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La sorgente

3 febbraio 2013

Gustave Courbet, La source

E. ha poco più di vent’anni e fra poco sarà medico. È un bel ragazzo, e potrebbe ampiamente essere mio figlio. Ogni tanto, parlando, si manda indietro il lungo ciuffo che continua a ricadergli sugli occhi azzurri. Parla in fretta, nervosamente, animato da una strano, perentorio entusiasmo. Dicono che è molto intelligente, che diventerà qualcuno. Lo incontro a volte vicino alla macchina del caffè. È cordiale, chiacchierone. Mi parla spesso di apoptosi, o di Mac. O di ragazze, con la stessa veemenza. “Proprio non capisco: dicono tutte di essere grasse. Io, non ne conosco una sola che chiamerei grassa. Continuo a ripeterlo, eppure sono tutte fissate. Che vi dobbiamo dire, che vi dobbiamo fare, perchè ci crediate: me lo dici tu, che sei grande?”

Penso agli anni che mi ci sono voluti, alle esperienze che ho dovuto fare, per imparare a piacermi. A come vivo bene nel mio corpo imperfetto, come ho imparato a curarlo, nutrirlo, sentirlo appartenermi. Non è stato facile, e la maternità ha avuto un grande ruolo nella mia evoluzione personale: di cosa è stato capace questo corpo: la potenza, la perfezione di cui è stato capace.

Non mi sono mai sentita solo madre. Non mi sono sentita madre che molto dopo aver partorito. Eppure, ero cambiata: ero pronta ad aprirmi alla possibilità di piacermi. Lentamente ho imparato ad abitarmi, a concedermi, a forse anche a mollare la presa. Forse. Gli incontri, le esperienze, tutto ha aggiunto spessore, carne alla carne, anima all’anima.

Essere grasse, essere magre. Seno troppo piccolo, troppo grande. Asimmetrie, asperità, magagne. Pelle, mucosa, pelo, morbidezza e durezza delle superfici. La vita ci plasma, se glielo permettiamo: si impara che esistono altri canoni, altri gusti, altre regole, e che ognuno le inventa, e vanno tutte bene.

Non so cosa rispondere a E. : che fa bene a ripeterlo, a tutte? Che fa bene a guardarle, ad accarezzarle, alcune con le mani e tutte con lo sguardo, perchè sono esseri completi, ognuno a suo modo perfetto, tutte?

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8 commenti

  1. No, perchè qualcuna grassa ci sarà pure, tra le donne che lui conosce, il punto non è questo, il punto è che il fatto di esserlo non deve rappresentare un problema. Poi, che guardi pure quelle che gli piacciono; se gli piacciono solo le magre, guardasse pure solo le magre! A qualcuno piacciono in carne, come capitava a Courbet e ai suoi contemporanei. E’ che il suo sguardo, lo sguardo degli uomini, piacenti o meno, non dovrebbe avere tutto questo peso sulla percezione, e il giudizio, che le donne hanno di se stesse. L’emancipazione dovrebbe manifestarsi lì, prima di tutto – o, quantomeno, prima o poi.

    Magnifico, quel Courbet.


  2. @Tania: Hai ragione. Eppure c’è di più. È vero che non si deve dipendere dal giudizio degli altri. Tuttavia, il modo in cui noi giudichiamo noi stessi si forma attraverso il modo in cui gli altri ci rispecchiano. Non siamo monadi, noi ci formiamo nell’incontro. Per questo è importante venire apprezzati, ma non rispetto ad un canone rigido, ma per quello che siamo.
    Uno sguardo malevolo, un commento malevolo, può fare danni irreparabili. Questo, sia che provenga da un uomo che da un’altra donna.
    Il punto nel mio esempio non è, e l’hai capito, che debbano piacergli tutte allo stesso modo – ma che in ognuna lui continui a saper vedere qualcosa di bello, un valore proprio, un’individualità. I canoni variano, ma mai come adesso sono stati rigidi, impietosi, imposti a tutti.


  3. L’accettazione di se stessi è il primo passo importante da fare. Piacere a noi per piacere agli altri. Poi entrano in gioco i gusti personali e la bellezza diventa soggettiva.
    Complimenti per il blog 🙂


  4. @Carla: Grazie, e benvenuta.
    Sì. Ma questo primo passo, accettarsi, piacersi, non è un passo che si compie in solitudine. Si compie in un contesto (biografico, educativo, culturale) nel quale gli altri hanno un ruolo. Da non sottovalutare.


  5. io ho fatto pace con le mie rotondità, specie da quando piacciono a chi mi piace, però capisco l’ossessione di molte, spesso sono proprio “amiche” e colleghe a farti venire il complesso, le mie però lo sanno se mi dicono qualcosa sulla dieta mentre sto mangiando….azzanno loro!!!!


  6. @Zefirina: C’è un proverbio che dice “parenti, serpenti”. Bisognerebbe crearne uno simile anche per le amiche: “amiche, ….”?

    No, guarda, non ho parole. E tu sei una donna forte e sicura di te, pensa alle ragazzine martellate e insicure.


  7. No ringraziando il cielo ho fatto pace con la trippa prima della procreazione. Anzi anche troppo si può dire.
    Quella roba li del piacersi a se stesse, è certamente vera, ma all’interno della relazione ha una significanza che deve investire l’altro. E un doppio binario, un prisma psichico che ora mi riesce difficile definire. Ma io trovo semplicemente sintomatico che una donna accetti di buon grado che un uomo non l’apprezzi, e se mi dicesse che le basta il suo sguardo, non le crederei. Chi si ama il giusto non pretende di piacere al cosmo, ma psicologicamente deve essere certa di piacere a chi tiene con se.
    Così io penso, che al simpatico E – che tenerezza, ho fatto ripetizioni a uno così – bisognerebbe dire che non deve dire a tutte che sono belle, grassottelle o meno. Tutte è il corrispettivo dell’indeterminazione psichica che sta per nessuna. Io a E direi, che deve sincerarsi di gerarchizzare il suo gusto, e sapere quali sono quelle che sono belle per lui, e certo una volta che se le sceglie dirglielo, senza mai stancarsi anche se loro paventano incertezza.


  8. @Zauberilla: Ecco, io cercavo di esprimere proprio questo prisma che neanche a te riesce definire, questo doppio binario – che un’autostima non nasce nel vuoto.
    Detto questo, sono d’accordo che è sintomatico che le donne “accettino”, e sbagliatissimo.

    Il mio “tutte” era effettivamente eccessivo – diciamo, strumentalizzando biecamente Kant, che era un imperativo etico verso il quale tendere, che nel mondo dei fenomeni si traduce in un atteggiamento di apertura verso le varie forme della femminilità.



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