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Figlie, madri, amiche

21 giugno 2012

Mi sto ancora riprendendo dall’ultima riunione dei genitori prima delle vacanze estive, ma ho bisogno di un debriefing, e come al solito ne parlo con mia figlia.  Lo so che è mia figlia, e che io sono sua madre, ma a volte le parlo come a un’ adulta dimenticando che ha solo 12 anni e che non è un’amica, bensì appunto mia figlia. In questo caso specifico le attacco un pippone su una delle altre Madri. Bevendo tè ghiacciato e allungandomi su una sdraio in giardino mi lamento biecamente del fatto che è pallosa, che vittimizza sua figlia, che si autovittimizza essa stessa, che è un’insicura e che mi snerva. Mi sento già un po’ meglio. Mia figlia, la dodicenne appunto, mi ascolta attenta. Poi mi fa:

“Mamma. Devi capire che la mamma di Y. a volte esagera, ma va capita. Il padre se n’è andato prima che Y. nascesse, non la voleva. Poi lei è nata, era piccolissima, piena di allergie, anche adesso è allergica a tutto. La madre si preoccupa, è chiaro: ha solo lei.” E incalza, implacabile: “Io penso che se ognuno guardasse a se stesso e ai propri figli, che facciano bene loro, senza occuparsi di cosa fanno gli altri e i figli degli altri, sarebbe tutto tanto più facile.”

Bevo un sorso di tè, per darmi un contegno. Sono senza parole.  La guardo e esamino rapidamente le varie ipotesi che spieghino il fenomeno: i geni paterni? la socializzazione precoce negli asili norvegesi? l’influenza della scuola steineriana? un mio rimosso rapimento con fecondazione aliena? il mio rincoglionimento precoce?

Le dico, sommessamente, che ha proprio ragione. Provo un senso di vergogna misto a orgoglio. Shakerato.

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10 commenti

  1. Complimenti a tua figlia, matura e acuta, sensibile e attenta!
    Sicuramente è anche e soprattutto merito di mammà (e papà, naturalmente)
    Buona serata e buon fine settimana in anticipo! 🙂


  2. Grazie Ondina. Altrettanto!


  3. Ma il test va fatto in modalità incrociata.
    Cioè, bisogna ancora provare il contrario – che quella volta che tu fossi tanto tollerante verso le altrui stranezze, non sia lei a diventare paladina delle questioni di principio…


  4. Vero anche questo, Rob. Tuttavia devo dire che quest’eventualità andrebbe creata in laboratorio, e quindi, non trattandosi di topi, avrebbe un valore limitato…
    Perchè, in generale, lei è proprio più buona di me.


  5. oh mio dio!!!! mi sembra di sentire Valentina, ieri mi ha fatto la paternale che vado a Los Angeles con Lorenzo, ha pronunciato queste testuali parole: ho più testa di te, quindi ti prego non lo inondare di regali e non fargli passare tutti i capricci!! non spendere troppo e tieni la testa a posto!
    ma allora come mai si fida a lasciarmi Lori????

    per 8 anni ho avuto siamo state principalmente io e lei, a volte mi ha fatto da madre, ho la sola scusante che ero troppo giovane, ancora oggi si sente in dovere di proteggermi!!

    però poi quando la guardo con la sua famiglia, guardo quello che ha, che ha creato, il lavoro che fa, il rapporto che abbiamo … mi dico che poi non sono stata così male come madre


  6. Già, Zefirina, come mai si fida di sua madre? Me lo chiedo anch’io a volte, come fa a fidarsi di me? Eppure si fida. Si vede che, nonostante a volte scambiamo i ruoli, loro ci capiscono e ci vogliono bene lo stesso.

    Speriamo che la mia venga bene come la tua, ma magari un pochino meno lontana…
    🙂


  7. Me la presti come consulente?


  8. @Rosaverde: Ti metto in lista, prima di te ci sono Medici Senza Frontiere e le Nazioni Unite, ma vediamo…

