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La stanza senza ombre

17 gennaio 2013

“Tutto questo è kafkiano”. 

Mi guarda fisso da dietro le lenti. È seduto con le gambe accavallate, i pantaloni neri di due taglie troppo grandi, le mani bianche delicatamente intrecciate in grembo. Un professore, pacato e gentile, la bella voce suadente, che ti sta ponendo la domanda chiave: sei in bilico per la prossima sessione, e non hai studiato abbastanza. Ci vuole un colpo di fortuna. Ma di fortuna, in questa stanza bianca e senza ombre, ombra non c’è.

Ne convengo, tutto questo è kafkiano. È cominciato poche settimane fa, con un improvviso dimagrimento, dei doloretti allo stomaco, una diagnosi iniziale di diabete. Una rapida successione di esami, poi la sentenza: tumore al pancreas. Il professore si informa, consulta, legge, si fa i suoi calcoli. Me ne rende partecipe, con la sua bella voce che a volte ha impercettibili incrinature, come il ghiaccio sottile che vela i parabrezza nelle mattine d’inverno. L’accento tedesco, appena percettibile, è quello di certi sermoni ascoltati sotto i pulpiti di chiese del nord: pacato, ponderato. Inesorabile. 

“Si parla di primo ciclo, di antiemetici, di biopsie. Sappiamo entrambi che ho al massimo un anno di vita, no?” Nello spazio di un secondo, mi chiedo chi è l’altro dei due, il due degli entrambi, lui e? Mi guarda, il lucido degli occhi brilla come un quarzo nel riflesso degli occhiali. L’altro sono io, e non ci sono ombre dove nascondersi, solo efficienza ovattata e garbata gentilezza da offrire, comprensione standard, ma lui non la vuole. Mi trascina là dove il ghiaccio è sottile, sottile. 

“Nessuno può saperlo con certezza.” Rispondo questo, e anche questo è kafkiano. La condanna è certa, ma non si sa quando verrà eseguita. Ma soprattutto, non ne sapremo mai il motivo. Eppure, la non certezza del quando è anche speranza – quella di un’altra estate, di qualche altro risveglio, qualche altra sorpresa, carezza, qualche battito ancora. La speranza è il filo sottile tra i numeri, l’intervallo di confidenza, che non va confuso con la probabilità, l’impercettibile spiraglio, il margine minimo di errore. Il professore lo sa: bisogna vivere come se.

Annuisce. “Questo è vero, nessuno può saperlo. Penso molto… alle scelte che ho fatto. Penso soprattutto a quello che non ho fatto.” Il ghiaccio si incrina e tocco qualcosa di gelido. È un attimo – qualcosa mi sospinge di nuovo verso la superficie. Un istinto, un riflesso. Ci stiamo avvicinando troppo.  Devo ritrarmi, e lo faccio professionalmente: come affrontare al meglio la terapia. Se avessi ancora un libretto, credo che ci scriverebbe un ventiquattro.

 

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18 commenti

  1. Mi piace e mi inquieta. kafkianamente sono preso dall’ansia di sentirmi intrappolato tra le righe di un racconto, proprio come quando lessi “il processo”….


  2. @Lois: Non è proprio un racconto, è la narrazione di un episodio reale. La sensazione di essere intrappolati però c’è, forse.


  3. Ne avevo intuito una parte di veridicità, ma mi rassereneva pensare che fosse solo un racconto!


  4. Da un momento all’altro l’esistenza di ciscuno può cambiare. Anche in peggio. Anche con delle dinamiche incomprensibili. Succede anche nei romanzi; solo che lì basta precipitarsi verso il finale, sentirsi appagati e poi chiudere il libro.


  5. @Nidia: Io di questo ho una coscienza molto chiara, direi quasi costante. Ma questa coscienza, se a volte può turbarmi, in qualche modo mi “affila”. La vita è meglio (e peggio) di un romanzo: per forza di cose, è di più.


  6. una lucidità nello stesso tempo tenera ed agghiacciante


  7. @Zefirina: Ti dirò che questo paziente mi ha “dato” particolarmente: mi ha dato da fare, ma è perchè mi ha dato di sè. Sono quelli più temibili, quelli che ti coinvolgono come essere umano.


  8. Non è male, un ventiquattro, quando il banco di prova è così alto.

    Mi viene in mente, chissà la complessità – e la quantità – dei suoi pensieri; inimmaginabile.


  9. @Tania: In genere cerco di non pensarci troppo, ma nel suo caso, per una strana affinità nel nostro modo di essere, mi sono ritrovata ad immedesimarmi in questa ridda di pensieri che lo affollano – è qualcosa che cerco sempre di evitare, ma non sempre ci riesco.


