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E i vecchi?

17 giugno 2012

Non é da tutti organizzare un congresso. Il gruppo dove lavoro, regolarmente lo fa. Questo significa che tutti, dal capo al meno capo alla moglie del capo ai dottorandi alla sorella del primario agli oncologi agli infermieri ai ricercatori agli assistenti alle segretarie a me e a mia figlia, tutti, per una settimana, si trasformano in volontari per  far funzionare la grande macchina. 1200 partecipanti da tutto il mondo, un albergo con sale congressi, magliette bianche modello “stanno a tutti, non stanno bene a nessuno” col logo del congresso stampato sopra, facce sorridenti, atmosfera tra la gita scolastica e la sessione di esami. Un radiologo che appiccica poster. Una fisioterapista che ritaglia cartellini. un farmacologo e un anestesiologo che cercano di far funzionare un interruttore. Una ricercatrice che ripassa il suo intervento nascosta dietro una pianta.

A me, con altri, tocca la segreteria. La segreteria è responsabile di tutto: dare qualsiasi tipo di informazioni, scaricare le presentazioni, piazzare i cartelli col nome nella sala giusta al momento giusto, ma soprattutto: registrare i partecipanti all’arrivo.

È una galleria umana. C’è chi arriva proclamando il suo nome come un apriti sesamo, chi lo sussurra quasi come una confidenza. Ci sono i giovani tedeschi gentili, che si imbarazzano quando gli comunichi che hanno vinto il premio per il migliore articolo; c’è la coppia di oncologi americani che sembrano gemelli ma hanno solo condiviso la vita per quarant’anni, entrambi con le cravatte a fiori e lo stesso sorriso; ci sono le tre infermiere giapponesi che non capiscono una parola di nessuna lingua che non sia il giapponese; c’è il russo malinconico che chiede subito, con aria cospiratoria,  il programma del concerto di venerdì; ci sono i portoghesi che recitano la litania del loro nome lungo come quello di un Ent; e ci sono, ebbene sì, gli italiani.

Ci sono ad esempio questi due, uno di Napoli e uno di Roma, che divengono la mia nemesi. Ogni qualche ora tornano. Per chiacchierare, perché si annoiano, per chiedere informazioni, per raccontarmi le loro impressioni e chiedere un riscontro da chi vive qui, nell’Ultima Thule, da italiana. Per chiedere, naturalmente, se posso fare uno strappo alla regola e regalargli due magliette. Cosa che faccio, illudendomi così di togliermeli di torno. Ottengo l’effetto contrario: ormai sono la loro confidente, alla quale raccontare intrighi e facezie e chiedere ogni tipo di consiglio. Ma la cosa interessante sono le loro domande. Cosa li colpisce di questo paese?

Alcune cose sono ovvie, altre meno. La luce delle notti estive. I ragazzi ubriachi in centro il sabato sera. I prezzi astronomici. I giovani che lavorano dappertutto: commessi nei negozi, camerieri nei ristoranti, autisti di taxi. La mancanza di polizia: “Non si vede un poliziotto da nessuna parte!” mi dice il romano, un po’ allarmato. “E i vecchi? Dove sono gli anziani in questo paese?” si preoccupa il napoletano.

Le loro domande mi mettono davanti elementi di questa società che non noto più come loro, vivendo qui. Ma vedo anche come, da turisti, si notino certe cose e non altre. Come quello che appare più evidente all’occhio non sia sempre e necessariamente la verità, ma l’evidenza di quel momento. Come il luogo, la stagione, il contesto, la differenza coi luoghi e le consuetudini all’interno dei quali ci muoviamo nel nostro paese possano influenzare l’opinione che ci facciamo di un altro. Con quale facilità un’impressione immediatamente assurga a fatto, opinione, e valga ovunque, sempre, per un’intera nazione. Le differenze esistono. Esistono le cifre, il clima, i dati demografici, le diverse culture. Ma soprattutto esiste l’occhio che osserva e la mente che trae conclusioni – in base, anche, a chi siamo noi.