    😉


  9. Immagino che parlare di qualcuno in modo malevolo davanti ai propri figli sia un modo per prestare il fianco alla loro (laddove la mostrano) proverbiale congruenza e logica morale. Questo è un caso emblematico di “pippone” della madre seguito da “pistolotto” della figlia.
    Si potrebbero fare delle considerazioni sulla fisiologica necessità di spurgarsi da una esperienza spiacevole, mostrando la propria noia, sfinimento, e in ultima istanza, sentimento di vendetta, ma ho la sensazione che entreremmo in un territorio paludoso, per cui su questo punto non mi dilungo.
    Indubbiamente, dal punto di vista retorico, la madre è caduta in una svista.
    Svista doppia se si pensa che la figlia è fatalmente più informata della madre su ciò che la madre ha visto e sulla quale esprime i suoi giudizi sommari. Le maggiori informazioni della figlia poi aprono uno scenario in cui dalla fisiologia si passa ad un orizzonte tratteggiato da una narrazione che apre ai valori, e perché no, ad una considerazione che potremmo definire “metafisica”.
    Interessante la conclusione del post dove la madre dichiara la sua vergogna (la domanda sorge: per cosa? Aver parlato di qualcuno in modo malevolo davanti alla figlia? Non essere stata così attenta nel percepire che dietro ai comportamenti della persona di cui si lamentava poteva esserci una storia di sofferenza e di disagio? Dalla stessa “stoccata” morale da parte della figlia?) mista ad orgoglio.
    Orgoglio certamente non mal riposto, ma sul quale potremmo fare qualche osservazione. Accennavamo prima alla proverbiale congruenza e logica morale dei bimbi dotati (non faccio ironia), la quale sfocia in un altrettanto proverbiale assolutismo, il quale, con la realtà, spesso ha assai poco a che fare. Sono convinto che questo modo di vedere le cose debba essere trattato con attenzione e con rispetto. Esso esprime un importante fase della metamorfosi del corpo morale della persona, tuttavia l’intervento della figlia si conclude con un sommesso auspicio, il quale, a quello che ci è dato di vedere, anche di fronte al più roseo ottimismo, non si realizzerà. Quindi, potremmo dire che, secondo questa prospettiva, anche la figlia cade in un errore (errore, come già accennato giustificabile; anzi, che addirittura potrebbe arrivare a piacerci).
    Nei commenti che seguono poi, leggo alcune parole chiave che mi sembrano una sorta di sottotesto al post: fiducia, bontà.
    La padrona di casa si domanda come mai i bambini, i nostri figli, si fidano di noi, anche quando in generale, ci appaiono più buoni di noi.
    In questo post la figlia mostra una supposta superiorità morale fondata sul “saperne” di più. Questa “superiorità” si autoconclude nella sua assolutezza di fronte alla comprensione della madre di aver commesso un errore, o quantomeno una leggerezza. Probabilmente genitori dispongono di un credito che viene loro concesso sulla base di una sorta di (uso una parola un po’ vaga. In questo momento non me ne viene una migliore) istinto che recepisce la complessità delle domande a cui gli adulti sono sottoposti, e di fronte alle quali, a prescindere da una apparente disponibilità di mezzi e di autodeterminazione che i bambini non hanno, mostrano spesso incertezza e contraddittorietà difficilmente comprensibili.
    A mio avviso, che un figlio non comprenda completamente il corpo morale del proprio genitore nella sua apparente ovvietà è qualcosa di ontologicamente sano. E’ un po’ come porre una distinzione tra il saperne e il sapere.


  10. @Mauro: Grazie del tuo commento così ricco di spunti.
    Inizio col rispondere alla tua domanda: Vergogna di che cosa? Di tutto quello che dici tu, e principalmente di questo: di vedere le mie osservazioni di adulta, in fondo meschine, scontrarsi con l’empatia di una dodicenne per la stessa persona. Vergogna forse è una parola forte, senz’altro disagio, e imbarazzo, nel vedersi moralmente superata da chi, pur con così poca esperienza di vita, pure dimostra in questo caso una facoltà di giudizio indubbiamente superiore alla mia. Da qui l’orgoglio, anche questo ingiustificato, perché evidentemente non basato su un mio merito. Avrei dovuto forse usare il termine “soddisfazione”.

    Auspicare cose che non si realizzeranno, poi, è una caratteristica dei bambini, dei veri rivoluzionari e dei santi, di chi cioè ha conservato uno sguardo libero. Per questo come dici tu, è un errore che ci piace.

    La contraddittorietà di noi adulti viene notata dai nostri figli ma compresa, in qualche e modo scusata: la penso come te. Ma, rispetto a te, io invertirei l’ordine dei fattori (e considera che, come ci insegnavano a scuola, il prodotto non cambia): sono io quella che “ne sa”, mentre lei è quella che “sa”. Il vero sapere è il suo, la mia è esperienza di vita, e a volte, come in questo caso, dimostra tutta la sua inutilità.



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