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Culo mundi, ovvero l’Isola dei Santi

11 gennaio 2013

røst

Il 25 aprile 1431 il mercante e capitano veneziano Pietro Querini salpò da Creta su una nave carica di vini e spezie diretta a Bruges, in Fiandra, con 68 uomini a bordo. Spinto fuori corso da una violenta tempesta al largo della Francia il 17 dicembre, l’equipaggio fu costretto ad abbandonare la nave sul punto di affondare. Su due primitive scialuppe, i marinai veneziani andarono alla deriva per molti giorni, spinti dalle correnti verso l’Atlantico settentrionale, a nord della Scozia,verso il Mælstrøm. Molti di loro morirono per il freddo, la fame e la sete. Ma la corrente del Golfo finì per trasportare le scialuppe verso l’isola di Røst, lontanissima da tutto, a circa 100 km ad ovest della costa della Norvegia settentrionale, ancora più lontano delle isole Lofoten. Pochi scogli perlopiù disabitati, spersi in mezzo a miglia e miglia di solitudine azzurra. Come scrisse poi lo stesso Querini nelle sue memorie, ritrovate per caso nel secolo scorso alla Biblioteca Marciana di Venezia, “culo mundi”. Querini, insieme a 11 sopravvissuti, tra i quali Niccolò di Michele e Cristoforo Fioravante, vi approdò il 5 gennaio 1432.

I naufraghi furono accolti calorosamente. Il prete del villaggio fece da interprete in latino tra Querini e i pescatori del luogo, e ai naufraghi fu riservata un’ospitalità semplice ma sincera. Querini, non a caso, chiamò questo luogo “l’isola dei Santi”. La differenza con l’opulenza dissoluta della Serenissima non poteva essere sottolineata da Querini con più forza: “Noi fummo nel primo cerchio del Paradiso, a vergogna et ignominia dei reami d’Italia”. Lo stile di vita e i costumi di questa popolazione che viveva completamente isolata destarono grande stupore nei veneziani: “Gli uomini che vivono in queste coste hanno l’aspetto più perfetto che si possa immaginare: essi hanno bell’apparenza, e le loro donne sono anch’esse bellissime. Essi hanno anche molta fiducia, e non si danno briga di chiudere a chiave nulla. Nemmeno le loro donne vengono da loro tenute d’occhio. Questo fu facile da stabilire, giacchè ognuno di noi divideva una sola stanza con il marito, la moglie e i loro figli. E, cosa più maravigliosa di tutte, essi si spogliano completamente prima di coricarsi”. È ancora assente, in Querini, la condiscendenza e sufficienza dei viaggiatori successivi nel descrivere la semplicità primitiva della gente del nord. Sopravvive ancora, in lui, il mito di Iperborea – ma anche, più semplicemente, la gratitudine per un letto caldo, un pasto abbondante, vestiti asciutti e carni morbide da accarezzare.

Querini descrive i pescatori di Røst come ferventi cristiani e abili produttori di stoccafisso. E carichi di stoccafisso e incancellabili impressioni, nonché padri di diversi bambini concepiti a Røst in quel lungo inverno, i veneziani salparono di nuovo per tornare in patria nel maggio di quello stesso anno. Giunsero prima, con barche da trasporto, nel porto di Trondheim, e da qui, a bordo di un veliero, con varie tappe intermedie fino a Venezia, dove sia Querini che Fioravante e di Michele scrissero ognuno il proprio resoconto delle loro avventure. Solo il manoscritto di Querini sopravvive, e probabilmente i suoi geni, da qualche parte tra la gente di Røst. 

bibliothecadiSanMarco-manuskript

Del resto, a Røst non è cambiato molto in questi seicento anni. I seicento abitanti ancora pescano e fanno seccare i merluzzi. Ancora vi volano l’aquila di mare e vi nidificano colonie di fratercule artiche, ancora il vento passa in lunghe carezze sull’erba. E gli scogli sono uguali a quelli che videro i veneziani, quasi morti di freddo e di fame, nell’incerta luce di quella lontana mattina di gennaio. A memoria di Pietro Querini e dei suoi uomini, ospiti evidentemente graditi, a Røst resta una lapide e diverse paia di occhi scuri. E laggiù, lontano, nel paese del sole, una città che affonda, e un manoscritto.


querini monumento

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6 commenti

  1. Lo leggerei volentieri quel racconto di viaggio, ho un’inclinazione speciale verso … le storie, gli aneddoti, i racconti che riguardano quei secoli tra il XV e il XVII. E quanto mi sono rimaste nel cuore le isole Lofoten che ho visitato una volta qualche anno fa…: la descrizione che fai di Rost me le ricorda moltissimo, ovviamente. SPero di tornarci, un giorno, dalle parti del “culo mundi”.

    Ps
    Non c’entra nulla, ma mi è venuto in mente che in…fondo alle Lofoten, nell’ultimo paese dell’ultima isola, che si chiama semplicemente A (con il pallino sopra), dove circolano solo gabbiani e aquile di mare e i merluzzi secchi cigolano al vento, ho incontrato nell’unico negozietto di viveri una ballerina, collega di lavoro in una scuola di roma……. Davvero non esiste più un vero culo mundi che si rispetti, al giorno d’oggi.


  2. @Tania: Å si pronuncia oh. Tipo, å che sorpresa, la collega!
    🙂
    È vero, non esistono più i culi di una volta.

    Io sogno di ritrovare i manoscritti degli altri due compagni di Querini, sepolti in qualche sottoscala della Biblioteca di San Marco… tutte scuse per tornare a Venezia.


  3. Grazie Arte per aver condiviso qui questa storia.


  4. @Elisewin: È una storia che trovo bellissima – se fossi una regista ci farei un film. Nel ruolo di Querini ci vedrei, chessò, Alessandro Gassmann.


  5. bella storia chissà se il mio amico e suo pronipote la conosce


  6. @Zefirina: Uh il pronipote di Querini! E somiglia a Gassman?



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