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Carmela

10 settembre 2012

Carmela è seduta accanto a me nel piccolo ufficio ordinato, davanti a un’assistente sociale sorridente. Carmela mi parla in italiano, e io traduco simultaneamente in norvegese. In questo momento io sono lei – la dò voce. Non aggiungo e non tolgo una virgola. Carmela racconta la sua storia: la guerra civile in Somalia, la fuga in Kenia con la figlia, i campi profughi, le quote profughi assegnati alla Norvegia dalle Nazioni Unite, il viaggio, la sua nuova vita qui – tutto questo l’assistente sociale lo sa. Quello che vuole sapere adesso è come mai Carmela non vuole un interprete somalo, ma italiano.

Carmela spiega, e parte da lontano. Traduco il padre, un siciliano che l’ha riconosciuta e l’ha voluta cattolica, evitandole l’ infibulazione. Se n’è anche andato, però, tornando in Sicilia e morendo poco dopo, lasciandola sola con la madre troppo povera per mantenerla. Traduco il collegio delle suore italiane, alcune buone altre cattive. Le cattive puniscono i bambini più vivaci mettendoli nella buca dei serpenti: una fossa in pieno sole, scavata nel cortile dell’istituto, spesso popolata di rettili, innocui ma terrificanti. Carmela però non è mai finita nella buca, ed è eternamente grata alle suore italiane che le hanno insegnato a fare l’inserviente. Traduco l’ospedale italiano dove lavorava Carmela. Il suo compito era pulire le piaghe dei pazienti, lavare la scabbia, togliere i pidocchi dei nomadi. Traduco le navi che arrivavano raramente dall’Italia coi medicinali, il mercato nero dei medicinali, i piccoli privilegi di chi era tutto, mezzo, un quarto italiano. Traduco l’italiano che l’ha messa incinta di sua figlia e poi è sparito, anche lui. Traduco la guerra civile,  il terrore, la sorella uccisa, i suoi figli da non abbandonare. Traduco il caos,  gli stupri delle bande che terrorizzano la città, traduco Carmela che ordina alla figlia adolescente di buttarsi dalla finestra e la segue, un salto nel vuoto e qualche osso rotto ma riescono a scappare. Carmela viene violentata poco dopo, ma almeno la figlia no, riescono a prendere i bambini e a farsi portare tutti fino alla frontiera, nascosti su un camion, affidandosi a persone che per puro caso non li sgozzano e non li abbandonano nel deserto.  Persone, queste, a loro volta diventate profughi, a loro volta forse finite in questo paese. Carmela non si fida dei somali, non si fida più di nessuno ma specialmente non di loro. Continua, inspiegabilmente, a fidarsi degli italiani. I norvegesi, per Carmela, sono bambini: generosi ma ingenui, non sanno distinguere il furfante dalla brava persona. Non possono capire, ma almeno ci provano.

Il sorriso dell’assistente sociale è sparito al più tardi al momento della fossa dei serpenti. Ha gli occhi sbarrati, e mi guarda come a pregarmi di frapporre qualcosa tra le parole di Carmela e le mie in norvegese, un filtro, un prendere le distanze, un contestualizzare. Non posso, non è permesso e lo sa. Costringo la mia voce a continuare, spengo il cervello e gli impedisco di mostrarmi immagini, traduco macchinalmente. Carmela gesticola, esclama, si destreggia con la sua lingua cruda, viva, a volte incerta su una parola, oscilla tra il dialetto siciliano e la lingua dei burocrati, spara sigle a me sconosciute, descrive una Mogadiscio che non conosco e non so neanche immaginare. Poi tace, e il silenzio ci inghiottisce, un silenzio norvegese, lungo, denso. I norvegesi e il loro silenzio. I norvegesi aiutano in silenzio, e il silenzio aiuta i norvegesi.

La rivedo più volte. Vuole sempre me, costringendomi a fare i salti mortali col mio datore di lavoro per seguirla tra medici, specialisti, uffici di collocamento. Si confida, mi offre fotoromanzi da leggere, glieli manda sua cugina da Roma per posta, e io che pensavo che non esistessero più. Mi confida di essersi innamorata. Mi fa ridere. Ha uno spirito indomabile, un potente senso del ridicolo, dice novene e parolacce, prende in giro la figlia che si è sposata con un musulmano, fa ridere il medico col suo norvegese faticoso ma colorito – se ne appropria come di un attrezzo: le serve, impara ad usarlo. A volte la vedo anche in chiesa, alla messa domenicale, le rare volte che ci vado: porta un velo di pizzo sui capelli scuri, di quelli che in Italia si portavano negli anni sessanta. Ne aveva uno così anche mia madre.

