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Non è il mio primo inverno

25 aprile 2013

Karin ha un anno meno di me e non si chiama Karin.

Mi stupisco delle sue risate: le faccio un prelievo e ride, le chiedo se le va un caffè e ride, le dico di accomodarsi e ride. Ma non c’è molto da ridere – perchè ha un tumore al polmone con metastasi pleuriche, il fiato molto corto e pochi mesi di vita. Però lei ride, un riso incongruo, eccessivo. Deve riempire dei questionari. Lo fa coscienziosamente, incrociando le caviglie come una scolaretta sotto il banco. Ha una scrittura da bambina. Discutiamo la sua funzione fisica: riesci a fare una passeggiata veloce? No. Trovi difficoltà a fare una rampa di scale? Molta, discreta, poca, nessuna? Le croci che lei fa sul foglio stanno diventando un piccolo cimitero. Riesci a fare i lavori di casa? La mano con la penna esita, si ferma. Sempre meno, ci riesco sempre meno.

La storia di Karin è quella di una donna piccola ma forte. Quattro figli, un marito che l’ha lasciata dieci anni fa, con la più piccola che ne aveva sei, un lavoro mal pagato di cassiera. Poi, due anni fa, il cancro, l’operazione, la recidiva. L’incapacità dei figli di realizzare che la madre è gravemente malata, che non guarirà. Il ragazzo più grande che trova la situazione “deprimente” e torna a casa solo per dormire, l’altra figlia che teme che Karin non possa più aiutarla col suo bambino. La casa diventa la sua prigione solitaria, le lunghe giornate in cerca di respiro.

Karin ora ha smesso di ridere – Karin ora piange. Mi parla della figlia più piccola, di sedici anni: l’unica che ha capito, l’unica che l’aiuta. Karin si preoccupa che dopo la sua morte la ragazza debba andare a vivere col padre, che non vede da dieci anni. Le dò il numero di un’assistente sociale, le dico di non preoccuparsi – i servizi sociali rispetteranno la volontà della figlia. Mi dice che c’è un’insegnante che si occupa di lei: la segue, la fa parlare, l’accompagna dal medico, ai colloqui con l’assistente sanitaria della scuola. La ragazza si confida, si affida.

Penso a quest’insegnante. Non so se sia giovane o anziana, non so che materia insegni. So che fa qualcosa di gratuito per un altro essere umano, che quello che fa ha un grande significato. Mi chiedo perchè lo fa. Penso al figlio maggiore, al suo tentativo di fuggire dal dolore lasciando sola la madre. Mi chiedo come avrà fatto questa piccola donna ad allevare da sola quattro figli con un solo stipendio. Penso e vedo tante cose, mentre le offro un fazzoletto di carta: la sua borsetta di plastica, i suoi occhiali, il caso e il destino, la volontà di vivere e la coscienza di morire.

Karin si asciuga gli occhi. “Devi essere una donna molto forte”, le dico. Lei mi risponde con un modo di dire norvegese: “Non è il mio primo inverno”. Poi riprende la penna in mano: è pronta a continuare.

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8 commenti


  1. Poveretta, sono senza parole… 😦 😦


  2. Mi rendo conto che quando faccio questi post vi metto un po’ in difficoltà.
    È che io vivo quotidianamente questo tipo di situazioni, ma gli altri no, la maggior parte degli altri no.
    Vedo che vi lascio senza parole, ma non era questa la mia intenzione.

    Grazie comunque 🙂


  3. No, va bene così, la vita purtroppo è anche questo e quindi perchè nascondercelo e “far finta” che vada tutto bene?
    Se non servisse ad altro, possiamo renderci conto di quanto siamo fortunati quando la salute e la serenità ci assiste (e ancora siamo capaci di lamentarci, ma siamo umani)
    Continua così, cioè scrivi quello che senti di scrivere Arte cara,
    un sorriso,
    ciao Ondina


  4. Grazie Ondina mattutina (il primo commento del giorno è sempre il tuo).


  5. Oh, prego cara, sono ancora più mattutina, di solito: solo che questa settimana sono in ferie …
    Alè! 🙂


  6. non è il mio primo inverno…. quante storie sentiamo, che carico di dolore e di coraggio. si dovrebbe vivere con più consapevolezza, a contatto con queste realtà. eppure spesso non si riesce a comprendere davvero che tante cose in realtà sono banali, che in fondo si vogliono cose e situazioni che sono utopie, che si ha già tanto. che cosa strana, questa, e che peccato: si spreca la vita, pur avendo più possibilità di altri di capirne la fugacità e di valutare l’entità dei problemi….


  7. @Animapunk carissima, non so se la penso proprio come te su questo. Nulla è banale, tutto può esserlo. L’entità del dolore non è sempre proporzionale alla gravità oggettiva della causa. È vero che la consapevolezza è necessaria per sentire pienamente la vita, la vita qui ed ora – ma io credo che debba anche esserci questa spinta verso la completezza, l’assoluto, quello che forse non avremo mai. Non è questo lo “spreco”: lo spreco è pensare che sia tutto qui, in quello che c’è. Perchè c’è molto altro.



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