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Il senso morale della mobilitazione

27 settembre 2012

 

Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel

Ordnungen? und gesetzt selbst, es nähme 
einer mich plötzlich ans Herz: ich verginge von seinem 
stärkeren Dasein. Denn das Schöne ist nichts 
als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade ertragen, 
und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht, 
uns zu zerstören.

 

Se pur gridassi, chi mi udrebbe dalle gerarchie
degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.
Perché nulla è il bello, se non l’emergenza
del tremendo: forse possiamo reggerlo ancora,
ed ammirarlo anche, perché indifferente
non degna distruggerci.

(R.M. Rilke, Elegie Duinesi, traduzione di Giaime Pintor)

L’ho incontrato per la prima volta ai tempi in cui studiavo letteratura tedesca. Questo strano nome: Giaime Pintor. Sudavo per decifrare Rilke, e un giorno lessi una sua traduzione delle Elegie duinesi. E quella lirica così intraducibile, complessa eppure di una bellezza fulminante e di una profondità al limite dell’indicibile, diventava nelle parole magicamente trovate da Pintor una musica, una variazione sul tema dell’originale, anzi una sua eco – cosa, questa, al limite dell’impossibile nella traduzione poetica. Grandissimo traduttore e germanista, quindi – questo sapevo di lui. Me lo immaginavo, allora, un signore anziano, dalla barba grigia e l’aria mite e saggia.

Solo recentemente, una vita dopo, ho scoperto che Pintor aveva tradotto questi versi a poco più di vent’anni, l’età cioè alla quale li studiavo io. Che era già un finissimo conoscitore di Hoffmannsthal, Nietzsche, Rilke. E che era morto poco dopo, a ventiquattro anni, ed era morto posando il piede su una mina tedesca, mentre andava a liberare Roma, al comando di un piccolo gruppo di soldati dell’esercito inglese, nel quale si era arruolato. Prima di partire per questa sua prima ed ultima missione, il 28 Novembre 1943, Giaime Pintor scrisse una lettera al fratello Luigi, in seguito uno dei fondatori del Manifesto. E questa lettera, che è bellissima, è di un’attualità sconcertante. Questo ragazzo poco più che ventenne, alla vigilia della sua morte scrive così:

“Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l’ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva «disponibile», che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento.
Questo vale soprattutto per l’Italia. Parlo dell’Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell’America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine: filosofi e operai che sono all’avanguardia d’Europa.

L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza.”

Per chi volesse leggere tutta la lettera, eccola qui.

 
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11 commenti

  1. questo è un messaggio che dovrebbero commentare i coetanei contemporanei di Pintor.
    i quali probabilmente nemmeno mai arriveranno a sapere quali sono stati i vent’anni della generazione dei loro nonni.
    noi invece che lo sappiamo, perché erano i nostri padri, siamo fortemente colpevoli (lo so che è una parola forte ma non me ne viene in mente un’altra) di essercela spassata in quell’età, beatamente e mollemente adagiati fra le lusinghe dell’edonismo reaganian-craxian-berlusconiano e quelle dell’individualismo consumistico.
    certo sono parole attuali ma duole constatare come siano totalmente ignorate.
    al più appunto noi le possiamo rileggere per aumentare così il nostro senso di colpa.


  2. Francesco, c’eri mancato!
    Inizialmente quei “coetanei contemporanei di Pintor” mi aveva confusa, poi ho dedotto che intendi i ventiquattrenni di oggi. Neanch’io credo che la maggior parte di loro possa capire cosa significava avere vent’anni allora. Probabilmente a scuola non si insegna la storia da questo punto di vista, che invece sarebbe interessante – si seguono (anzi, si rincorrono) i programmi. Sempre che si vada a scuola.
    Però a me non piace parlare di sensi di colpa, né di colpa collettiva. Trovo questo modo di pensare controproduttivo. Io non so se tu te la sei “spassata”, io non me la sono spassata. C’è sicuramente chi l’ha fatto. Se quella dei ventenni di adesso è davvero una “generazione perduta” c’è indubbiamente un perché, e storicamente andrà analizzato. Ma politicamente io penso che serva più guardare avanti. L'”estremo pericolo ” c’è.


  3. e quale sarebbe?


  4. Lo stesso di cui parla Pintor: una società gravemente malata. Dove “il distacco tra le possibilità vitali e la condizione attuale è grande”.


  5. dunque che dovremo fare, per non essere controproduttivi?
    metterci in armi contro ciò che provoca la malattia di questa società che come è noto dispone di armi in quantità superiore a qualsiasi esercito della storia almeno fino all’epoca della morte di Pintor?
    purtroppo ora quello che accade è il seguente paradosso, che la nostra società malata impone o tenta di imporre il suo modo di vivere in giro per il mondo a suon di bombe, contro le quali nulla può essere fatto se non tirare altre bombe.
    è la dura realtà purtroppo e per tornare ai tempi dell’eroica impresa di Pintor si può solamente pensare di farlo in qualche conflitto regionale e forse ormai neppure in quelli.
    se poi la lotta si tenta con le armi della ragione ovviamente ci stiamo tutti ma la mia sensazione è che le generazioni più giovani siano rassegnate a concentrarsi su degli “items” molto limitati – ecologia, legalità – e limitati territorialmente.
    il tempo delle “minoranze rivoluzionarie” appare proprio tragicamente finito.
    e tieni conto che lo “spassarsela” è stato in parte determinato proprio dalla disillusione legata al cosiddetto crollo delle ideologie o alla degenerazione armata, quasi di stampo mafioso, delle minoranze rivoluzionarie della fine degli anni ’70.


  6. Mah Francesco, io conosco diverse persone che nel loro piccolo non si arrendono. Non credo e non ho mai creduto alla lotta armata, questo lo sai. Non penso neanche alle armi della ragione – credo piuttosto che si debba cercare di vivere secondo quello in cui si crede, andare contro il pensiero dominante, attraversare questa palude, sopravvivere integri. Non lasciarsi possedere dalla disillusione e dal cinismo. Continuare a leggere, a pensare, ad essere gentili. Impegnarsi, fare del nostro meglio. Questa per me è la politica, questo è rivoluzionario.
    E tu, cosa pensi che dovremmo fare?


  7. io già cerco di fare lo stesso che fai tu ma non credo serva, se non appunto a farci stare meglio, noi che lo facciamo.
    per il resto dipende se me lo chiedi rispetto all’Italia o al mondo.
    nel primo caso sono senza speranze (e quindi ottimista!), nel secondo posso cercare di articolare qualche risposta.


  8. Non lo chiedo in realtà né rispetto all’Italia né al mondo. Non che l’economia politica non conti – conta moltissimo. Solo che su questo blog io parlo d’altro – parlo di noi, dei nostri figli per chi li ha, dei nostri progetti di vita se ancora ne abbiamo.
    Non penso in termini di “servire”: niente serve, tutto serve, dipende a cosa. Vivere in maniera autentica comporta la scelta di credere in qualcosa, sperare in qualcosa, amare qualcosa.


  9. Rileggendomi, noto che, senza accorgermene, ho parlato di fede, speranza e carità (cioè amore). Giuro che non l’ho fatto con intenzione. Evidentemente, lo penso.

    Naturalmente, pensieri inattuali.


  10. a che ora è il rosario?

    🙂


  11. Ridi ridi, tristo peccatore. 😀



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