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14 commenti

  1. che storia, mi ha fatto tornare in mente pure il film la ciociara, non so come tu abbia fatto a tradurla, io non credo che ce l’avrei fatta


  2. @Zefirina: È una tecnica. Concentrarsi sulla forma della lingua aiuta ad attutire l’impatto del contenuto. Poi, allora, mia figlia era piccola. Fosse stato adesso, non so se ci sarei riuscita. Ti sembrerà strano ma è così.


  3. interessanti queste tue testimonianze, terribili a volte, si sente il tuo sentire nonostante l’imparzialità della traduttrice


  4. @Nidia: Benvenuta qui. Con Carmela, che naturalmente non si chiama Carmela, non mi sono limitata a tradurre – si è creato una sorta di rapporto. E quando questo si è creato, infatti, ho smesso di tradurre per lei.


  5. Sì, la lingua è filtra e in un certo “ridimensiona”.

    Che potenza la figura di Carmela.
    Chissà dove si trova ora.
    Chissà se le cicatrici della vita si sono fatte più spesse oppure sono scomparse tra le pieghe dell’anima.


  6. anch’io una volta alla settimana entro nel dolore di cicatrici all’anima e al corpo – che fine ha fatto carmela? si è integrata, come va la sua vita? e sua figlia? sarebbe bello sapere che poi trovano un’altra vita, più giusta, ma inevitabilmente li lasci lì, alle soglie di un futuro che speri diverso, e non sai più nulla.


  7. @Lola, Animapunk: A volte la vedo, di sfuggita. So che sta meglio, è stata seguita, ma non conosco i suoi sogni, nè so cosa vede quando si sveglia di notte e non c’è verso di riaddormentarsi. L’ho vista in chiesa ridere con un’amica e mi è parsa una cosa bella.

    La figlia, che ha veramente l’aspetto italiano ma usa l’hijab (con grandi risate di sua madre: “l’hijab! non ne ho mai visto uno in quarant’anni a Mogadiscio e lei usa l’hijab in Norvegia!”) ha dei bambini bellissimi, e loro due sembrano molto legate.


  8. Il post è bellissimo artepilla, mi piace come restituisce la complessità di lei. In generale abbasta che uno è un pocherello extracomunitario che subito viene schiacciato in una bidimensionalità desoggettificata. Anzi ti dirò sto post me ispira.


  9. Zauberilla, sò contenta che te piace, e che te ispira poi, ammazza, ce gongolo proprio.
    🙂


  10. che dire. Tanto per dissociarmi anch’io dal contenuto, è interessante questa cosa dello spengere le immagini e concentrarsi sulle parole.
    per il resto….mi fa sorridere quell'”inspiegabilmente”. Tutto sommato comunque mi sembra che dagli italiani abbia avuto il meglio del peggio.


  11. Bè sì, in effetti… anche questo é un interessante incrocio di prospettive. Se dal punto di vista suo personale lei dagli italiani ha avuto molto: la vita, un’istruzione (pur se minima), una sua certa autostima e immagine di sé come donna non mutilata, una figlia – da un altro punto di vista lei è un prodotto del colonialismo. Parla la lingua di un paese dove non ha mai messo piede ed è stata ripetutamente abbandonata dai suoi rappresentanti, padre, uomo, governo. Non so. Lei ti darebbe sicuramente ragione: il meglio del peggio.


  12. La Somalia vissuta da Carmela mostra ferite terribili, aperte, che fanno male anche a chi, come me, ha di quel paese un’esperienza giovanile, estremamente parziale, in un’epoca storica apparentemente tranquilla rispetto alla violenza del prima e all’orrore del dopo.


  13. @Tania: Sai che sei stata tu ad ispirarmi questo post? Te l’avevo anche scritto, commentando il tuo ultimo post, ma solo dopo ho visto che il mio commento non è apparso.

    Ogni esperienza, anche parziale, secondo me aiuta a comprendere meglio le prospettive degli altri – sei stata fortunata.


  14. In effetti il tuo commento a quel post non mi è arrivato, ma wordpress sta facendo cose strane (almeno, da me).



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