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4 commenti

  1. non stupisce che certe domande vengano dagli italiani.
    l’Italia è un paese governato, goduto e frequentato dai vecchi che appartengono a quella generazione che ancora poteva conquistare qualcosa, potere, benessere, una casa, uno stipendio, una liquidazione, una pensione, la cessione del quinto per curarsi i denti e via dicendo.
    tutto questo mentre i loro scarsi figli se ne stanno chiusi in casa dei loro genitori davanti al computer (che invece se ne vanno in giro per le strade magari coi poveri eventuali nipotini oppure girano il mondo non avendo nulla di meglio da fare), avendo rinunciato a trovare un lavoro decente e stabile e tantomeno a farsi una famiglia loro non avendo uno stipendio fisso e quindi non potendo poi godere della possibilità di accedere a un mutuo, comprarsi una casa (e tanto meno affittarla ai prezzi di mercato che spesso corrispondono a più di metà di uno di questi eventuali stipendi) e via dicendo.
    intanto gli stranieri, giovani e meno giovani, fanno i lavori citati nel post più altri ben più miserandi, sottopagati e spesso schiavizzati o cacciati senza tanti complimenti quando si trovano altri stranieri che accettano paghe più basse.
    e tutto questo mentre tutti coloro che osano protestare per qualsiasi ragione – stranieri, giovani e anche pensionati e cittadini qualunque – vengono manganellati senza tanti complimenti dai poliziotti ben visibili e schierati ogni qual volta ve n’è necessità, spesso con grande e ulteriore sperpero di denaro pubblico.
    il “bel paese”, lo chiamavano!


  2. @Proet: Quello che dici è vero. È una parte della verità, quella più evidente. I dati statistici dicono questo, ma lo dicono anche i racconti degli amici, le impressioni che ho leggendo i giornali e venendo in Italia regolarmente. Ci sono però, per fortuna, anche altre realtà, più sotterranee, più locali, meno evidenti. Germogli forse. Ragazzi che trovano lavoro, figli che nascono.

    Un turista norvegese che viene in Italia non nota forse quello che dici tu: nota la bellezza, che è ancora lì, nota (spaventandosi a morte) che la polizia va in giro armata fino ai denti, e non si sente più sicuro per questo ma il contrario, nota forse che non ci sono quasi bambini in giro, nota i lavavetri agli incroci e il fatto che non si possa pagare il caffè col bancomat, che si usino ancora le banconote, che la gente si metta in macchina dopo aver bevuto, che tutti usino la macchina per andare ovunque, che la gente stia ancora in coda agli uffici postali. Cose del genere. Che sono parte della verità, e che colpiscono i norvegesi perchè diverse da casa loro, e li incuriosiscono. Un cinese noterebbe altre cose.

    Al di là dei problemi reali, che sono quelli che descrivi tu, esiste una percezione immediata di un luogo, di un paese, che è dettata dalla nostra provenienza, geografica, sociale, culturale. Qui mi interessava questa.


  3. eh sì, la percezione di un luogo diverso sicuramente è filtrata dalle nostre esperienze…quello che nota infatti il turista norvegese è il degrado civile e materiale del nostro paese, l’arretratezza, la mancanza di slancio vitale (perchè quest’ultimo, quando c’è, viene tarpato in tutti i modi possibili: niente lavoro,niente stabilità, e neanche un’instabilità con elasticità, per dire, “questo lavoro non è a tempo indeterminato ma quando finirà ne troverò un altro in tempi ragionevoli”, niente figli perchè come fai a mantenerli, e se sei donna il lavoro lo perdi, e così via). la bellezza, l’arte, mah. tanto stiamo mandando in rovina tutto, ogni giorno un casermone di più e un pezzo di monumento che cade. tanto squallore. hai notato come si vestono le donne, in italia? quantomeno molte – come se dovessere fare uno spettacolo in una rete di berlusconi. all’estero vedo più sobrietà, meno volgarità. i vecchi, ahhh. inamovibili. odio questo paese.


  4. @Animapunk: Io non credo che il turista norvegese, quello che viene per un breve periodo, noti il degrado, e neanche la mancanza di slancio. Non credo la noti perché sarà piacevolmente inebriato dal sole, dalla bellezza così diversa da quella dei fiordi, dalla luce e dai sapori. Non credo che i mediterranei si rendano conto di cos’è questo per un nordico.
    Le cose che menzioni tu posso notarle io, e le notano gli italiani, specialmente quelli che, come noi, possono rapportarle a un’Italia diversa, quella dove siamo cresciuti.
    Lo squallore di certe rappresentazioni imperanti del femminile, penso ad esempio alla stampa o alla pubblicità, è invece evidentissimo ai turisti, forse più che a molti italiani (per fortuna non tutti!) che l’invece lo considerano normale. Salta all’occhio, diciamo, molto più ad esempio del degrado dei beni artistici.



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