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The Manhattan trilogy, 1: The Universe

16 luglio 2012

“The Universe – which others call the Library”

J.L. Borges

Sera, 39esima strada, a due passi dal nostro appartamento. Siamo diretti a cena, probabilmente verso il cinese incredibilmente godurioso sulla sesta strada che ormai è diventato il locale di riferimento. Per caso alzo gli occhi e vedo il cartello: Carl Gustav Jung Foundation, New York. C’è anche un cartello più piccolo, con gli orari di apertura del bookshop.  Non ci posso credere. Nell’immensità di questa metropoli, dovevo abitare proprio a cento metri da una cosa simile.

Il mattino dopo suono il campanello accanto al discreto portoncino scuro. La mia intenzione è di dare un’occhiata alla libreria. Chiedo al signore cinese che apre con aria interrogativa se è aperta. Mi dice “Sì, ma vada pure anche su in biblioteca, se vuole.” Biblioteca? C’è anche una biblioteca?  Mi indica la scala, con un sorriso: “third floor”. La scala è coperta da un tappeto rosso, un po’ liso, e pende verso la balaustra bassa, ottocentesca. Mi ricorda stranamente le scale dei sogni. L’edificio è silenzioso. In uno stato d’animo che definirei preorgasmico attraverso tre piani di porte socchiuse: si intravedono uffici silenziosi, ornati di mandala e odorosi di vecchie tappezzerie, libri e pensiero. Leggo: “Centro per lo studio dei simboli”.

La bibliotecaria mi sorride come se fossi una studiosa junghiana di fama internazionale che stava aspettando da sempre. Parla con la pacata intelligenza e cortesia di chi ha probabilmente il lavoro più bello del mondo. Un universo mi si spalanca davanti, in due stanze grandi, ovattate, arredate con bellissimi mobili ottocenteschi, comodi divani e poltrone di broccato bordò un po’ liso, alte finestre, la luce soffusa di lampade dai grossi paralumi ocra, pavimenti coperti di vecchi tappeti. Alle pareti, meravigliose stampe ottocentesche e grafiche. E gli scaffali pieni di libri, suddivisi in sezioni che hanno titoli come “alchemy”, “Mesopothamia”, “yoga”, “Asia”, “gnosis”, “comparative religions”, “symbolism”, “gender studies”, “flora and fauna”. “Kabbalah”.

Con gesti leggeri la signora mi mostra tutto. Apre per me sul tavolo gli ultimi arrivi: un volume illustrato sulla biblioteca di Jung (C.G.Jung: A Biography in Books) e un altro sulla sua casa a Küssnacht. Mi dice che è a mia completa disposizione se mi serve qualcosa, e se ne torna discreta nella stanza accanto. Resto lì, in silenzio, paralizzata. Su un basso tavolino ovale è aperto il Libro Rosso. Mi siedo sul divano, lo sfoglio. Non so da dove cominciare. Respiro.

Penso che potrei non uscire più da lì. Valuto seriamente quest’ipotesi, mentre il rumore del traffico di Manhattan, le sirene, i clacson, il resto del mondo arriva smorzato come da un esilio spaziotemporale. Sono certa di trovarmi in un’altra dimensione. Sono certa che il paradiso, per me, dev’essere questo. L’ho trovata: la Biblioteca. Il mio Universo. Qui, c’è tutto quello di cui ho bisogno.

Quasi.

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4 commenti

  1. e allora pensi: tanto vale vivere!
    questi sorprese ti riappacificano con i momenti bui


  2. @Zefirina: Sì. La mia psicologa direbbe: “un luogo sicuro”. Grande risorsa.


  3. Se per caso davvero temevi, come hai scritto altrove, che io ti trovassi “autoreferenziale, ripetitiva e stucchevole” con questo post hai certamente fugato ogni dubbio al riguardo.
    Nel senso che non lo sei.
    Attendo con ansia le puntate successive.


  4. @Francesco: Dunque, il dubbio c’era!
    No, scherzo. Sono sempre io che ho i dubbi. Comunque, grazie!



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