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Teres atque rotundus

28 aprile 2013

dbyae

Mi ci sono voluti quasi cinquant’anni per imparare a volergli bene.

La nostra convivenza é stata sempre problematica. Da che mi ricordo, mi sono vergognata di lui, e ho invidiato quello di quasi tutte le altre. Quattordicenne, ho cercato di costringerlo in un bikini che ne copriva la metà. Mi sono messa a dieta ripetutamente, recidivamente – i chili se ne andavano e lui restava lì imperterrito, totalmente immutato nella mia percezione. Ho cercato di strizzarlo in jeans troppo piccoli per me, di nasconderlo sotto noiosissime gonne scozzesi, abiti a vita alta, vestitoni indiani. Ma lui era lì, presente, a ridere di me, pronto a mostrarsi sfacciato nei momenti di sconforto: nello specchio del bagno, nell’immagine riflessa di un camerino di prova, soprattutto nell’incessante confronto con quelli altrui.  In certe situazioni, ho fatto acrobazie degne di Bridget Jones per rivestirmi senza mostrarlo. Mi sono avvolta in lenzuola, asciugamani, ho camminato all’indietro, ho fatto cose assurde e ridicole.

E lui era lì, sempre. Indistruttibile, florido e sardonico.

Ero convinta di piacere nonostante lui. Lui era un difetto di cui tacere – ed ero grata a chi ne taceva. Gli apprezzamenti che qualcuno, certo in buona fede, azzardava, mi scivolavano addosso, e li accoglievo con un silenzio imbarazzato e la voglia di sparire. Questo, per quasi mezzo secolo.

Per la rivelazione c’è voluto un pomeriggio d’inverno, in una camera fredda, io in piedi davanti a una finestra che mi affannavo a chiudere mentre qualcuno mi guardava da un letto disfatto. Mi bruciava il terreno sotto i piedi, volevo tornare a coprirmi, volevo nasconderlo. Invece mi sono voltata, sono rimasta ferma e ho incontrato quello sguardo. Non ci sono volute parole – ho capito quello che non avevo capito mai.

Da allora ho imparato a volergli bene. Non sfuggo più la sua immagine. Ne accetto le forme non a norma, gli strabordi, la curva e la voluta. È il mio, io sono questa. Sono anche questa, e lui mi appartiene, perchè io mi appartengo. La sua grazia non gli è data da quello sguardo, ma da ciò che quello sguardo ha aperto in me: qualcosa che non ha nulla a che vedere col mio fondoschiena, ma col mio essere. Ci sono molte vie per giungere a un’anima.

Vecchioni, quanto l’ho detestato, forse aveva ragione.

 

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12 commenti

  1. Mi piace sempre quello che scrivi. Prima di tutto perché scrivi bene e gli occhi corrono lieti e veloci lungo i pensieri che le parole veicolano. E poi perchè metti a fuoco momenti e dettagli quotidiani mai banali. Neanche quello di oggi. Accettarsi è una gran cosa, forse da lì comincia la felicità.


  2. È la consapevolezza degli adulti! Immagino che noi tutti (uomini e donne) abbiamo vissuto male le nostre giovinezze, in corpi che non volevamo! Poi si diventa grande, con pensieri più diffusi ed un’autostima che si conforta e consolida di volta in volta e quel corpo imperfetto ci appare come un’armonia personalizzata apposta per noi, capace di contenere tutta la nostra bellezza e non solo quella fisica!


  3. @Nidia: Grazie! La felicità non so, magari a volte, l’importante è la pienezza.

    @Lois: Ma guarda che io sono diventata adulta molto prima dei miei attuali 48 anni… 🙂
    Almeno, credevo.
    Ma forse hai ragione tu.


