consorzio umano è basato sul compromesso.



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