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Cibo e infanzia

10 giugno 2012

Mi piaceva mangiare dalla nonna materna. Mi piaceva la sua cucina buia e disordinata, e il suo modo apparentemente sciatto di cucinare, una mano sul fianco e il mestolo pigro, e le sue teglie sbilenche che lei chiamava tegami producevano quasi da sole pietanze gustose e casuali, ricche d’erbe: i funghi con la nepitella, i carciofi fritti, il coniglio col rosmarino, il palombo con la finocchiella. Dopodichè, da lei, si restava seduti a tavola, per ore, a parlare e a fare la zuppa di vino e zucchero, ed era permesso fare le palline di mollica e giocarci, finchè la caffettiera napoletana faceva la sua giravolta e l’aroma mi inebriava.

L’odore della cena che preparava la nonna paterna era invece quello, inequivocabile, delle minestre liofilizzate Knorr: ne era emblema la pentola di alluminio, panciuta e grigia, come un proiettile inesploso sotto la cappa della cucina. Ognuno mangiava cose diverse. Mio fratello, invariabilmente, un uovo al tegamino. La vaschetta delle acciughe del nonno aveva una storia, che ripercorrevo a ritroso: comprava i piccoli pesci argentei sotto sale, a etti, poi li scartava sul tavolo di cucina, con un coltello li puliva amorosamente dalle scaglie e stendeva i filetti marroni nell’olio quasi verde, con religiosa attenzione. L’odore mi faceva venire l’acquolina in bocca, ma mi rifiutavo di assaggiarli. Li mangiava solo lui, su grosse fette di pane sciapo.

Mio padre invece preparava da mangiare in modo sbrigativo, come un male necessario. Il cibo non era piacere ma necessità, sostentamento. Sapori essenziali, forti: pomodori rossoverdi tagliati a grossi pezzi, con grosse fette di cipolla e un’enorme quantità di basilico d’estate. Terrine di ribollita col cavolo nero d’inverno.  Spesse fette di carne rossa, sanguinante, che mi disgustava. Piatti di pasta conditi con sugo pronto, dal sapore rosso artificiale. Cocomeri squartati, gocciolanti. Baccelli freschi, amari, spezzati con le mani. Cibi adulti, che mi spaventavano.

Seduta a tavola, i piedi avvolti alle gambe della sedia o dondolanti nel vuoto, scucchiaiavo svogliata, scartando i fagioli e i pezzi di similcarota dalla forma e sapore di francobollo. Sapevo, confusamente, che esistevano cose che non si potevano dire, tipo non mi piace la minestra, dov’è ora la mamma, perché state tutti zitti. La pentola mi guardava beffarda, col coperchio di sghimbescio come un basco sbarazzino.

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11 commenti

  1. se mi vieni a trovare ti preparo quello che vuoi, anche “du cèe” !
    (leggerti è sempre bello!)


  2. In altre parole: per restare nel livornese, “si stava meglio quando si cenava con la paglia delle sèggiole!”

    😀

    No no, verrai tu a trovarmi…


  3. La nonna chiamava le teglie “tegami”, deh.
    E loro ‘un s’incazzavano?


  4. @Rob: No. Lei li chiamava tegami e loro rispondevano: ” ‘r tegame di tu mà!”


  5. il cibo delle nonne…ogni epoca è di transizione, ma la nostra di più.


  6. @Laura: Àpres nous, le dèluge.


  7. Perchè le case e le cucine dei nonni (e i nonni stessi) hanno spesso ques’aura mitica? mitica pur conservando semplicità, e un certo rigore? chissà. Forse perchè rappresentano un’alternativa familiare al ménage quotidiano, forse perchè custodiscono luoghi e sapori speciali, che altrove o dopo, nel bene e nel male, non abbiamo più ritrovato.


  8. @Tania: Perché, io credo, rappresentano un posto altro, un altro cibo, un’aria di casa ma vacanziera, perché ci perdonano tutto e ci dicono tutto quello che non hanno mai detto ai loro figli. Chissà se faremo lo stesso… forse i miei nipoti ricorderanno con nostalgia le mie schifezze…


  9. Dalla nonna materna si andava tutti ogni tanto a preparare gli gnocchi (di pane e patate, ottimi) e poi a …spazzolarli. 🙂

    Che bei ricordi, quelli lì: si buttavano nell’acqua bollente gli gnocchi (con il cucchiaio ad uno ad uno, in due – la mamma e la nonna contemporaneamente) preparati nella terrina bianca con i bordi e i fiorellini blu.


  10. Da noi non si facevano gnocchi, al massimo gli strozzapreti.


  11. sempre anticlericali, ‘sti toscani 😀



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