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Fuoco freddo

29 aprile 2012

“Non potrei immaginare un mondo senza musica. La musica ti protegge dal mondo. La musica tiene il mondo a distanza.”

(Da “Glenn Gould, pianista e genio”)

Perché bisogna tenere a distanza il mondo? Glenn Gould rifiutò le sale dei concerti e preferì l’isolamento dello studio, perché gli dava pace. Fu misterioso, enigmatico, privato. Non suonò mai per un pubblico – la sua esecuzione fu il contrario di tutto quello che era stata fino a lui la tradizione pianistica: fu non competitiva, non spettacolare, non romantica. Fu tecnica, perché Gould era affascinato dalla tecnica e dalle sue possibilità. La distanza che lui creava tra sé e il mondo gli consentiva di concentrarsi sui temi che veramente sembravano interessargli: l’estasi, la solitudine.

La distanza dal mondo gli consentiva la vicinanza al nucleo della musica. Per questo, paradossalmente, la distanza si trasformava nel suo opposto: nell’intimità tra esecutore e ascoltatore. Lontano migliaia di anni luce, dal pianeta sul quale lui solo viveva, Gould era consapevole di un’intesa fragilissima, che andava protetta. In che modo la musica protegge dal mondo? Forse, la musica era l’unica cosa che poteva, almeno per un poco, proteggere il suo se vitale, la sua interezza, la vicinanza al nucleo. La passione – un fuoco freddo, ardente.

Questo potrebbe spiegare come mai, a questa distanza spaziotemporale, la musica di Gould è presente. Di più, è presenza. Ascoltando Glenn Gould, Bach è presente.

Qui, in questa stanza.

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23 commenti

  1. non potrei vivere senza musica ma per me invece di allontanare il mondo, lo avvicina


  2. Per me è necessaria una certa distanza dal mondo come quotidianità per ascoltare l'”altro mondo” della musica. La musica funziona anche come sottofondo, ma è un altro tipo di ascolto.


  3. Quindi, a proposito di quello che scrivevi pochi giorni fa sulla necessità di relazionarsi con gli altri, si direbbe che la “cultura” (in senso lato: scienza, arte, sapere in generale) debba molto anche a chi apre strade nuove nella solitudine più totale.


  4. @Rob: Si, non c’è dubbio. Chi apre strade nuove lo fa spesso in una solitudine inconcepibile. Penso a molti, nei campi più disparati, che noi consideriamo estremamente “soli”, persone nelle quali il rapporto con gli altri è limitato da loro stessi, rarefatto: Gould, Simone Weil, Ettore Majorana, Nietzsche, Benedetti Michelangeli, Isaac Newton, Juan de la Cruz. Apripista.


  5. Forse su Benedetti Michelangeli potrei raccontarti un paio di aneddoti che metterebbero in discussione la totale solitudine. Se ne parlava giusto oggi in casa. Mi hanno raccontato di una capacità di estraniamento e concentrazione incredibili, tanto da suonare per ore e ore le stesse due note alla ricerca della perfezione ma anche della voglia di scherzare e di relazioni forti con altre persone. Aveva trascorso molto tempo dalle mie parti e c’è chi se lo ricorda ancora bene. Comunque si, credo sia necessaria molta solitudine alla genialità.


  6. @Rosaverde: No, aspetta. Non mi sono espressa bene. Non intendevo la solitudine come isolamento fisico. Gould aveva molti amici (nel modo in cui lui poteva concepire un’amicizia). Simone Weil ebbe grandissime amicizie. Ad Arturo garbavano di certo le donne. Chi più, chi meno, tutti questi grandi hanno avuto amici, amori, parenti.
    Per solitudine intendevo il modo di porsi nei confronti della propria arte, o del proprio pensiero, in distacco dal mondo come arena di rapporti sociali. Una vicinanza al mondo in un altro modo, più rarefatto, meno umano, più essenziale. Appunto quella capacità di suonare quelle due note soltanto, per ore. Non lo puoi fare con un altro essere umano.


  7. però deciditi, o GG o ABM, sono praticamente opposti.
    io sono per JRK, la terza via:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Jean-Rodolphe_Kars


  8. Ma perchè devo decidere? È proprio quello il bello, che non devo!
    Kahrs però non lo conoscevo. Forse perchè non ascolto Debussy.


