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Amour

30 dicembre 2012

Cosa appare più perfettamente facile di un artista che cammina in equilibrio su una corda? E se non apparisse facile, l’artista non sarebbe bravo. E se non sapessimo che basterebbe una piccola incrinatura nel suo equilibrio a provocare una terribile caduta, non ci parrebbe altrettanto facile, e non ci meraviglieremmo che ci paia così facile, perfetto, tremendo.

“Amour” è un film di una tremenda perfezione. È una tragedia e un’elegia. Come in una tragedia, Haneke rispetta l’unità aristotelica di tempo, luogo e azione, con un’eccezione: la scena iniziale, che è quella finale. Sappiamo come andrà a finire. Non lo sappiamo sempre? Cosa può catturarci nel gioco di gesti quotidiani, nei brevi discorsi tra due persone che hanno trascorso la vita insieme, nel manifestarsi della sofferenza e nel loro progressivo decadimento fisico, per due ore, attraverso lunghe inquadrature, nell’unica scena di un appartamento parigino, e farcele sembrare due minuti? Per due ore, Haneke non commette il minimo errore – non c’è un solo secondo di troppo, non manca nulla.

È la perfezione dell’equilibrista.

Che si regge sulla bravura mostruosa di due grandi del cinema francese, Emmanuelle Riva e Jean Louis Trintignant, sulla bellezza dei loro sguardi, sull’umorismo sottile e disperato dei dialoghi che scivolano verso l’epilogo come figure danzanti sul ghiaccio, in cerchi sempre più stretti. Ma c’è altro.

Quello che tocca lo spettatore è il riflesso di qualcosa che va oltre i gesti e le parole, oltre il cucchiaio che imbocca e la mano che lava. Va oltre il  progressivo disordine dei piatti in cucina, dei tubi di crema per le piaghe e della barba lunga, del letto bagnato e dell’invasione di estranei nell’intimità di una casa e di un rapporto. E noi lo sentiamo, e lo vediamo nei gesti e nel gergo della coppia, nel loro sodalizio che è la loro condanna e salvezza, la loro scelta e il loro destino. Qualcosa che traluce nel rifiuto radicale della perdita di una dignità che può solo essere difesa da chi ancora ama. Noi li guardiamo – ma loro guardano noi.

Un film crudo, nella luce grigia e inesorabile di Parigi, filtrata dalle tende sottili e riflessa dai soffitti alti della vecchia borghesia, senza nessuna concessione al sentimentalismo. Un montaggio senza pietà.

Si dice che Haneke “stia antipatico” a Nanni Moretti. Il che, se fosse vero, spiegherebbe molte cose. La meno importante delle quali sarebbe il motivo per cui io non ho mai sopportato Moretti. La più importante non la dico, perché sarebbe impietosa.

Da vedere. In francese.

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5 commenti

  1. questo film è stato un pugno nello stomaco e devo dire mi ha messo un’ansia incredibile addosso, ho avuto paura per quelli dei miei cari che sono vicini all’età dei protagonisiti, pensa che durante la proiezione una ragazza è dovuta uscire, singhiozzava così forte da far stringere il cuore
    a me piace Nanni Moretti, che poi manco lui è particolarmente simpatico, ma mi piacciono anche i fil di Haneke anche se sono sempre molto forti: la pianista e cachè non erano da meno


  2. @Zefirina: Sì, lo capisco. Anche a me ha causato malessere, e forse dal post non si capiva. Perché ognuno, a suo modo, vi si riconosce, e questa è arte – qualcosa che ci tocca.

    La Pianista e Cachè sono anche quelli molto belli, e molto duri, specialmente il primo. Questo io l’ho trovato più elegiaco, e tecnicamente ancora più compiuto. Se gli altri “disturbano”, questo, come dici tu, “stringe il cuore”.


  3. Condivido in pieno il tuo ultimo commento Arte.

    London Calling dice che fa gli auguri di buon 2013 a Pioggia Blu.


  4. ihihi chi sa se ho intuito il tuo non detto su Nanni Moretti.
    A me non sta antipatico, è uno di quelli di cui vedo il paziente – che con tutti non mi capita – e talora me ne piacciono film e pensieri. Ma certo Heneke je da una pista, ma na pista ma na pista, sia sul fronte pensierini che sul fronte cinemino.


  5. @Fabio: Pioggia Blu ringrazia. Ormai sono due anziani signori che si incontrano su una panchina di Hyde Park…
    “Happy new year, dear mr. Calling.”

    😉

    @Zauberilla: Ecco si, ci vedo anch’io un paziente, ma di quelli che snervano (non potrei fare il tuo lavoro).
    Comunque, il paragone in sè è impietoso – je da na pista, sì – ai voglia che quello presiede ‘a giuria…



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