  4. Essì, diventare consapevoli di essere _noi_ unici, diversi e belli.
    E riconoscerci come tali.
    Ma è un percorso molto lungo (Lois ha proprio ragione) e spesso avviene per qualcosa o qualcuno (ma perchè non prima, cribbio?) che ci indica la strada.
    Oltre all’età, questa cosa ci accomuna, Arte.
    🙂 😀


  5. @Ondina: Per me non è stato un percorso lungo – è stata una svolta repentina.
    E – sempre per me – è legato allo sguardo di un altro che diventa il mio.
    Ma ognuno ha i suoi percorsi, per fortuna. E arrivarci prima sarebbe stato senza dubbio un vantaggio…


  6. io ci sono arrivata un po’ prima a 40 anni per via di un commento di un compagno di classe (primo amore) ad una persona che avevo appena conosciuto e con la quale avevo scoperto questa conoscenza comune, quando lei gliene ha parlato lui le ha risposto ah la patty aveva un c…, lei ingenua gli ha chiesto: nel senso che era molto fortunata??? no no gli ha risposto lui nel senso proprio di fondoschiena!!!! e pensare che in classe ma anche dopo mettevo sempre maglioni e magliette lunghe e larghe perchè me ne vergognavo, di quello e del seno abbondante!!!

    quante fisime che ci facciamo, poi per fortuna basta uno sguardo, una battuta e si dissolve tutto in un puf!!!!


  7. @Zefirina: Mi hai fatto venire in mente una scena avvenuta in terza liceo, quindi intorno ai miei 18 anni. Io ero affacciata alla finestra della nostra classe, i gomiti sul davanzale, pensando ai fatti miei. Dopo un bel po’ mi giro e vedo uno, un ciellino insospettabile, che seduto dietro a me osservava il “panorama”. Lo trattai malissimo. Mi pareva, forse perchè era lui, una forma di perversione!
    😀

    Maglioni lunghi, certo, camicie lunghe, conosco bene.


  8. ecco vedi appunto 🙂


  9. io tuttora non mi accetto, credo di non aver mai incontrato quello sguardo. o quando ne ho incontrato uno simile, mi sono amata ma solo per la sua durata, poi spariva tutto. però è vero, a volte si pensa a lungo a qualcosa, si cerca di accettare una situazione, di farla propria, senza interiorizzare davvero il concetto, e poi all’improvviso un qualcosa anche semplice porta a quello scatto di consapevolezza, che poi resta…


  10. @Animapunk: Ognuno fa i suoi percorsi. Molti ti diranno che non dovrebbe essere necessario lo sguardo di nessun altro per piacersi. Che si dovrebbe arrivarci da soli. Anzi molti ti diranno che se non ci arrivi da sola cercherai sempre altri che ti confermino che vai bene come sei. E per molti è così.
    Ma non è così per tutti.
    Per molti è un processo, per alcuni un’illuminazione.
    Io sono del parere che l’incontro con l’altro però c’entri sempre.


  11. Curiosamente, qualche giorno fa, leggevo questo frammento di Noica. Lo trascrivo: “Non accettarmi è il modo per non rifiutare ciò che sono”.


  12. @Mauro: Una delle caratteristiche degli aforismi piu efficaci è quella della loro apparente assurdità. Ad una prima lettura sembrerebbe anche questo un paradosso. Allora ho provato a “rovesciarlo” grammaticalmente mantenendo il contenuto logico, come si fa semplificando le espressioni matematiche:

    Rifiutarmi è il modo di accettare ciò che sono.

    In questa veste, diciamo più essenziale, il significato appare già più articolato: Si può pensare che uno dei presupposti dell’accettare se stessi in toto sia appunto anche individuare i lati di sè che ci piacciono di meno, i nostri “difetti”, prenderne coscienza.

    E viceversa, tornando di nuovo all’originale di Noica, non rifiutare nessuna parte di ciò che si è significa anche non accettarsi supinamente, continuare a lavorare su se stessi, sfidarsi.

    Accettare significa sempre la coscienza di un limite.
    Non accettare, la volontà continua di superarlo – forse per questo siamo qui.



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