  9. hai ragione, non decidere.
    io però ho deciso che, fra gli esecutori di musica, non mi interessano coloro che, a dispetto della solitudine che tu evochi, scelgono di diventare “personaggi” ancora prima che esecutori.
    alla fine non è vero che Bach è quello registrato da Gould nel suo tentativo di arrivare all’esecuzione assoluta e con la E maiuscola.
    quello rimane il Bach di Gould, vale a dire il Bach di un nevrotico ossessivo e bacchettone che alla fine non volle mai davvero scomparire e infatti ora è diventato un’icona, un brand, oggetto di film e romanzi e saggi a non finire.
    al contrario ABM, almeno negli ultimi anni, ha nevrotizzato e mediatizzato ogni sua apparizione pubblica come se fosse appunto quella della madonna di fatima, anche lui, a mio parere, vivendo di rendita e riproponendo una sua visone piuttosto stantia e romantica di quaslasi cosa suonasse che però lasciava trasparire costantemente un suo atteggiarsi e, coerentemente, suonare da dandy di provincia quale secondo me alla fine era.
    per questo trovo interessante il percorso di Kars, cosmpolita e mistico, sfuggente, anche sul piano religioso, alle identità immobili e paralizzanti.
    i suoi Preludi di Debussy (che secondo me a modo loro sono musica sacra) stanno esattamente nel luogo in cui devono stare, un luogo misterioso e scuro, sobrio e sensuale allo stesso tempo.
    non hanno l’ossessione del “rubato” di ABM e nemmeno il tecnicismo analitico di Gould (che infatti non li ha mai suonati riducendo il ‘900 ai bacchettonissimi Hindemith e Schoenberg e poco altro)) o, più di recente, di un Pollini.
    e poi la sua sì che è stata una scomparsa, di Kars intendo, e il suo sì “un distacco dal mondo come arena di rapporti sociali”.
    senz’altro più affine a Simone Weil e Jean de la Croix, io direi, anche nel misticismo sensuale che gli deriva dal maestro Messiaen.


  10. Io non credo che Gould abbia mai detto che Bach fosse esclusivamente quello che suonava lui, ma può anche darsi che lo abbia detto, tra le tante cose che ha detto. Il punto è che non mi interessa cosa ha detto, ma come ha suonato. Ancora meno mi interessa se fosse o meno un nevrotico ossessivo, come lo sono del resto, in vari gradi, gran parte degli interpreti classici. Nè mi interessa la sua diagnosi, da quale forma di autismo fosse affetto, Asperger o no. Lo stesso vale per Benedetti Michelangeli, e per qualsiasi altro.

    Quello che volevo dire è che io quando ascolto Gould sento qualcosa, e quello che sento lo sento nonostante, o forse attraverso, la distanza. Lo sento nonostante a lui non importasse nulla di comunicare nulla a nessuno, tantomeno a me. E quindi mi faccio delle domande su che cosa sia quello che io sento farsi presenza. Tutto qui.

    Sai che riguardo ai mistici tu con me sfondi una porta aperta – e quindi è probabile che inizierò anche ad ascoltare Kars. Tuttavia, non credo che nessuno abbia il monopolio né del misticismo, e neanche della sensualità. E sai perché, secondo me? Perché, indipendentemente da chi è, in cosa crede, cosa gli garba mangiare o con chi gli garba fare l’amore, questa persona trasmette delle cose che non hanno solo a che fare con lui/lei stessa, ma con me che ascolto/leggo. È un dialogo. Attraverso la distanza, il tempo, anche la morte. La grandezza non sta solo nel valore dell’esecuzione o delle scelte di vita, ma anche in altro, quell’imponderabile che trascende e trasmette. E quindi si tratta anche di sintonia e distonia: ognuno ha i suoi geni (occhio al doppio significato).


  11. Sì, ma attenzione, qui in ballo ci sono 3 soggetti: tu, Gould e Bach.
    oppure tu, ABM e Chopin o Debussy.
    oppure io, Kars e Debussy o Messiaen.
    ora tu che cosa senti quando senti le loro esecuzioni?
    io nei primi due casi sento Gould e ABM.
    nel terzo sento la musica di Debussy e Messiaen.


  12. Cosa sento? io ascoltando Gould sento la musica di Bach interpretata da Gould. E il suo modo di interpretarla mi tocca. Per me Gould riesce ad evocare la presenza di quella musica eseguendola in un modo col quale io riesco a connettermi. La rende vicina.

    E io penso che questo avvenga grazie ad una distanza.


  13. stamattina pensavo a questa discussione mentre ero sulla 60 aggrappato al reggimano e cercando di rimanere in piedi in un tratto centralissimo ma con due curve consecutive nell’attraversamento di una piazza di Milano.
    e mi sono reso conto che se l’autista è pirla (come si usa dire qui) certamente guiderà da pirla facendo cadere le vecchiette e anche le non-vecchiette.
    allo stesso modo io ho maturato un’avversione profonda non solo al concetto di “interpretazione” nell’ambito della musica cosiddetta classica ma ancora di più a quegli interpreti, che riscuotono tutti un grande successo, da vivi o ancora meglio (per l’industria discografica e non ) da morti, in virtù del sovrapporre il loro “ego” alla musica che essi eseguono, rovesciando quello che secondo me è il senso ultimo dell’attività di esecutore musicale: cioè quello di mettersi al servizio della musica e non viceversa.
    allo stesso modo in cui l’autista dell’autobus è al servizio degli utenti e non viceversa.
    io questa cosa in Gould la percepisco molto forte, aumentata senz’altro da tutto il mercato postumo che si è fatto sul suo “personaggio” e ciò mi impoedisce di apprezzare le sue esecuzioni, così come pure quelle di molti altri personaggi, direttori d’orchestra, strumenbtisti e moltissimi cantanti lirici che proprio fanno violenza alla musica pur di affermare la propria voce, anche in questo caso invertendo il senso come negli esempi di cui sopra.

    io abolirei le copertine dei dischi, le note di copertina, i libri e i saggi e i film e poi farei ascoltare una registrazione delle Varizioni Goldberg e poi in successione altre 2 o 3, creando un cosiddetto “blindfold test”.
    e sarei curioso di sapere quali sono i risultati.

