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That’s ammore

2 ottobre 2012

 

Temevo fortemente che per le ragazzine, cioè mia figlia e l’Amica, sarebbe stata un’estate noiosa: un paesino fuori dal mondo, neanche un bar dove prendersi un gelato (lo vende, di nascosto, solo il gestore olandese di un agriturismo) niente pizzerie, negozi, figuriamoci discoteche. Un’unica via per passeggiare, mille vicoletti e una piazzetta. La compagnia, oltre a loro due, un gruppetto di ragazzini, tra villeggianti e autoctoni, di età molto varia, troppo varia in qualsiasi altro luogo, ma non lì: dai cinque ai quindici anni. Esempio da manuale per illustrare il concetto statistico di valore mediano (13 anni) rispetto a quello di media (9,7). Una megapluriclasse insomma, che funzionava benissimo all’uopo: giocare a pallavolo e a nascondino.

Così trascorrono i giorni, giocando: le mattinate fino al caldo insopportabile, i pomeriggi dopo la siesta, le notti soprattutto, nel buio dei vicoli, nascosti dietro scalette e inseguiti da gatti randagi, mentre lo sfortunato di turno conta ad occhi chiusi, e gli altri si allontanano fino allo sfumare nella notte di quella voce: “ventotto, ventinove…” Le lingue si confondono, si usa a volte un inglese maccheronico, si usano i gesti, i sorrisi. Si ride. Si scrivono nomi col gesso, sulle pietre.

Noto che le ragazzine si cambiano spesso: vestitini a fiori acquistati al mercato, leggerissimi come tende. Capelli sciolti. Lunghe sedute al trucco prima della partita di pallavolo. Provo ad aggirarmi nella zona giochi, vengo cacciata da occhiatacce, sguardi alzati al cielo, secche domande tipo “che vuoi?”. Diventa impossibile allontanarle di lì, rifiutano serate in pizzeria o concerti all’aperto: di sera, bisogna essere lì, nel paesino di ottanta anime più villeggianti. Ogni sera l’Amica piange, non per nostalgia della mamma in Norvegia, ma perchè non vuole lasciare l’Italia.  

Tanto amore per la mia patria non può non intenerirmi. Come una scema, mi enumero mentalmente le cose che probabilmente ne sono causa: il pane con l’olio, le insalatine fresche, la frutta appena colta, il sole, il profumo della lavanda, il mite paesaggio toscano, la compagnia dell’amica del cuore. Vecchia ingenua. Bischera.

L’ultimo giorno, in macchina verso Roma, il pianto collettivo. Per me consueto (esiste addirittura una piazzola apposita ogni volta per asciugarmi gli occhi), per l’Amica nuovo. “Ma ti piace così tanto qui?” “Siiiiii…” (singhiozzi dal sedile posteriore). Le bellezze di Roma, intraviste prima della partenza, non sono per lei che una pallida ombra rispetto a quell’unica strada di paese.

Si rientra in Norvegia. Mia figlia scrive nei temi: “Quest’estate sono stata a New York. Sono stata sull’Empire State Building. Mi hanno chiesto di fare la modella. Ho visto il palazzo delle Nazioni Unite e Times Square. Era bello. Ho visto il Cirque du Soleil a Broadway. Il posto dove mi sono più divertita però è stato il paesino di M., in Toscana, dove ho giocato coi miei amici.” L’Amica piange ancora, ogni sera. La madre dell’Amica mi contatta, all’uscita dalla scuola. Ridendo, mi spiega quello che io non avevo capito. La nostalgia ha un nome, un nome maschile italiano: Federico, tredici anni, di Roma. La povera Amica, aiutata da mia figlia, ha già setacciato tutti i Federichi presenti su fb nella speranza di ritrovare il suo volto. La furbazza di mia figlia naturalmente lo ha trovato per prima. Stampa le foto del profilo, e le trovo nascoste, avvolte in carta da cucina, stampate a casa nostra ma destinate all’amica. Un ragazzino dall’aria furba a torso nudo su una spiaggia, in gita a Londra con la classe. Mi intenerisco.

E mi ricordo allora l’estate dei miei tredici anni, alla Pensione Marisella in Versilia, io e l’amica del cuore, e i flirt con i camerieri quindicenni, piazzati lì dalla scuola alberghiera, con le giacche bianche e il farfallino, uno più carino dell’altro. Le notti sul dondolo in giardino, il tavolo da ping pong, gli incontri “casuali” al juke box che sfornava ossessivo Umberto Tozzi: Ti-aaaaamo.

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8 commenti

  1. Accade sempre piu’ raramente di innamorarsi, col passare delle estati, ma quando accade, e’ ancora Pensione Marinella, notti sul dondolo in giardino, appostamenti in piazzetta. Siamo rimasti un po’ ancora quelli, almeno alcuni di noi.


  2. È vero, Fabio: accade sempre più raramente, ma accade – e siamo ancora in fondo quelli, solo decantati dalle esperienze di una vita, potenziati alla milionesima potenza. Accadono cose inattese, altre – e ora sappiamo metterle in prospettiva, e capirne il valore inestimabile.


  3. E’ passata una vita, eppure è uno dei miei ricordi più vividi. Che bello…


  4. Bentornata Rodo! 🙂
    Ma ti ricordi le ciabatte di Dirk??? Se ci ripenso rido ancora. Per non parlare dell’ AGGHIAINO…


  5. E TUTTE LE SERE, alle 21.00, dovevo chiamare il babbo dall’apparecchio posizionato in mezzo al ristorante, senza cabina. Cascasse il mondo, dovevo chiamare. Non transigeva.


  6. 🙂


  7. Bellino questo postarello!
    Che tempi che tempi! Ne ho un ricordo buissimo – a dire il vero eh:) Ma rimane il fatto che lo studente di camerierità della scuola alberghiera, col farfallino, e nella versione spalle toste e pochi brufoli, è un archetipo mitico dei primi innamoramenti:)


  8. Siii, l’archetipo del farfallino!



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