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La cella

2 settembre 2012

 

Ho sempre scelto la stanza più piccola, la più claustrofobica. 

Un letto, un tavolo, una finestra, uno scaffale. Una vista limitata. La cella di Savonarola a San Marco, la camera di Anne Frank, la stanza di Simone Weil, quella di Emily Dickinson, la room of one’s own di Virginia Woolf. Le celle dei camaldolesi, delle api. La stanza del paziente psichiatrico. La cella del detenuto.

La cellula. 

Dentro, il mio nucleo è contenuto. Stretto, ma protetto. Lo tengono insieme  le pareti bianche, i libri, la struttura. La scrittura. Come in un uovo, un bozzolo. Come in un utero di muro e calce. 

Entra chi voglio io, quando voglio io.

Esco come e quando voglio io. Posso sempre rientrare.

 

C’è chi può entrare quasi sempre. Chi quasi mai. Chi mai.

C’è chi non può mai uscirne veramente.

C’è chi c’è sempre stato, assente.

“Nec cum te nec sine te vivere possum”.

 

 

 

 

 

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19 commenti

  1. E se invece fosse un luogo intimo, solo tuo (con accesso riservato a pochi privilegiati) e quindi una sorta di nido protetto e silenzioso?

    E poi con quella finestra proprio davanti alla scrivania è semplicemente un angolino delizioso!
    Buona settimana Artemisia, ciao


  2. @Ondina: Certo, è anche questo.


  3. eh no questo non me lo dovevi fare citare la mia citazione preferita che guarda caso compare anche nel mio film preferito la donna della porta accanto!!!!!!
    abbiamo tutti diritto ad un nostro angolino, io ero l’unica femmina su quattro figli ma mia madre anche in case che in teoria non lo permettevano ha sempre ricavato uno spazio per me, solidarietà di genere


  4. @Zefirina: Ma io citavo Agostino…il film non l’ho neanche visto! Ma forse allora dovrei?


  5. Spero che da quella finestra ci sia per lo meno una vista carina..


  6. io pure sono cellista come vocazione. Non è solo una questione di spazi a misura di psiche, ma anche di pareti troppo vuote che mi urticano. Mi piacciono in effetti le stanze con i libri per questo, simboli scritti da altri, che stanno la almeno non devo lavorà pure a casa.


  7. @Emiliana Paranoica: Da quella finestra c’è una vista bellissima. Pensa che a volte si vedono cervi, e mufloni. Il problema è che quella non è una finestra abituale, ma solo episodica.

    @Zauberilla: Ah le pareti a libri sono rassicurantissime. O dovrei dire le librerie a parete… insomma ci siamo capite. L’ideale sarebbe la cella completamente rivestita di libri, tanto piccola che basterebbe allungare una mano per toccarli da qualsiasi punto.

    E magari un violon-cello.

    E chi uscirebbe più.


  8. Ho provato a resistere ma non ci sono riuscita. Anche la mia stanza esige di essere raccontata. Il post mi è scappato dalle dita.
    Grazie.


  9. […] pioggiablu, da una cella all’altra. Vota:Share this:EmailFacebookTwitterLike this:Mi piaceBe the first to […]


  10. @Rosaverde: Resistere fa malissimo! Resa incondizionata, sempre.
    È un onore per Pioggiablu.


  11. La stanza/cella è un microcosmo fatto di tempi di attimi e di emozioni. Uno spazio atto a contenere quello che siamo o siamo stati ed il nostro divenire senza interruzione di sorta. Ogni angolo, ogni elemento conosce di noi, delle nostre speranze e dei nostri pensieri, anche quando non siamo in quel preciso istante tra le sue mura ad abitarli. Le celle piccole, come quelle di San Marco o di Anne Frank ad Amsterdam forse ci accolgono di più. In esse siamo più al sicuro e tutto di noi si può percepire in un sol colpo d’occhio. Intenso e mai definito del tutto.


  12. @Lois: Benvenuto su Pioggia Blu!
    Trovo vero molto di quello che dici, però attenzione su quel “siamo al sicuro”… forse ci sentiamo al sicuro, ma non lo siamo mai. Pensa agli esempi che cito.
    La cella è anche una trappola, una falsa sicurezza. Te lo dice una che ci vivrebbe sempre.


