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Tira, Willi!

23 gennaio 2013

Ogni famiglia, Natalia Ginzburg ci insegna, ha un suo lessico familiare. Sono frasi, parole, che emergono da una sorta di serbatoio comune in varie occasioni, e che per i non iniziati risultano del tutto incomprensibili. Un gergo, un codice, una sorta di appartenenza tribale. Usandole, si rievocano episodi di un tempo immemorabile, persone care scomparse, ma anche personaggi marginali, spesso casuali, immortalati solo da un aneddoto come in un’istantanea sbiadita, antichi vicini di casa, compagni di classe, di treno.

Se c’è una corda da tirare, qualcosa che oppone resistenza, una porta pesante, un peso da staccare, si dice: “Tira, Willi!” – in memoria di un circo, che sul finire degli anni 50 si accampò vicino a casa nostra, e di un bambino della carovana, dall’esotico nome di Willi, che aiutava a tirarne su il tendone.

 Se c’è da sbrigarsi, magari fare una corsa, qualcuno inevitabilmente dirà: “Un posso corrì!” – infinito in –ire rimasto famoso, coniugato da un contadino anziano che descriveva a qualcuno i suoi problemi di cuore.

 Se si ha ancora fame, pur avendo già mangiato molto, e ci si serve ancora una porzione, bisogna dire: “Me mangio questa panana, e come la va, la va”. Qui è importante usare un certo accento indefinibilmente centromeridionale – quello che usò l’originale, un paziente che divideva la camera d’ospedale con qualcuno, e che era stato appena operato allo stomaco (per la cronaca: mangiare quella banana NON fu una buona idea).

 Se qualcuno ti mostra una bella borsa, o un portafoglio, che si è appena comprato, si dice: “L’è pelletta ma l’è pelle!” – citando mio nonno Carlo, che ammirava i sedili in plastica di una 1100 appena acquistata.

 Se si ha bisogno urgente di andare in bagno, e magari è occupato, si dice: “Cappa pipì, cappa pipì!” – citando la sottoscritta, che in età immediatamente post pannolino era solita usare questa frase per ottenere massima attenzione e immediato aiuto dai presenti.

 Sopravvive, in quella frase, qualcosa di me bambina. E forse anche i figli di mia figlia la insegneranno ai loro figli, in coda per un bagno futuribile, da qualche parte nella galassia.  

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6 commenti

  1. Parole, immagini ricordi di famiglia….un tempo unico e irripetibile, ma tanta tenerezza che riempie il cuore e da forza e coraggio!! grazie x aver ricordato questo libro stupendo


  2. Ti leggo divertita e mi domando se nella mia famiglia c’è qualcosa di simile. Qualcosa forse c’è, ma è un lessico, il nostro, dimenticato e un po’ spezzato, come lo è la famiglia. Ce n’è uno speciale e solido tra me e mio fratello: mi viene in mente “cacca blu”, che è una specie di antidoto quando l’atmosfera si fa pesante; e poi “five millions” quando ci riferiamo alle incertezze lessicali (soprattutto mie)nelle lingue straniere (i 5 milioni – di lire – furono il costo di un corso d’inglese che seguii tanti anni fa…).


  3. @Nicoletta: È un libro che amo molto, sulla forza delle parole come testimonianza di vita.

    @Tania: Si potrebbe dire lo stesso di quello che resta della mia famiglia – eppure qualcosa sopravvive anche nelle ultime generazioni.

    “Cacca blu”… quasi quasi cambio nome al blog!
    🙂


  4. Parole…parole….parole….pioggia di parole tra noi…..le parole, le poesie le canzoni suscitano emozioni e ricordi….che forza!!! Possono unire…dividere, ma stanno in fondo al cuore nello scrigno dell’amore


  5. Insomma, appena letto il post subito sono andato alla ricerca se nella mia famiglia ci siano state delle formule del genere. Tutto è rimasto vago. Eppure sono sicuro; c’è come una sensazione, ma se questa deve prendere corpo in una frase, in un motto di spirito, un emblema per rimarcare il ripetersi di un esperienza: buio. Sono andato lontano, all’infanzia, ai genitori giovani, ai viaggi, alle vacanze: macchè.
    Poi sotto il naso, eccola lì, l’ultima formula rimasta: “fonunzia!”. Io e il gemello (ho un gemello omozigota), giovani punk, trafficavamo con amplificatori per chitarra, riparandoli, sistemandoli in modo da cambiarne la qualità del suono. Una volta, accanto ad uno di questi aggeggi, dando corrente, subito il cono diffusore dette un colpo sordo (bum!); la corrente arrivava. Non so chi dei due disse “fonunzia!!!”, che è un modo di dire “fono” e il parmigianismo “funzia”; che sta per funziona. Mi sovviene che ancora adesso a volte per dire che qualcosa ha un senso, una sua coerenza, sguardo d’intesa e uno dei due: “fonunzia!”


  6. @Mauro: Se permetti, mi unisco ai gemelli e dico: fonunzia!
    Nel senso che il tuo commento fonunzia, hai colto il senso del post.
    C’è da dire infatti – e dal mio post non si capiva, ma tu hai capito – che si può trattare anche di neologismi.
    Con una mia amica, ad esempio, che non vedo da una ventina d’anni, successe questo: era una mattina invernale, al ginnasio, in un’aula fredda e decrepita. Io avevo una sciarpetta intorno al collo, edurante l’ora di greco. La sciarpetta rimase attaccata ad uno dei numerosi chiodi che tempestavano i nostri banchi scheggiati (era uno dei migliori licei cittadini, nota bene) e io mi sentii strozzare. Ed esclamai: “Sofocle!”
    Da allora, se faceva molto caldo, se una insomma si sentiva soffocare, si diceva: “Sofocle!”
    Non sono sicura che la riconoscerei subito in una folla, quell’amica. Ma se dicesse “Sofocle!” la riconoscerei, anche al buio.



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