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The Manhattan Trilogy, 2: The park

17 luglio 2012

 

Si aprono come bolle d’aria verde nella foresta di cemento. All’ora di pranzo si riempiono di gente che sciama dagli uffici, dai musei, dai negozi, dalle università. Ognuno trova il suo posto, e miracolosamente resta sempre ancora spazio per ognuno e per gli alberi, gli scoiattoli, l’erba.

Una giovane cinese cambia il pannolino al suo bambino su una sedia pieghevole e poi lo allatta mentre mangia un sandwich accanto a giovani donne in carriera dall’aria levigata come bambole di porcellana senza un pelo una ruga una vena un neo un brufolo che mangiano gesticolando con le mani pesanti di anelli e le unghie come caramelle. Foglie cadono d’estate eppure cadono su un tizio palestrato in giacca e cravatta brillantina Rolex. Aria calda sale vibrando dalla grata della metropolitana e migra leggera sopra una sirena lontana. Un nero coi dreadlocks gioca a ping pong con un cinese che potrebbe essere suo padre ma però non potrebbe. Un giovane beve acqua vitaminizzata e legge “The Smart Investor” all’ombra di un ippocastano. Insalatine panini uno scarabeo una scolaresca un pappagallo parlante un ebreo ortodosso con la moglie e i figli tre passi dietro e i peyot al vento. Un carretto col venditore di hotdog italiano che fa lo sconto alle biutiful laidi sientammè no taxes for you. Sotto un immenso prato verde inondato di  sole dormono migliaia di volumi della NY Public Library e sognano sogni disincarnati. Un signore su una sedia a rotelle disegna qualcosa che vorrei vedere. Una coppia si bacia convulsamente i tatuaggi in ebollizione. Una suora vestita di bianco si riposa. Un cinquantenne panciuto a torso nudo abbronzato lucente di sudore balla una salsa indiavolata al ritmo di una musica che gli arriva nell’auricolare mentre a me arriva quella di un terzetto jazz batteria sax tenore e contrabbasso, roba professionista. La contrabbassista è minuta ma forte e somiglia a Simone Weil persino nella montatura degli occhiali. C’è chi sceglie l’ombra chi il sole chi preferisce la panchina e chi l’erba chi non ha tempo di sedersi e monologa al cellulare parlando di lei, uomini e donne parlano sempre di lei, she said, she did, e mi chiedo chi è, la Grande Meretrice di Babilonia, la Grande Madre, who the hell is she.

Ascolto e mi stendo sull’erba perché io preferisco l’erba, e il sole, il sole. Who the hell am I.

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2 commenti

  1. È meraviglioso (si vede che sono loggata di nuovo e invece di correggere bozze mi sto aggiornando?)


  2. Grazie Mammamsterdam! Buona lettura, ma soprattutto buon lavoro!
    🙂



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