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The Manhattan Trilogy, 3: The Scout

19 luglio 2012

Per me gli Scout sono sempre stati quelli coi pantaloni corti e i calzettoni e il fazzoletto al collo e lo zainetto e il sorriso stampato e le pacche sulle spalle. Questo invece ha un vestito elegante e una discreta tracolla nera, dalla quale estrae un biglietto da visita e me lo porge: c’è il suo nome, l’indirizzo di un’agenzia in zona Central Park, e il titolo “model scout”. Sul retro, è raffigurata una serie di copertine di “Vogue”.

Siamo sulla Quinta Strada, io e mia figlia, proprio sotto l’Empire State Building, e veramente stavamo cercando di trovare un posto decente dove mangiare qualcosa. Fa caldo, ci fanno male i piedi e questo tizio mi ha presa alla sprovvista col suo “Scusi, ma questa è sua figlia? Sua figlia è bellissima”. L’interessata, anche lei presa di sorpresa, mi si stringe addosso a testa bassa, in preda ad un rossore che naturalmente le sta bene. Io cerco di orientarlo sul fatto che è una bambina, che ha solo dodici anni e che quindi è troppo piccola per qualsiasi tipo di lavoro. Sembra non capire. Mi assicura che non è affatto troppo piccola, che anzi ha un viso speciale e che è normalissimo fare la modella a dodici anni, è pieno di modelle di dodici anni, loro sono un’agenzia seria, mica pizza e fichi. Parola di Scout.

“Ma noi non viviamo a New York”, replico detestandomi perchè nonostante tutto questa cosa mi lusinga, e mi fa strano sentire che mi lusinga, mi fa sentire una pessima madre, eppure mi lusinga. Ovviamente il nostro domicilio non è nessun problema: lui viene a Oslo ogni mese, figurarsi. “Sì, ma è troppo piccola. ” Mi sono ripresa, e adesso devo suonargli più decisa perchè improvvisamente cambia strategia ed è disposto a tutto: “Rispetto la sua opinione, ma venga a vedere come lavoriamo, la prego.” Mento dicendo che ripartiamo domani. “Allora mi mandi una mail, quando vuole, anche tra un anno, tra due anni. Possiamo incontrarci a Oslo”. Acconsento, per liberarmene. Mi porge la mano, la stringe un secondo più del necessario. Sa esattamente come si deve fare.

Io e Maria entriamo in un caffè a caso. Ci abbandoniamo alla ridarella. Lei ha ripreso il suo colore normale, ma è ancora un po’ imbambolata. Tiene in mano il biglietto da visita come una reliquia. Le chiedo  se le sarebbe piaciuto andarci. Scuote la testa. Non ha il minimo dubbio: no. Preferisce fare la lista delle amiche a cui raccontarlo.

Perchè ha dodici anni.

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4 commenti

  1. Scampata, per ora!


  2. Intanto uno prende tempo.


  3. ahahahahaha però che soddisfazione


  4. Confesso, sì. Ma anche una sorta di panico, tipo: “la mia bambina!!! È piccola!!! Che vuoi, brutto zozzone??!”

    So che capisci.



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