    (scusa la prolissità ma questo argomento della percezione musicale mi interessa molto, se avessi tempo e mezzi mi metterei a studiarlo ma ci vorrebbe il concorso di molte discipline diverse per farlo)


  14. Francesco, proprio ieri stavo dicendo a qualcuno che i miei post si stanno facendo sempre più simili a un millefoglie, a strati interconnessi non distinguibili. L’immagine del millefoglie veniva dal fatto che ero in astinenza da dolci – ma secondo me rende l’idea.

    Voglio dire che effettivamente hai ragione, qui ci sarebbe molto da dire, troppo. Come del resto condivido molto di quello che dici, non ultima l’idiosincrasia per chi si serve della musica, come di qualsiasi altra arte, ma nella musica questo avviene con particolare frequenza, per mettere in scena se stesso.

    Il post parte da Gould perché per me lui, indipendentemente dall’agiografia mediatica del personaggio che poi è stata fatta, era un esempio del contrario: una persona ritirata, privata, al limite dell’autismo. Uno che voleva stare da solo. Indipendentemente da questo, e dalla sincerità delle sue intenzioni, sulla quale non ho motivo di avere dubbi, non si può negare che abbia scelto una strada solitaria. Non ha suonato per il pubblico, quindi non si è neanche servito del pubblico. Non penso che abbia sovrapposto il proprio ego alla musica, penso che fosse quello l’unico modo in cui sapeva suonare – può piacere o non piacere.

    Il tuo discorso è giusto in generale, ma riduttivo nel particolare, perché non tiene conto di qualcosa che esula dalla competenza musicale e dalla giusta critica alla commercializzazione dell’arte, e cioè il fatto che alcuni individui hanno per altri una straordinaria potenza evocativa. Per altri, non per tutti gli altri.

    E vorrei anche ringraziarti per i tuoi commenti così sentiti.


  15. ho capito:

    😡

    :-)))


  16. E’ possibile che sia come dici tu: proprio “quella” distanza rende alle tue orecchie l’ascolto delle sue interpretazioni bachiane come “ideale”. Personalmente l’ho ascoltato molto in gioventù e anche oggi mi capita di ascoltarlo: l’ho sempre trovato interessante, certe sue letture mi mostrano aspetti costruttivi od emozionali di uno spartito che non supponevo e che mi colpiscono. Ma non mi emoziona molto, non è il mio interprete ideale ed anzi, anche senza preconcetti, risultano irritanti al mio orecchio molte sue scelte interpretative. Impossibile per me, poi, lasciarmi andare all’ascolto, “rilassarmi”, farmi portare. Impossibile.


  17. Cara Tania, speravo in un tuo commento!
    Hai ragione, non è possibile rilassarsi con Gould. Per me, se l’ascolto funziona, è più un’attenzione, una messa a fuoco ipnotica, non un trasporto ma il suo contrario.

    Mi piacerebbe sapere quale interprete bachiano preferisci, e cosa pensi di Bahrami.


  18. Mah, è che Bach eseguito al pianoforte è sempre un po’ una trascrizione, no? In generale, preferisco le esecuzioni al cembalo; Leonhardt, Pinnock. Di recente, però, ho ascoltato al pianoforte Andras Schiff in alcune interpretazioni bachiane che ho trovato convincenti.
    Bahrami (ascoltato su youtube) secondo me non ha la minima idea di come affrontare uno spartito di bach, più che “genuino” lo definirei dilettantesco, davvero. Registra con la Decca e mi domando come sia possibile, evidentemente le regole del mercato regnano a suo favore.


  19. Ecco io invece il cembalo proprio non posso sopportarlo meno che in dosi omeopatiche – per questo, da non purista, ascolto volentieri Bach in trascrizione. Anzi mi piacciono moltissimo quelle di Busoni.

    Schiff è un mostro, qualsiasi cosa suoni.

    Su Bahrami avevo qualche sospetto, ma sono giunta alla certezza quando ho visto che era il guru del World Bach Fest di Firenze. Ho visto dei video promozionali agghiaccianti, con assessori vari che dehantavano Bakk in fiorentino, ma a parte questo – il dialogo Capossela-Bahrami nei panni di Bach mi ha tolto ogni dubbio residuo.
    Evidentemente il mercato vive di questo tipo di cose. Questo spiegherebbe anche l’interesse delle banche fiorentine, di solito attaccatissime al quattrino, a questa manifestazione.


  20. e che dire di questo?


  21. Già, che dire?
    Se dico che per me ha un effetto soporifero rischio la vita?


  22. dormi, dormi… ma attenta a “gl’urs”!

    (è tutto il pomeriggio che rido…)



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