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I doni

14 febbraio 2013

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra.
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

Jorge Luis Borges, da “L’altro, lo stesso”

 

 

Non ho mai frequentato Borges. La cosa ha dell’incredibile,  ma è così. I nostri sentieri non si sono mai incrociati. Negli ultimi tempi, però, sempre più “segni” nelle mie altre letture mi rimandano a lui, in strani, labirintici passaggi incrociati, giochi di specchi, dedali di echi. Leggo questa bellissima poesia e ritrovo i miei percorsi di lettura, descritti come in una cartina che attraversa il mio paesaggio interiore, in un percorso che non è mai stato chiaro ma a tentoni, in una ricerca senza meta, un divino labirinto, totalmente al di fuori delle icone e gli influssi culturali del mio tempo:

la perseveranza di Ulisse e il suo eterno ritorno, l’esapodia catalettico dattilica e il giugno torrido in cui studiavo per la maturità

le monete di Angelus Silesius (la lettura del Cherubinischer Wandersmann, la mistica slesiana, i miei vent’anni)

Schopenhauer, nei miei primi anni in Germania e la consolazione della volontà che vi trovavo

il mistero della rosa, la pura contraddizione di Rilke che mi accompagna sempre

la levità di Purcell. E Schütz, Le Sette Parole di Gesù sulla Croce e la bellezza disperata della musica sacra barocca che frequentavo in epici, lontani inverni

la patria sentita nei gelsomini, o nel mio caso nel glicine, e nelle mimose e nel rosmarino – sempre lontana

e altro:

“gli ultimi doni che non elenco” – te, che io vedo come ti vede Dio.

Questa sono io, e Borges lo sa. L’altra, la stessa.

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4 commenti

  1. non è facile leggerlo, almeno per me, ma una volta che lo conosci difficile è lasciarlo


  2. @Zefirina: Infatti ho questa sensazione.


  3. passo sempre, commento poco anche perchè da dove accedo ai blog non posso, ma amo sempre i tuoi post… d’altronde, la bellezza si osserva, si gode, ci meraviglia, che commenti puoi fare? 🙂


  4. Uh grazie, Animapunk! Il commento qui è un optional, niente doveri, basta leggere.
    🙂



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