  10. Cercare di capire il motivo della condanna: può servire a chi è ancora vivo? Quanto poco ne sappiamo? L’intervallo di confidenza, le parti discendenti della curva: dove si collocherà quel singolo malato? E se ad essere colpito è una persona che amiamo? E quando toccherà a noi, che faremo del tempo che ci resta?


  11. @Moira: Benvenuta su Pioggia Blu.
    La condanna non ha nessun motivo, è connaturata alla nostra esistenza. Siamo noi che cerchiamo motivi dove non ne esistono.

    Tutto ciò che colpisce chi amiamo è sempre infinitamente peggio di quello che colpisce noi stessi.

    È già “toccato” anche a noi, dal momento in cui siamo venuti al mondo è iniziato il conto alla rovescia. Divenirne coscienti dà un’altra dimensione al tempo e ai giorni. Spessore, e movimento irrevocabile.


  12. E’ confortante leggerti. Io non sono così certa che non esistano dei motivi. L’eziologia di un tumore è complessa, multifattoriale. Ma troppe storie attorno a me suggeriscono l’importanza di un cofattore emotivo forte che agisce da detonatore. E a un certo punto le cellule impazzirono…


  13. @Moira: Quando io dico che la condanna non ha motivi, mi riferisco al fatto che la nostra esistenza umana è condannata a morte fin dalla nascita. Questo è un fatto certo, per tutti. La condanna a finire è connaturata al nostro essere. Heidegger diceva che “la morte sovrasta l’esserci”, e la nostra esistenza è veramente autentica quando prendiamo coscienza di questo (e sentiamo l’angoscia che deriva da questa coscienza) – io condivido questo suo pensiero.

    Se si parla della cause di una certa patologia, evidentemente queste esistono: ma si parla sempre di cause che valgono per una popolazione statistica, non per il singolo. Ogni singolo è una particolarità – il rischio relativo al singolo, determinato da stile di vita, genetica, fattori sconosciuti (eziologie multifattoriali, dici tu, giustamente), non sarà mai quantificabile. Potrà essere più o meno elevato, ma non c’è mai un “motivo”.

    Come, secondo me, non c’è un senso. Non c’è nella sofferenza e nella morte IN SÈ. Sta a noi darglielo, se ci riusciamo. Io ti auguro di riuscirci. Per me, è il compito di una vita.


  14. “Penso soprattutto a quello che non ho fatto”.

    Mi viene da pensare che di fronte a una circostanza simile, 24 sia il massimo o quasi. Non mi viene neppure da poter pensare a un 30: sarebbe anche quello kafkiano. Grazie come sempre Arte, anche per la tua risposta a Moira, istruttiva tanto quasi il post.


  15. @Elisewin: Per me quella è stata la frase più inquietante.


  16. La stanza bianca è la zona dove l’alito della morte si fa sentire senza fraintendimenti; è la zona dell’autentico nella quale penso non sia detto che non avvengano dissimulazioni, ma ho idea che anche quelle appaiano fin troppo chiaramente per quello che sono.
    In questa zona, valgono come in nessun altra le distanze. Si gioca la partita del verdetto, dove qualcuno se ne deve andare e qualcun altro “sembra” che possa restare.
    La domanda sull’incertezza rompe gli schemi, gli approcci di tipo professionale, i ruoli e tutto si situa “a livello della vita”; con la crudezza e l’urgenza che con questa frase si può intendere.
    Eppure la Padrona di Casa formula una immagine che mi ha colpito come un abbaglio “..il filo sottile tra i numeri..” quella trasparenza, tra ciò che si presenta oggettivo, che non cessa di esistere rivelandosi in forma di domanda; ovvero, come nello spazio, nello iato fra un numero e l’altro giunga la domanda su ciò che non si è fatto. Tutto ciò, lo si voglia o meno, è ancora potenza della vita.


  17. @Mauro: L’aspetto della distanza infatti è importante. In una comunicazione autentica, non è possibile essere distanti. Si può comunicare in maniera professionalmente corretta, ma non autentica. Perché l’autenticità implica il mettersi in gioco – allora occorre una vicinanza. D’altro canto, questa vicinanza non può diventare prossimità eccessiva, immedesimazione: perché allora non si è più in grado di preservare la propria identità separata dall’altro, non si è più in grado di aiutare. Bisogna sapersi situare “a livello della vita” senza lasciarsi risucchiare dal vortice.

    Bisogna vivere come se. Aggrapparsi a quel filo sottile come se fosse d’acciaio – e forse lo è: forte da sostenerci tutti.
    “E se Dio non mi aiuterà più , allora sarò io ad aiutare Dio”.


  18. Anche per me Arte, per questo l’ho citata nel mio commento. E’ una specie di memento, mi viene da pensarlo così e ci trovo tutto il senso denso del non ritorno.



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