  13. Grazie dell’accoglienza.
    Sicuramente è una “sicurezza” più intuita che reale, però in alcuni momenti “misantropi” è una vera salvezza… tutto ovviamente preso a dosi consigliate e senza mai strafare…
    a presto rileggerti


  14. […] è stretta nè piccola, ma è vero come lo è per PioggiaBlu che mi fa da utero, a me ed alle mie cose interiori: pensieri, decisioni, scritti e progetti: […]


  15. @Lois: La sicurezza non esiste, ma a volte abbiamo bisogno di inventarcela.

    Benvenuta anche a @Denise Cecilia! Ti ringrazio anche qui. Il pensatoio!


  16. Vivo in due case entrambe minuscole e una delle cose che preferisco e’ la selezione che ho dovuto imparare a fare, soprattutto degli oggetti. Quelli che mi sono cari entrano, degli altri mi devo disfare e col tempo ho imparato a farlo volentieri.

    E poi mi viene in mente un altro commento leggendo questo tuo post: che nei nostri spazi privati stiamo sempre scrivendo, anche quando non lo facciamo davvero.


  17. @Fabio: Anche a me piacerebbe essere selettiva, per “vedere” davvero quello che ho davanti. Non so se ci riesco, é uno sforzo continuo. Il disordine mi svuota di energia, mi dissocio, mi disperdo. L’ordine mi ricarica, e per mantenere l’ordine è necessario avere poche cose.
    Il mio problema sono i libri, che non riesco a non accumulare, e che non riesco a dare via, a regalare, neanche a prestare. Sono feticci, li devo toccare, possedere.

    Concordo assolutamente sulla scrittura continua: e per farlo occorre appunto uno spazio.


  18. Quello della stanza è un tema molto interessante. In esso si esprime una prima, più intima e reificata immagine dello spazio vitale. Un luogo che risponde alle richieste del nostro dimorare con noi stessi ma anche in noi stessi. La Padrona di casa ce la mostra con l’immagine della cella, luogo dell’esperienza del raccoglimento, seppure determinato dal suo proprio nucleo, non distinto dall’innumere celle (cellule) che formano l’organismo dell’interiorità come realtà condivisa, in cui oggetti, libri (oggetti parlanti il linguaggio della parola), pareti, si rendono disponibili al tocco dello sguardo, del senso e del respiro, nel modo della più immediata brevità.
    Nella piccola stanza si respira la propria aria, se ne riconosce il sapore, così come i propri pensieri, imprigionati nella cella, parrebbero costretti a rendersi più chiari, meno fugaci appunto.
    Ma ciò, come ammonisce la Padrona di casa, non ci induca a sostare troppo in esse come rifugio, giacché laddove si da spazio, si può dare anche trappola (un esempio un po’grezzo, ma emblematico, è l’agorafobia)
    Per opposto, mi vengono in mente certe grandi stanze, sorta di fucine di Efesto. Ampi spazi in continua modificazione in cui un incessante lavorio si confronta con il pensiero, ma anche con la brutalità della materia,e con gli effluvi venefici della sua trasformazione. Ci cono stanze che sono caverne, dove di fianco al letto, disperso ma ingombrante accessorio su cui stendersi per brevi pause, stanno scatole per gli attrezzi, oltre che gli onnipresenti, quindi quasi famigerati, libri. Diversi tavoli, su cui distendere ampie topografie, ammassi elettrici in attesa di riparazione, fogli scritti e disegnati e quant’altro l’attivismo a tutti i livelli possa concedere.

    Veri ventri di balena dell’insonnia del tipo faustiano.
    Insomma, tipo la mia.


  19. @Mauro: La stanza è il luogo in cui CI siamo, cioè esistiamo coscientemente in un luogo definito, e nostro. In questo luogo noi proiettiamo la nostra essenza: è un nostro prolungamento. In un certo qual modo, direi che Pioggia Blu è per me una sorta di stanza virtuale. Mi dirai che può entrarvi chiunque. È vero. Ma solo alcuni tornano, e pochi restano.

    Il primo commento che ho fatto sul tuo blog riguardava la tua stanza. Mi pareva infatti molto caotica, ma mi piaceva come l’avevi disegnata. A volte, non sempre, l’apparente caos nasconde percorsi che a colpo d’occhio non vediamo. Come dietro l’ apparente ordine, inattesi, possono celarsi abissi che aspettano il coraggio di venire esplorati.



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